logo cgil-snur

   tessera cgil

 

   


Un primo passo verso l’Europa che vogliamo

 Il 29 ottobre a Roma sarà firmato il Trattato Costituzionale europeo. Nella definizione puntigliosa dell'oggetto della firma, Trattato Costituzionale e non Costituzione, sta il senso del giudizio della CGIL. Non abbiamo incertezza nel definire il Trattato Costituzionale un passo avanti nel processo di costituzione dell'Europa, ma siamo anche consapevoli che molta strada ancora occorrerà percorrere perché l'Europa abbia una reale dimensione politica costituzionalmente definita: si tratta di una strada irta di difficoltà e di "stop and go".

Vale la pena di entrare maggiormente nel dettaglio: siamo infatti convinti che la bandiera dell'Europa sociale e politica ha bisogno oggi, molto più che nel passato, di una forte spinta da parte del movimento sindacale, in Italia e in Europa. Quella bandiera oggi è ammainata nella sostanza da parte di molti governi non necessariamente conservatori. Alle tradizionali ritrosie e diffidenze delle socialdemocrazie del Nord-Europa, preoccupate che la prospettiva europea si traduca in un peggioramento delle loro condizioni di miglior favore e alla nota difficoltà della Gran Bretagna, attratta più da oltre Atlantico che da alleanze europee, a quelle tradizionali ritrosie si aggiungono oggi, di fronte alla congiuntura internazionale, forti tentazioni di competizione interna (ne è prova la rottura del patto di stabilità qualche mese da parte di Francia e Germania) e di ritorno indietro rispetto alla dimensione politica dell'Europa.

Nella scelta possibile tra Europa allargata, area di libero scambio o spazio pubblico definito dalla qualità delle propria coesione sociale, il pendolo rischia di volgere nei fatti verso la 1a prospettiva, che è favorita dalla concomitanza di più elementi.

Le elezioni europee hanno definito una composizione del Parlamento e della Commissione politicamente moderata di cultura economica prevalentemente liberista (a guardare la provenienza dei singoli commissari) e di cultura politica in alcuni casi confessionale (basti pensare alle esternazioni del commissario che rappresenta il governo Berlusconi). Hanno anche fatto emergere rigurgiti nazionalisti e xenofobi in più paesi europei: l'assenza di risposte positive all'incertezza della globalizzazione e della difficile congiuntura economica ha anche questi effetti, su cui soffiano prepotentemente venti di scontro di civiltà, terrorismo e guerra.

La congiuntura economica europea si manterrà molto difficile; le previsione del tasso di crescita per il 2005 sono ottimisticamente del 2% (come l'inflazione prevista per il 2%)

a fronte di tassi di crescita esponenziali delle economie asiatiche e di quelle positive dell'economia americana: entrambe, anche se in modo differente hanno alle spalle condizioni e diritti del lavoro minimi, nessuna contrattazione collettiva, altissima precarietà, in Asia lavoro minorile. Rimane sostanzialmente ferma la locomotiva dell'economia europea, quella tedesca.

Le imprese europee, nei singoli paesi e a livello europeo conducono un'aggressione visibile a direttive europee esistenti per la loro modifica (orario di lavoro verso un suo allungamento a parità di salario o non contrattato, servizi di interesse generale per la loro privatizzazione e la riduzione delle reti di protezione sociale). Ma allo stesso tempo le stesse imprese brandiscono in patria il ricatto della delocalizzazione per ottenere accordi di riduzione di diritti e costo del lavoro.

In Italia è noto come gli obiettivi principali di alcune imprese e della cultura politica del governo sia quello dell'abbattimento del costo del lavoro come via per reggere la competizione internazionale attraverso l'azzeramento del CCNL, la dimensione territoriale della contrattazione normativa e salariale alternativa ad esso, la scelta di tassi di inflazione programmata dimezzati rispetto alla realtà e complessivamente una politica di riduzione degli investimenti pubblici in ricerca, scuola e formazione, innovazione, Mezzogiorno, qualità e coesione sociale.

Il rischio che in Europa gli obiettivi e lo spirito della "società della conoscenza di Lisbona" si disperdano e con essi ciò che in letteratura si intende per modello sociale europeo c'è tutto: è un rischio che percorso equivarrebbe a derubricare l'Europa come attore significativo dello scenario internazionale, in sé con un potere deterrente rispetto alle tentazioni egemoniche, politiche militari ed economiche di qualunque amministrazione americana, condizione necessaria dunque per un mondo multipolare.

Di fronte a tutto ciò, il Trattato Costituzionale, seppur con contraddizioni e pur essendo figlio delle diplomazie degli stessi paesi europei, ma preceduto dalla Convenzione, risente di un'ispirazione diversa.

Anzi, i principi, i valori, gli obiettivi definiti nella sua 1a e 2a parte sono i principi del modello sociale europeo per la solidarietà che propongono, la giustizia sociale, i diritti sociali unitamente a quelli politici, il profilo dunque della cittadinanza europea e più in generale per i valori di riferimento posti alle basi della dimensione politica dell'Europa, sue ragioni di essere.

