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Alcune sintetiche riflessioni sui contenuti del volume:

“NON RASSEGNARSI AL DECLINO”

La lotta al declino attraverso 40 vertenze aziendali e settoriali.
In ognuna si scorge una trama che le accomuna ed è il contesto fatto di aggiramento delle regole, di disattenzione rispetto al territorio, di allergia ai diritti del lavoro che al pari del territorio non è considerato una risorsa ma annoverato come costo che limita la competitività.
Sono pilastri concettuali che hanno guidato le azioni di tanti imprenditori – manager politici e che spesso sono alla base delle molteplici crisi che hanno concorso al declino industriale del paese.
Li troviamo nelle vicende descritte da F. Chiriaco rispetto alla Parmalat o alla Cirio. Nella sintesi degli ultimi venti anni delle vicende economico sindacali alla Fiat curata da G. Rinaldini. Negli intrecci tra l’abbandono della chimica, il concentrarsi sull’energia da parte dell’Eni descritto da A. Morselli e che la vicenda Pharmacia conferma. La crisi del settore cartario, curato da E. Miceli e da E. Baretella, che similmente a quello del legno sottolineato da F. Martini, ci dice quanto colpevole sia l’abbandono del territorio e l’assenza di una politica per i boschi che oltre alla funzione di prevenzione è materia prima per i settori predetti.
Particolarmente grave è la fase del tessile abbigliamento calzaturiero (TAC) paradigma del made in Italy, V. Fedeli descrive le lotte, le proposte gli accordi per uscire dalla crisi, ove pesano le delocalizzazioni da costi che colpiscono il nostro paese al pari delle delocalizzazioni da opportunità strategiche date da politiche industriali forti.
Il nostro è il paese che subisce la fuga di aziende “per costi” ma anche per le politiche industriali mirate di paesi forti come la Germania o la Francia e le scelte della Thyssen Krupp raccontata da L. Rossi o della Wella sottolineata da S. Camusso, confermano, tra l’altro la vicenda Pharmacia fotografa il disinteresse imprenditoriale verso campi brevettuali forti.
Una cultura politica di impresa che impoverisce l’azienda anche quando il settore tira e lo testimonia la contraddizione tra la forte fase espansiva dell’edilizia e la sottocapitalizzazione e frantumazione di impresa con la conseguente crescita del lavoro nero che avviene a partire dai centri urbani più sviluppati come Torino, Milano, Roma.
Cultura di impresa basata su riduzione di costo allergia ai diritti dei lavoratori che emerge con forza anche dal caso Tecdis, raccontatoci da C. Viale che descrive la crisi di un’azienda in un settore affatto maturo, (tecnologie del display) assieme alla Fila, la Sambonet, descrittaci da V. Scudiere che si inquadrano nel clima creato dal “romitismo” in quel territorio e che ha condotto alla crisi il pilastro Fiat e tante aziende che a quella politica si sono ispirate.
Il territorio, l’energia, la ricerca costi o opportunità dilemma assurdo che ha accompagnato questo paese con le tragedie di tante crisi: la Ferrania in Liguria, un’azienda dal potenziale enorme, ricca di ricerca, ma in legge Prodi come ci ricorda A. Giacobbe; oppure la cartiera di Arbatax che in Sardegna chiude per l’eccesso di costi energetici, mentre nel Sulcis popolo e minatori debbono battersi per la difesa di un bacino che può produrre energia con le regole di Kyoto.
Ambiente, sicurezza temi inscindibili sui quali si è scommesso con l’accordo di programma per Porto Marghera per avere una chimica compatibile con l’ambiente, ma l’accordo è sostanzialmente disatteso come denuncia S. Chiloiro. Disatteso dalla regione, dal Governo che hanno puntato effettivamente sul “piccolo è bello” della Piccola e media impresa magari distrettuale, che è finita anch’essa nei morsi della crisi. Ci vuole la creatività e la combattività sindacale per limitare i danni e provare a rimettere in pista le produzioni distrettuali anche calzaturiere.
Ciò a dispetto di chi con la scusa della definizione di settore maturo ritengono inevitabile la delocalizzazione e l’abbandono della produzione.
L’azione di contrasto e di proposte documentato da D. Gallo e T. Toffanin nel distretto della riviera del Brenta ci dice che è possibile superare i limiti del “nanismo” con l’aggregazione e le politiche industriali innovative nei territori.
Il territorio, l’autonomia, la responsabilità della scelta politica corretta sono il tratto distintivo dei casi del Trentino, dell’Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Nei primi due come documentato da R. Purin e A. Ebner le opzioni qualitative definite nell’ambito di politiche concertate fra imprese, soggetti sociali, università, ed il governo locale hanno permesso la costruzione di alternative vincenti alle delocalizzazioni; mentre la opzione ideologica di ridurre i costi da lavoro per competere hanno di molto accresciuto le difficoltà in una regione di frontiera come il Friuli Venezia Giulia, non è un caso se R. Colussi ritiene prioritaria la modifica della legislazione regionale.
Complessa e fortemente intrecciata con lo scontro nazionale sui diritti nel lavoro per la contrattazione in un quadro di internazionalizzazione a più facce e strati dell’impresa emiliana è il quadro su cui si interrogano a più riprese D. Bardi, V. Barbi e L. Gurioli.
