Programma per la conoscenza della FLC
Contributo
della FLC del Veneto
Il Direttivo Regionale della FLC del
Veneto condivide la decisione di elaborare e proporre al paese, a tutte le
forze sociali e alle forze politiche, un programma
per la conoscenza.
La CGIL ha contrastato con decisione in questi
anni la politica del governo in materia di scuola e università, perché
questa politica, tradotta in provvedimenti già approvati dal parlamento e in
altri in discussione, colpisce i diritti di tutti i cittadini all’istruzione
e al sapere ed è di ostacolo allo sviluppo del paese. Continuerà a farlo, ma
è consapevole della necessità di costruire un proprio progetto da offrire al
paese in alternativa a quello del centro destra. Ciò non significa che la
FLC CGIL vuole invadere il campo della politica e “sostituirsi” ad altri
soggetti. Appartiene infatti alle forze politiche alternative a questa
maggioranza il compito di elaborare una politica di sviluppo della
conoscenza sulla quale chiedere il consenso dei cittadini.
La CGIL è un sindacato confederale che ha
maturato da molti anni la convinzione che la “società della conoscenza”
richiede scelte coerenti e decisive per il paese. Non può quindi limitarsi e
dire dei “no”.
FLC ritiene per questo necessario un salto di
fase che porti l’organizzazione a confrontarsi su un progetto “positivo”
capace di aprire nel paese, tra le forze politiche, tra i lavoratori della
scuola, una discussione su alcuni dei punti fondamentali per la scuola, la
formazione, la ricerca, l’Università. E’ un confronto che riteniamo debba
coinvolgere tutta la Confederazione.
Il
contributo di FLC Veneto intende quindi collocarsi su questo versante. Il
documento che la segreteria propone al Comitato Direttivo, alle strutture,
alla Confederazione, ha questi obiettivi e si muove entro un’area definita:
-
proporre al dibattito alcuni tra i temi
individuati dalla relazione del segretario generale ed individuare alcune
opzioni sulle quali pronunciarsi;
- contribuire
al confronto in categoria, nella confederazione, nel territorio;
-
avviare la costruzione di una proposta strategica per la conoscenza nel
Veneto.
Ha
quindi, per scelta della segreteria, la caratteristica di un documento
“aperto” che, accanto ad alcune opzioni, cerca di evidenziare dei punti
critici sul quali è necessario che il confronto porti a scelte il più
possibile condivise.
La segreteria propone
pertanto al Direttivo questo percorso:
1.
avvio della discussione a
partire dalla relazione del segretario generale alla Sapienza del 19 ottobre
e da questo documento;
2. confronto
in categoria nelle strutture provinciali e regionale e con iniziative anche
esterne che coinvolgano la Confederazione, le associazioni, il mondo del
lavoro, la categoria;
3. chiusura
della prima fase di dibattito in Direttivo Regionale entro la fine di
febbraio, che porti il direttivo regionale votare un documento di sintesi
al quale saranno allegati ordini del giorno su temi particolari, da
sottoporre a votazione, e schede di approfondimento.
Premessa
FLC
Veneto ritiene necessario, proprio per la complessità della materia e
l’ambizione della proposta, far presenti due aspetti, il primo sul piano del
metodo, il secondo sul piano dell’analisi, che consentono di
contestualizzare in modo più completo la propria posizione.
Sul
metodo. La proposta avanzata in ottobre dalla FLC nazionale avrebbe
probabilmente meritato una più ampia discussione interna, prima di essere
proposta al paese e avrebbe bisogno di tempi più ampi per il confronto
interno ed esterno. Nel prendere atto che i tempi sono imposti dall’agenda
politica e dall’urgenza di mettere in campo un progetto per tentare di
fermare la fase distruttiva che questo governo sta operando nei confronti
dell’intervento statale in materia di istruzione, formazione, università e
ricerca, FLC non può non sottolineare che la necessità di sintesi e
l’improrogabilità delle decisioni non possono sempre condizionare le scelte
fondamentali relative ad un sistema particolarmente complesso.
