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RELAZIONE INTRODUTTIVA

 COMITATO DIRETTIVO NAZIONALE FLC Cgil

Roma, 19 e 20 maggio 2005 

Con il Direttivo del 26 e 27 aprile scorsi abbiamo aperto formalmente il nostro percorso congressuale.

Lo abbiamo fatto, lo ricordo, a partire dai nodi principali delle politiche organizzative: la rappresentanza, le trasformazioni in corso, il modello sindacale.

Oggi la nostra riunione prosegue questo percorso chiamando il Direttivo a fare i conti con le questioni dal punto di vista della politica, cioè delle linee guida per il Congresso della nostra organizzazione.

Mi sono sforzato di predisporre una relazione introduttiva (frutto di un lungo lavoro di Segreteria) molto strutturata perché, oltre ad offrire ragionamenti politici ed indicazioni su scelte da compiere, essa vuole suggerire anche un metodo di lavoro.

Aver chiaro e condividere un metodo per discutere ed impostare la riflessione serve per scongiurare il rischio che  la somma delle tante questioni connesse alla nostra nascita recente travolgano e rendano dispersiva, o elitaria, la discussione congressuale. 

Per la FLC il prossimo Congresso non rappresenterà solo una scadenza fondamentale, come per tutta l’organizzazione, ma rappresenterà una grande occasione per rafforzare il suo processo costitutivo e in quest’ottica dobbiamo muoverci coerentemente. 

(l’itinerario confederale)

Vediamo innanzitutto di stabilire dove siamo sull’itinerario confederale.

La segreteria della Cgil ha proposto al gruppo dirigente di lavorare per costruire un congresso a tesi anziché a mozioni contrapposte, come è stato dal 1990.

Dal punto di vista della forma ciò significa che si lavorerà per un documento congressuale a tesi, che esse avranno una stesura condivisa, che potrebbero ipotizzarsi alcune limitate o limitatissime tesi differenziate nel caso in cui esistano radicali diversità di valutazione inconciliabili in sede di dibattito preparatorio.

Pertanto, in questa ipotesi, i delegati ed i gruppi dirigenti verranno eletti mediante il voto al documento congressuale.

Il gruppo dirigente ha dato mandato alla segreteria ed alle commissioni congressuali di verificare concretamente la fattibilità di questa via.

L’esito non è scontato, dipende ovviamente dai contenuti, ma il nostro percorso parte in modo diverso rispetto agli ultimi Congressi, quando le mozioni contrapposte rappresentavano il punto di avvio del dibattito.

Sarebbe un approdo coerente con la nostra storia: infatti, l’esperienza unitaria di questi anni è stata vera, non semplicemente giustificata  dall’esistenza del Governo Berlusconi.

Per questo vale la pena di offrire, nella chiarezza delle posizioni e senza costruire soluzioni pasticciate sulla definizione dei gruppi dirigenti, di provarci, offrendo con questo possibile (ed auspicabile) esito anche un segnale importante al centro sinistra. 

Le prossime settimane ci diranno se ciò sarà praticabile e convincente.

Questo mandato riguarda una parte fortemente maggioritaria dell’attuale gruppo dirigente.

Resta ferma ovviamente la possibilità di presentare mozioni alternative  secondo le modalità stabilite nel Regolamento congressuale e nello Statuto per gruppi di compagni e compagne che ne ravvisassero la necessità politica (e già alcuni compagni hanno dichiarato questa intenzione). 

Sui documenti congressuali (questa è l’esatta definizione regolamentare) licenziati dal Direttivo confederale si faranno i congressi, si eleggeranno i delegati ai congressi successivi, si costruiranno i gruppi dirigenti. 

(il nostro Congresso)

Nel nostro caso, è solo un inciso, noi faremo tre Congressi: uno di scioglimento del sindacato scuola e uno di scioglimento del sindacato università e ricerca e, a platee unificate, uno costitutivo della Federazione.

Il Regolamento confederale definirà le regole per la composizione della platea congressuale del nostro Congresso costitutivo, cioè se il rapporto iscritti/delegati dovrà essere identico per le due ex categorie, o potrà essere diverso e se, in questo caso, si dovrà definire una delega “pesata” (considerato il diverso numero di iscritti che ha concorso all’elezione di un delegato) o altre modalità ancora.

E’ chiaro che quest’ultima questione non riguarda tanto la costituzione dei gruppi dirigenti, per i quali non vedo ragioni di preoccupazione nella composizione né rischi di scomparsa di comparti costitutivi la FLC, quanto  la parte relativa alle decisioni politiche.  

(il nostro contributo congressuale)

Ferme restando eventuali altre modalità che verranno disciplinate dal Regolamento congressuale confederale, le categorie possono affiancare al/ai documento/i congressuale/i confederali propri contributi congressuali.

Essi non concorrono ad eleggere delegati ma rappresentano un arricchimento del dibattito ed esplicitano l’orientamento della categoria su materie di competenza.