Una regione sede di quattro multinazionali alimentari Parmalat, Cirio, Barilla, Conserve Italia, con grandi marchi, industrialmente solide con prodotti di qualità grazie ai quali si sono limitate le conseguenze delle gravi avventure finanziarie arcinote. Ma la crisi manifatturiera italiana ha messo in difficoltà il grande tessuto meccanico della regione; retto da una professionalità operaia che non accetta il ruolo tribale di agnello sacrificale, non è un caso se l’Emilia è la regine dei precontratti ma, anche quella delle nuove intese regionali e di tipo nuovo a livello locale come l’esperienza di Bologna descritta da C. Melloni e D. Gruppi.
Ma la crisi morde, investe i grandi ed i piccoli, quella della Piaggio che si inquadra con le difficoltà di settore della locomozione su quattro e due ruote di questo paese a cui si aggiungono le difficoltà di prospettiva dell’Ansaldo Breda e per i distretti di Prato o del Valdarno e persino nell’oreficeria di Arezzo.
Per la Toscana è dura ne è consapevole L. Silvestri che occorre fare i conti con i tragici errori nelle politiche per la mobilità ed ad un tempo con l’esaurirsi della spinta propulsiva dei distretti industriali.
La ripresa passa per l’attuazione del patto regionale arricchita dalle intese territoriali come quella di Firenze, che guarda non solo al territorio, ma anche alla funzione in chiave di sviluppo moderno delle città.
Emblematica per le connessioni con le politiche salutiste le contraddizioni internazionali rispetto alla predica del “libero mercato” e le sovvenzioni reddituali garantite ai “padroni del tabacco” sia agricoltori che multinazionali, è la crisi tabacchicola dell’Umbria. M. Mariotti ci descrive una crisi, una lotta, una riforma, un primo risultato che ci dice che se si fa sistema puntando all’innovazione alla diversificazione produttiva, la rotazione agraria ed i relativi accordi di filiera uscendo dal vecchio modo di produrre si può traguardare un futuro positivo.
C’era una volta, esordisce G. Venturi che con F. Leone devono fare i conti con l’esaurirsi dello sviluppo della via Adriatica. Un mix di grande e piccola impresa, di distretti e multinazionali che ove hanno puntato sui bassi costi hanno lasciato cenere, mentre dove si è coniugato saper fare e saper innovare si sono introdotte competitività e sviluppo. Ma senza un forte indirizzo industriale nazionale la prospettiva è comunque critica.
Complessa e contraddittoria è la situazione del Lazio tra la fine dell’imprenditoria legata alla ex Cassa del mezzogiorno, le grandi vicende delle privatizzazioni, la crisi dell’Alitalia, di alcuni distretti come quello di Civita Castellana ed il peso, anche qui, della crisi Fiat, in uno con una rinnovata crescita dell’occupazione legata ai servizi ed all’edilizia che ha riichiesto e richiede come sostenuto da W. Schiavella una grande battaglia per i diritti ed uno sviluppo sostenibile.
La ripresa interrotta dalle politiche del governo nazionale è quello che emerge dei contributi dei quadri meridionali. M. Petraroia, M. Gravano, M. Pantaleo, G. Romaniello raccontano la crisi di tante medie aziende dell’alimentare e del TAC, del gioco clientelare e delle divisioni regionali create dalle multinazionali spalleggiate da scelte poco oculate del governo italiano come nel caso della Boeing, o l’assenza di strategie e risorse per fronteggiare le crisi dei distretti locali dal molitorio ai salotti. Infine dalla crisi alla deindustrializzazione è quanto F. Pignataro, P. La Greca e C. Diliberto, scrivono per la Calabria e la Sicilia. Se salta anche il tessile nel cosentino e la chimica di Siracusa assieme alla Fiat a Palermo che industria resta in queste regioni?
Quale prospettiva per il sud, il centro, il nord si intravede a fronte della gravissima crisi industriale italiana?
Tanti per mesi si sono ostinati a negare l’evidenza per parlare di metamorfosi. Ma è dal Gennaio 2001 che la produzione industriale italiana è sotto l’indice 100 di quel mese. In tutti i paesi del mondo una siffatta condizione sarebbe descritta come recessione. Per parte nostra non ci si attesta in una nichilista contemplazione della decadenza industriale. La denuncia è parte della lotta e della proposta. L’impegno della Cgil per le politiche industriali e dello sviluppo è descritto da Carla Cantone. Passa per lo sciopero generale dell’Industria del 21 Febbraio del 2003 per approdare all’accordo con Confindustria il 19 Giugno 2003. La nostra lotta punta a mobilitare tutte le energia non per descrivere la crisi, ma per conquistare politiche industriali e rilanciare competitività e sviluppo.
L’Italia all’indomani di Lisbona invece di praticare la via della coesione ha conosciuto divisioni, disarticolazioni, destrutturazioni, nei diritti collettivi, dei singoli, del processo produttivo.
Il risultato è stato stagnazione, perdita di competitività, di quote di mercato, di fiducia nel futuro.
Per risalire la china occorre non rassegnarsi al declino.
Questa parola d’ordine lanciata da Guglielmo Epifani fa da filo conduttore del libro e dell’azione sindacale della Cgil. Gli accordi di cui è piena la seconda parte del libro testimoniano la percorribilità di un nuovo impegno per lo sviluppo industriale del paese.