Sul
merito. FLC Veneto ritiene che vada approfondita l’analisi sulle ragioni che
in questa fase determinano una situazione di “crisi” delle istituzione
pubbliche che nel nostro paese hanno come “mission” quella di costruire
“conoscenza” e strumenti per la conoscenza. Se la politica del centro destra
è infatti determinante e determinata in direzione di una sempre più evidente
marginalizzazione del sistema pubblico statale, in linea con alcune correnti
del pensiero politico ed economico a livello internazionale e di grandi
organizzazioni mondiali come il WTO, va detto che vi sono stati alcuni
errori anche nelle scelte scolastiche dei precedenti governi. Non pensiamo
solo alle politiche di riduzione della spesa, in alcuni casi precedenti al
centro-destra, ma anche ad interventi che hanno segnato una fase che pure è
stata caratterizzata da significativi elementi di novità e da un importante
tentativo riformatore. Ci riferiamo, tra l’altro, alla legge di parità, ad
una non sufficiente elaborazione dell’autonomia scolastica che ha rafforzato
un principio di autorità a danno della collegialità e della cooperazione ed
ha incentivato la competizione tra le scuole, al decentramento selvaggio di
funzioni, ad un dimensionamento delle istituzioni scolastiche concepito più
in funzione di una riduzione di spesa che di un progetto riformatore.
Approfondire questa analisi è necessario non solo perché in questo modo si
riafferma e si consolida la nostra autonomia, ma soprattutto perché a
partire da essa e dalla domanda che proveniva e proviene dal paese e dalla
“società della conoscenza”, è possibile ripensare in termini di sistema e
dare respiro ad un grande e avanzato progetto riformatore. Riteniamo
infatti che vi sia complessivamente nel paese, nel sistema pubblico ma anche
nel mondo della produzione, una insufficiente consapevolezza che, se la
conoscenza è il fattore decisivo per lo sviluppo e per i diritti di
cittadinanza, ciò richiede una scelta prioritaria in termini prima di tutto
di investimento in istruzione, formazione, ricerca.
1.
Le finalità e i valori
I
principi della Costituzione e i suoi valori sono per noi dirimenti rispetto
ad ogni ipotesi di riforma della scuola che riconosciamo necessaria. Ciò dà
ragione del motivo per cui sosteniamo l’abrogazione della legge 53, che ne
sono invece la negazione sostanziale.
Riteniamo che lo sviluppo della conoscenza come dato strutturale e
permanente della società comporti la necessità che tutti gli studenti siano
portati al maggior livello possibile di formazione all’interno di un sistema
pubblico fortemente finalizzato.
Le ragioni di
questa scelta possono ricondursi a due:
1.
un sistema formativo che, dalla
scuola dell’infanzia all’università, abbia uno sguardo dedicato
prevalentemente alla “preparazione” al lavoro, a dare strumenti culturali e
tecnici perché i giovani sappiano orientarsi, leggere, gestire il loro
futuro e il cambiamento, e che trascuri invece la funzione della scuola di
“grande democratizzatore”, di luogo di costruzione delle “abilità sociali” e
di pensiero critico, verrebbe meno alle finalità stabilite dalla
Costituzione;
2.
una società molto articolata,
sia sul versante del lavoro che su quello della formazione, con la presenza
di molti soggetti attivi, pubblici e privati, in grado di produrre e
proporre formazione richiede un governo complessivo del sistema che
riconosca e valorizzi in primo luogo la funzione delle istituzioni educative
pubbliche e quindi anche il ruolo di soggetti diversi.
Sta all’interno della Costituzione, in termini non formali, anche la scelta
della formazione lungo tutta la vita, proprio perché, mutate le condizioni
culturali, rinnovato il mondo del lavoro e della produzione, rivoluzionati i
modi della comunicazione, della conoscenza e della partecipazione, solo la
permanenza nei vari percorsi della formazione consente di rendere coerenti e
fruibili non solo i diritti di cittadinanza ma anche il principio che
l’Italia è “una repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Riteniamo necessario richiamare l’attenzione, soprattutto a fronte di una
linea politica di centro destra che si sta orientando da un lato verso un
progressivo indebolimento del ruolo pubblico e dall’altro verso un modello
costituzionale “autoritario” e centralista, sulla necessità di sostenere la
libertà di insegnamento e di ricerca. Anche per questa ragione, va respinto
ogni disegno di riportare il personale docente all’interno di una
collocazione subordinata al potere politico.
2.
La legge 53/2003. ovvero la
de/forma Moratti.
FLC Veneto conferma la richiesta di
abrogazione della legge 53. Poiché siamo convinti che la legge Moratti, per
la cultura che esprime, per le scelte strategiche che compie, per
l’architettura organizzativa che costruisce, vada in direzione opposta a ciò
di cui il paese ha bisogno, confermiamo la necessità di una valutazione e di
una conseguente decisione politica netta.
