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              Volentieri inviamo un messaggio a questo sciopero generale del 25 novembre 2005, dichiarato contro la legge Finanziaria.
Abbiamo constatato con soddisfazione che tra gli obiettivi della giornata di oggi vi è anche quello di porre al centro dell'attenzione i pesanti tagli (circa 400 milioni di € complessivi) di cui è stato fatto oggetto il sistema universitario del nostro Paese.
Nutriamo il profondo convincimento che la cultura, la scuola e l'Università non debbano essere un terreno di scontro ideologico o di rissa elettorale, ma costituiscano lo spazio di un bene comune, di un patrimonio che appartiene all'intera comunità nazionale.
Per questo, e non certo per precostituite posizioni politiche, nella lunga vicenda della discussione sul provvedimento relativo allo stato giuridico della docenza universitaria, una larghissima parte del mondo universitario si è opposta al disegno di "precarizzazione" dei ricercatori, che espone l'Università pubblica al pericolo di perdere i giovani migliori.
Inoltre la riforma, anziché ringiovanire il corpo docente, prevede concorsi riservati a docenti che saranno valutati più per anzianità che per reali meriti scientifici.
Senza l'apporto delle forze più giovani e più vive, l'Università rischia di morire.
Per questo abbiamo sottolineato con viva preoccupazione che nella riforma Moratti non c'è nessuna misura per la qualità e non si dice una parola sulla necessità di potenziare le attività di ricerca negli Atenei.
Per questo chiediamo l'istituzione di un'autorità indipendente tanto dal Ministero quanto dalle università che sappia davvero valutare la qualità dell'attività didattica e di ricerca dei docenti, del funzionamento e dei servizi degli Atenei.
Per questo non ci stanchiamo di ricordare in tutte le sedi che la quota di Pil destinata nel nostro Paese alla formazione e alla ricerca è assolutamente insufficiente, è inferiore alla media dei paesi Ocse, e si colloca agli ultimi posti in Europa, rischiando di far perdere ulteriore competitività al nostro sistema. Arrestare o rallentare il motore della ricerca e della formazione universitaria significa bloccare il Paese e compromettere il suo futuro.
Da ultimo va rilevato che, forse per giustificare il colpo di forza parlamentare con cui è stata approvata la legge sullo stato giuridico, in molte prese di posizioni di parlamentari e perfino in interviste fatte al Ministro si è sviluppata una sciagurata campagna di denigrazione mediatica dell'Università pubblica.
C'è da indignarsi e da opporre una ferma e convergente opposizione a questi irresponsabili tentativi di distruggere l'immagine dell'Università italiana agli occhi della società civile del nostro Paese.

Vincenzo Milanesi