Certo le contraddizioni non mancano: quella 3a parte incoerente con le prime 2; il voto a maggioranza, principio democratico per eccellenza, allargato di poco ed escluso in politiche significative (basti pensare a quelle fiscali); un ministro degli esteri, scelta importante, ma dimezzato nei suoi poteri; i conflitti di competenza tra Commissione e Consiglio che rischiano di ingessare le politiche europee, definendo un confuso vuoto di potere, tale per cui i singoli paesi cedono sovranità all'Europa che non ha le condizioni, per esercitarla.

A quelle contraddizioni poi vanno sommate le scelte negative scientemente praticate: la scelta cioè di non inserire tra i valori il rifiuto della guerra e tra i diritti quello della cittadinanza di residenza per i lavoratori migranti, utile strumento per promuovere convivenza e integrazione contrastando positivamente gli scenari dello scontro di civiltà. Non sarebbe poi corretto ignorare che la stessa Carta di Nizza, recepita nel Trattato e che qualifica il Trattato stesso, ha clausole di applicazione limitate per volere in particolare del governo di Tony Blair che milita spesso a favore dei governi più conservatori sposandone le posizioni (basti pensare alla ipotesi di direttiva sul lavoro interinale e a quello sull'orario di lavoro).

Quando dunque la CGIL esprime un giudizio positivo sul Trattato Costituzionale lo fa ad occhi aperti, conoscendone limiti e contraddizioni; avendo però anche molto chiaro il quadro di riferimento nel quale la firma di quel Trattato si inserisce e non c'è dubbio che quella firma fa fare un passo avanti alla dimensione politica dell'Europa e dell'Europa sociale, nonostante i rigurgiti degli stessi governi europei.

Il punto più problematico oggi è dunque come si possa marciare ancora più avanti, concludendo positivamente quel processo. Per farlo occorre costruire alleanze, tra forze politiche progressiste, sindacato e movimenti con l'obiettivo fondamentale di ridare agio alla cultura politica propria del modello sociale europeo, quella che individua nelle politiche pubbliche, nel patto fiscale di cittadinanza, nella solidarietà, giustizia e coesione sociale la chiave di uno sviluppo sostenibile alternativo per modalità e obiettivi a quello liberista.

Poi occorre decidere come si riacquisisce consenso all'Europa tra i cittadini europei, spesso disorientati dagli stessi governi (basti pensare a quello italiano) che imputano alle politiche europee le conseguente materiali dell'attuale congiuntura economica, anziché alle scelte sbagliate e inefficaci di contrasto di quella congiuntura, proprie della responsabilità dei singoli paesi.

La nostra opinione è che intanto occorre procedere all'approvazione del Trattato, valorizzandone positività e non negandone contraddizioni. In Italia la Costituzione vigente consente che a farlo sia il Parlamento. Il referendum non è costituzionalmente necessario e sarebbe a nostro avviso politicamente sbagliato: si tratta di uno strumento il cui utilizzo è consono per legittimare una Costituzione e non un Trattato. Il recepimento attraverso referendum del Trattato ovunque in Europa equivarrebbe ad una scelta che consacrerebbe in modo definitivo un processo che vogliamo mantenere aperto.

Poi occorre utilizzare la possibilità offerta dal Trattato di raccolta di un milione di firme per riaprire il processo costituzionale con le modifiche ritenute necessarie.

Il sindacato europeo, la CES, così come noi, è convinto assertore di questa possibilità.

Infine, nell'ambito di quelle alleanze necessarie per riproporre una cultura politica alternativa al vento pervasivo neo‑liberista che attraversa l'Europa, è bene definire che cosa c'è da cambiare nel Trattato Costituzionale.

La nostra convinzione è che sia la CES che il sindacato italiano abbiano interesse ad assumere un forte protagonismo in questo senso: è nostro infatti l'interesse a sostenere un modello di crescita economica che si fondi sulla qualità e nel quale la coesione sociale è essa stessa metro di misura e strumento di sviluppo.

Tutto ciò è quanto abbiamo sostenuto a Londra nel FSE, in un luogo cioè in cui l'opinione prevalente era divergente, così come il giudizio sul Trattato Costituzionale. L'abbiamo fatto ottenendo alla nostra posizione attenzione e rispetto e sottolineando in quel luogo un obiettivo comune: passare dal Trattato Costituzionale alla Costituzione.

Questo, il senso del dialogo che rimane aperto tra CGIL e movimento anche sulle prospettive europee: il riconoscimento di un interlocutore nulla ha a che vedere con l'identità delle posizioni che vanno tenute aperte per guardare avanti positivamente.

Siamo convinti che la CES, a differenza che nel passato, questa volta e in tutte le fasi preparatorie del FSE, di ciò abbia mostrato consapevolezza.