FLC è consapevole che una semplice
abrogazione comporta per la scuola, che è sistema complesso e lento, il
problema di ritrovarsi nelle stesse condizioni del 2001 quando, con un colpo
di spugna, il governo Berlusconi cancellò la legge 30 (Berlinguer), su cui
le scuole avevano già cominciato a lavorare. Lasciare ancora per anni le
istituzioni scolastiche allo sbando, senza una legge guida, può avere
effetti devastanti sul sistema e sugli stessi operatori della scuola.
Tuttavia l’abrigazione
è un passaggio obbligato per ridare un senso, una motivazione e una speranza
al mondo della scuola e per bloccare i danni che questa legge ha provocato e
può determinare.
Successivamente all’abrogazione, sarà necessario ricostruire e riformare il
sistema.
Riteniamo che in quella fase si dovrà operare
avendo alcuni criteri guida:
a) una
visione strategica complessiva: il sistema va riformato agendo su “pezzi” e
in tempi probabilmente diversi ma avendo chiaro il disegno;
b) il
coinvolgimento ampio non solo della categoria ma del mondo della cultura,
dell’associazionismo professionale, dell’Università, del lavoro;
c) la
valorizzazione dell’autonomia come risorsa;
d)
il ripristino di alcune “condizioni strutturali”
cancellate dalla legge Moratti (es. tempo pieno…);
e) la
progressiva destinazione di risorse economiche mirate.
3.
L’autonomia degli Istituti
scolastici.
L’autonomia rimane una risorsa fondamentale per consentire alle scuole di
dare risposte adeguate al contesto territoriale. Concordiamo con
un’autonomia “funzionale”, collocata cioè all’interno di un sistema statale
che tuteli i diritti di tutti e quindi all’interno di una logica che affidi
allo Stato la definizione delle finalità e la responsabilità di garantire le
risorse necessarie, finanziarie e di personale.
Autonomia deve tuttavia coniugarsi maggiormente con responsabilità e
cooperazione. Vanno quindi meglio definiti ruoli e poteri delle varie
componenti: dirigente scolastico, collegio dei docenti, assemblea del
personale ATA, organi collegiali della scuola hanno infatti ruoli diversi,
anche livelli di responsabilità diversi, ma devono agire maggiormente in una
logica di cooperazione.
All’interno di un sistema “cooperativo”, che coinvolge anche le famiglie, la
responsabilità delle decisioni e della gestione dell’offerta formativa
tuttavia non può che appartenere agli Istituti scolastici che devono essere
messi in grado di sapere e poter “leggere” i bisogni del territorio
organizzato e delle famiglie, confrontarsi con essi, ricercare le forme di
dialogo e di collaborazione, ma assumersi fino in fondo la responsabilità
della decisione. E’ del tutto evidente che a tale responsabilità deve essere
associata la “rendicontazione”, in forme serie, condivise e coerenti con il
modello della partecipazione, dovendo la scuola uscire da ogni forma di
autoreferenzialità.
4.
Le risorse
L’affermazione della funzione centrale della formazione, dell’istruzione,
dell’università e della ricerca deve dar luogo ad una coerente politica di
risorse che riguarda sia quelle finanziarie che il personale. Questa scelta
diventa prioritaria.
Risorse finanziarie.
E’ essenziale che, nell’ambito di un aumento della percentuale del PIL da
destinare all’istruzione, le istituzioni scolastiche possano contare sulla
possibilità di entrate certe pluriennali provenienti dal sistema pubblico
(Stato ed Enti Locali).
Queste risorse vanno finalizzate: edilizia, numero di alunni per classe,
laboratori, compresenze, supplenze ecc.
Il personale.
Esiste anche per il personale della scuola, come per gran parte del lavoro
dipendente pubblico e privato, una questione salariale che va affrontata in
modo deciso. Va consumata fino in fondo la rottura del “patto scellerato”
che ha governato per decenni la scuola e il pubblico impiego: poca domanda,
poco controllo, sicurezza del posto di lavoro in cambio di bassi stipendi.
E’ quasi superfluo, tra l’altro, ricordare che da anni, anche per effetto
dell’autonomia, i lavoratori della scuola, tutti, sono chiamati ad un
esercizio più elevato di professionalità, a nuove responsabilità, a nuovi
impegni di lavoro, a nuova formazione.
Nella scuola dell’autonomia va ripensato il rapporto con il personale ATA,
la cui collocazione deve essere funzionale al POF dell’Istituto. In questa
“cultura di progetto” va respinta l’esternalizzazione.
In particolare, va ristabilito e acquisito stabilmente il principio
dell’organico funzionale pluriennale, in modo da garantire alle scuole la
possibilità di “pensare e organizzare” l’offerta formativa.
Decisiva è la soluzione della questione precariato. La permanenza di un
numero così elevato di personale precario, la cui prosecuzione del rapporto
di lavoro si mantiene ogni anno incerta e instabile, non consente il
rispetto dei diritti dei lavoratori impossibilitati ad un progetto di vita e
alla valorizzazione della professionalità e non garantisce la qualità del
servizio.
Il tempo scuola
Il tempo scuola non è una variabile indipendente rispetto al successo
formativo. E’ necessario garantire un “tempo necessario” che consenta,
accanto ai tempi distesi per l’apprendimento, anche lo sviluppo della
relazione educativa e della abilità sociali. In una società che vede nella
“velocità”, nella “competizione”, nell’affermazione dell’individuo fattori
essenziali per la realizzazione della persona, la scuola deve saper
lavorare su un registro diverso: la capacità di stare insieme, di
apprendere da soli e in forme cooperative, di ascoltare, di costruire
distinzioni e condivisioni, di riconoscere e rispettare l’altro, sono
infatti fondamentali non solo per la formazione alla convivenza democratica
ma anche per lo sviluppo sociale. Ma ciò richiede, appunto, il tempo
necessario.
La scuola di base
Molti paesi europei che si collocano tra quelli che ottengono risultati
migliori nelle indagini OCSE PISA hanno una scuola di base unitaria.
Riteniamo che si tratti di una prospettiva che va tenuta aperta anche nel
nostro paese, dove va adattata al contesto sociale e costruita tenendo conto
delle condizioni che si sono storicamente determinate.
L’obbligo scolastico
Flc Veneto condivide la scelta di elevare l’obbligo a 18 anni. Si tratta di
una opzione forte che punta all’obiettivo strategico di garantire a tutti
uno standard di formazione e di istruzione elevato: vivere, lavorare,
crescere nella “società della conoscenza” richiede competenze elevate e,
soprattutto, la capacità di costruire ed elaborare saperi da aggiornare e
mettere continuamente in discussione.
E’ però evidente che questa opzione, per non essere una mera affermazione di
principio, comporta lo scioglimento di alcuni nodi e tra questi:
a) poiché
non sembra praticabile l’ipotesi di una uscita dal sistema di istruzione
diversa da quella della maggioranza dei paesi europei (18 anni), è
necessario pensare o ad una riduzione del ciclo di base (7 anni anziché 8,
ipotesi Berlinguer) o ad una riduzione della scuola superiore (4 anni
anziché 5); da tener presente che la riduzione a 7 anni della scuola di base
comporta i problemi già emersi con la legge Berlinguer e, in particolare, la
collocazione dei docenti della scuola media e la cosiddetta “onda anomala”;
b) considerate
le finalità che deve avere la scuola, è necessario definire se ed in quale
misura l’obbligo a fino ai 18 anni debba essere finalizzato anche ad una
spendibilità locale ed immediata sul mercato del lavoro;
c) è
necessario pensare a percorsi scolastici (contenuti, orari, didattica…) che
siano in grado di garantire il successo formativo a tutti e vanno quindi
previsti ampi spazi di flessibilità e progetti individualizzati; per i
contenuti va dato spazio al “saper fare” , anche mediante progetti ed
esperienze con il mondo esterno;
d) va
ridefinito il ruolo della FP, che, anche nella nostra regione, ha
rappresentato e rappresenta una risorsa per lo sviluppo del territorio; le
ipotesi sembrano essere due, non necessariamente in alternativa: all’uscita
dell’obbligo oppure all’interno della formazione superiore per garantire
esperienze formative più ricche;
e) sono
necessari enormi investimenti, sia in termini di strutture che di personale,
perché l’offerta formativa garantisca il conseguimento dell’obbiettivo di un
forte aumento di conoscenza, di competenza, di sapere e di saper fare per
tutti;
f) l’obbligo
a 18 anni ripropone la necessità di ridefinire le competenze istituzionali
tra Stato e Regioni.
La natura di questi problemi richiede una attenta valutazione, un ampio
dibattito nel quale coinvolgere da subito il mondo del lavoro oltre alla
categoria. Potrebbe rendersi necessaria una estensione dell’obbligo
graduale, che punti all’obiettivo per fasi successive, che comunque non
dovrà essere elaborata con riguardo a tutte le sue implicazioni.
8.
La questione dei docenti del
sistema scolastico.
E’ ineludibile affrontarla in termini chiari, accettando un confronto
aperto, anche in categoria. Il rischio vero è che, in assenza di proposte,
la questione venga affrontata dal legislatore, come sta tentando di fare il
centrodestra con la proposta di legge sullo stato giuridico degli
insegnanti, proposta che va respinta.
Il punto di partenza deve essere il riconoscimento e la valorizzazione,
sociale ed economica, del personale docente. Soprattutto in questi anni essi
hanno garantito, in condizioni di difficoltà, spesso in assenza di quadri
normativi certi, negli ultimi anni, la crescita culturale ed educativa, la
formazione e l’istruzione dei giovani. Altro dato di partenza è il
mantenimento della piena contrattualizzazione del personale, che va difesa
come una risorsa per la qualità del servizio e per i diritti dei lavoratori,
a partire dal CCNL fino alle RSU di istituto.
A
partire da questi dati vanno affrontate alcune questioni che riteniamo
particolarmente significative per il personale ma anche funzionali ad una
scuola che sia maggiormente in grado di dare risposte alla nuova domanda di
istruzione. Su questi nodi la categoria deve essere coinvolta sia nella fase
di discussione ed elaborazione sia in quella della decisione. Ci sembra però
necessario che il sindacato definisca la sua proposta su:
a) questione
salariale: come valorizzare e finanziare la funzione docente, di tutti i
docenti? in che rapporto devono stare il riconoscimento economico del
lavoro “d’aula” (dalla preparazione professionale alla lezione…) con tutto
ciò che l’autonomia progettuale e la scuola come organizzazione richiedono?
b) orario
di lavoro: è corretto mantenere l’attuale struttura oraria contrattuale o,
fermo restando l’orario di lezione, vanno ripensati la funzione docente, i
modi di partecipazione alla vita della scuola, una ripartizione dell’orario
(tra lezione e attività funzionali) è decisa dal CCNL?;
c) problema
“carriere”: in realtà non si tratta di “carriere” ma esiste una domanda in
categoria di riconoscere anche economicamente e valorizzare il diverso
contributo alla vita della scuola, in termini di tempo, di responsabilità,
di preparazione, di elaborazione; la condividiamo e, se sì, quale risposta
intendiamo dare?
d) formazione
in servizio: se è una risorsa strategica, come garantire che tutto il
personale sia coinvolto in una formazione efficace?
FLC CGIL del Veneto ritiene che su questi punti si debba aprire una
discussione in sindacato che porti ad una proposta da presentare in
categoria, anche allo scopo di evitare di subire l’iniziativa di soggetti
interessati semplicemente ad una riduzione di spesa, ad una contrazione del
potere contrattuale o, peggio, ad utilizzare i problemi aperti per
attaccare la scuola statale. Decide per questo di avviare un proprio
percorso di riflessione, anche come contributo alla prossima piattaforma
contrattuale.
9.
Università e ricerca
Nel
predisporre un documento che possa stimolare un dibattito tra gli iscritti
FLC del Veneto al fine di costruire un programma per il settore Università e
Ricerca partiamo dall’elaborazione sviluppata in questi anni di
“contestazione” alle scelte governative sottolineando i nodi principali che
non possono essere elusi e che vedono i soggetti interessati uniti nel
riconoscere i problemi, le difficoltà, ma spesso divisi sulle soluzioni che
possano effettivamente portare ad una nuova definizione del sistema
universitario e del sistema enti di ricerca adeguato alle esigenze di una
moderna società. E’ nostra intenzione coinvolgere una pluralità di soggetti,
perché le differenti situazioni ambientali (basti pensare alle differenze di
situazioni sia logistiche che di finanziamenti tra diversi atenei o tra i
diversi EPR) e le differenze di tematiche e di strumenti tra i diversi
settori disciplinari condizionano la definizione di analisi e di strumenti
adeguati per la risoluzione dei problemi.
Per il momento cercheremo di elencare i temi
più importanti da discutere, riservandoci una completa formulazione del
documento alla fine del percorso.
a)
Risorse
Il dibattito dell’ultimo periodo si è
necessariamente concentrato sul tema risorse (finanziarie e personale)
perché, se è vero che non bastano molti finanziamenti per avere un buon
sistema universitario e di ricerca, è altrettanto vero che al di sotto di
una certa soglia di risorse, quale quella attuale il sistema è destinato a
morire. La nuova legge finanziaria ha dato un po’ di respiro agli atenei, ma
sta condannando ad una lenta agonia enti di ricerca quali il CNR.
Tenendo conto di un inevitabile adeguamento
degli stanziamenti devono comunque essere ripensate le modalità della loro
distribuzione che non favoriscano solamente la ricerca applicata,
magari di moda, le lobbies potenti o grandi Università o gruppi di ricerca,
costringendo spesso a pretestuosi accorpamenti di gruppi di ricerca o a
continui e non produttivi cambiamenti di ricerche. Non si rimpiangono i
finanziamenti a pioggia senza rendiconti e valutazioni, tuttavia vanno
pensate modalità di erogazione di risorse che possano produrre ricerca
diffusa e di qualità, sia essa di base che applicata.
b)
Autonomia
Non
occorre ricordare l’importanza nei nostri settori dell’autonomia di
didattica e di ricerca, tuttavia quelli che devono essere ridefiniti sono
gli strumenti e gli organismi che garantiscono tale autonomia, quali CUN o
CRUI, e la loro relazione con il sistema centrale, Ministero, e l’esecutivo.
c)
Ordinamenti didattici
Nel dibattito all’ordine del giorno sulla
riforma degli ordinamenti è necessario svolgere una riflessione che permetta
di comprendere come questa sia in grado di rispondere alle esigenze che ne
costituivano il presupposto, cioè alla necessità di avere un maggior numero
di studenti con un titolo di studio. Occorre poi valutare come questo titolo
possa essere adeguato alla formazione di un cittadino più consapevole e
critico, di un lavoratore capace non solo di rispondere alle immediate
esigenze del mercato, ma anche di poter innovare il nostro sistema
produttivo e anche di ricercatori.
Questo porta necessariamente a nuove
riflessioni, la prima legata alla definizione di aggiornati strumenti
didattici, non solo legate agli strumenti informatici per la formazione a
distanza, la seconda deve essere rivolta agli strumenti per la formazione
degli insegnanti e ad al ruolo delle SISS, infine ruolo cruciale assume la
formazione dei ricercatori e le politiche del reclutamento
d)
Reclutamento
La crisi che stanno vivendo i nostri settori
non è determinata solamente dalla carenza di risorse, ma dalla crisi di
prospettiva che stiamo vivendo, pochissimi sono i giovani che entrano
all’Università e nel mondo della ricerca, sempre in condizioni di precarietà
e di bassi stipendi che spesso non permettono le selezione dei migliori. E’
indispensabile trovare immediatamente strumenti per la formazione ed il
reclutamento straordinario di giovani ricercatori, altrimenti il vuoto
generazionale che si sta creando creerà un danno irrimediabile al sistema.
e)
Stato giuridico docenti
A seguito del dibattito sorto dopo la
presentazione del ddl Moratti riteniamo necessario definire uno stato
giuridico che parta dalla valorizzazione delle risorse esistenti,
salvaguardando la specificità della funzione docente che coniughi in maniera
inscindibile didattica e ricerca, comprendendole sia nella valutazione che
nella progressione di carriera.
f)
Personale
Anche nel campo delle politiche per il
personale deve essere invertita la tendenza che mira solamente al risparmio
della spesa ed alla precarizzazione. E’ infatti noto che Università e EPR
per poter funzionare ed avere prodotti di qualità necessitano di diverse
figure professionali con diverse competenze.
Le figure dei ricercatori e tecnologi devono
essere valorizzate e lo sbocco contrattuale deve comunque porli in relazione
con le figure professionale dei docenti o dei tecnici universitari di
elevata professionalità.
Anche per le altre figure professionali è
necessaria una valorizzazione, facendo in modo che i contratti abbiano
definizioni e scadenze certe. Devono essere adeguati gli organici che negli
ultimi anni hanno subito una crescente riduzione, precarizzazione e
svalutazione.
g)
Ricerca
Innanzitutto deve essere valorizzato il ruolo
della ricerca all’interno dell’Università e degli EPR, soprattutto quella di
base, non si può pensare ad uno sviluppo non solo della ricerca, ma anche
delle sue ricadute nel sistema produttivo senza una ricerca di base diffusa
ed innovativa. E’ necessario anche un forte interscambio tra tutte le
strutture di ricerca, siano esse pubbliche o private.
Padova, 20 gennaio 2005
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