Noi proponiamo al Direttivo di assumere questa decisione, così da  non limitarci,  nel Direttivo di luglio, a licenziare i soli materiali “di ordinanza” che ci competono, cioè il Regolamento congressuale e lo Statuto. 

(la natura del nostro contributo)

Ordinariamente, nelle categorie che rappresentano già un’istanza congressuale, i contributi alla discussione hanno prioritariamente lo scopo di compiere un bilancio da un Congresso all’altro, di puntualizzare orientamenti e valutazioni rispetto ai principali temi di categoria partendo da un patrimonio di elaborazione ed iniziativa noto, discusso, condiviso e votato. Un patrimonio spesso sedimentato in lunghi anni.

Questo abbiamo fatto, fino ad ora, ognuno di noi per i Congressi delle nostre precedenti  categorie di appartenenza.

La Federazione Lavoratori della Conoscenza è in una situazione diversa.

La nostra situazione è diversa perché:

a) la nostra Federazione ha l’esigenza di definire la propria carta di identità, la propria “weltanschaung”, le ragioni politiche della sua esistenza (che non sono la somma dell’esistente) ora che, con il Congresso costitutivo, diventa maggiorenne abbandonando la sua natura di Federazione di II° livello.

La nostra costituzione, ci siamo detti più volte, non può limitarsi ad un processo organizzativo ma deve vivere nella politica definendo le proprie peculiari caratteristiche.

Noi abbiamo bisogno di dire chi siamo, di trovare le radici nel futuro, di esplicitare la nostra proposta programmatica.

Se non costruiamo la nostra identità ci condanneremo a vivere come naufraghi di navi che non ci sono più, ospiti di un’isola che non sentiamo nostra se non per il mero valore d’uso.

b) lo scenario politico, sociale e culturale, economico relativo al vasto mondo della conoscenza è talmente cambiato che sovente ci si muove a tentoni e non si colgono per intero le implicazioni politiche che derivano da questi inediti scenari. Le nostre regole di interpretazione dei fatti non ci aiutano più e sono superate. Per dirla con un’immagine: è la Moratti che ha originato questo grande dissesto nei nostri apparati oppure le sue politiche sono il prodotto deformato di fatti che hanno profondamente squassato i sistemi mondiali e che non siamo stati in grado di cogliere a sufficienza? 

Per le profonde implicazioni derivanti dai motivi sopra indicati, vi proponiamo quindi di assumere per il nostro contributo congressuale la necessità di indicare un nuovo punto di vista condiviso piuttosto che operare per sommatoria di precedenti posizioni.  

(un contributo organico o a tesi?)

Anche  il nostro contributo al dibattito congressuale, come per i documenti confederali,  va  definito  nei suoi tratti peculiari rispetto al percorso politico che intendiamo mettere in campo per il nostro congresso.

In sostanza, compagne e compagni, lavoriamo prefigurando un testo compatto, cioè unico e organico, oppure un testo a tesi?

Io penso che il nostro contributo debba avere una struttura compatta e che, ferme restando le modifiche che verranno registrate sulla base del dibattito congressuale, esso debba offrirsi alla discussione in modo organico e compiuto.

Il ragionamento sotteso a quanto appena affermato punta a costruire un unico documento per la Federazione ed esclude un modello a tesi (comprese le tesi alternative, quindi): è un valore che si costruisca a partire da un comune filone l’identità del nostro nuovo sindacato,  sarebbe un approdo coerente con la nostra esperienza di questi anni.

E’ evidente che, anche in questo caso, saranno i contenuti a dirci se questa operazione è percorribile e convincente o se invece avremo contributi diversi ed alternativi sui quali riflettere.

Meglio una possibile contraddizione nostra rispetto all’eventuale ed auspicato percorso unitario confederale che alimentare malessere fra di noi. 

(lavorare davvero per un’alta partecipazione al dibattito)

L’obiettivo di un’alta partecipazione ai Congressi deve essere assunta esplicitamente,  come un vincolo, un obiettivo al quale tutti ci impegniamo .e la cui acquisizione richiede scelte coerenti.

Anche per questa ragione un contributo di categoria deve assumere esplicitamente l’obiettivo di essere breve e leggibile.

Breve, significa attorno alle 8 pagine.

Leggibile, significa pensato e scritto consapevolmente soprattutto per quel gran numero di nostri iscritti (oltre 40.000 dall’ultimo Congresso del 2002, cioè oltre il 25% della nostra intera organizzazione) che saranno chiamati per la prima volta a partecipare ad un Congresso, che hanno storie politiche molto diverse dalla maggioranza di noi (o non ne hanno nessuna), che usano altri linguaggi.

Per questo propongo un documento breve.

Inoltre, per evitare inutili e faticosi equilibrismi redazionali, propongo che il testo sia completato da schede sui sette comparti che noi organizziamo (alta formazione, formazione professionale, ricerca, scuola statale, scuola non statale, scuola e università all’estero, università) che, utilizzando uno spazio equivalente, realizzino l’obiettivo di declinare il ragionamento generale contenuto nella prima parte nelle politiche di settore. 

(le priorità nel nostro contributo)

La Segreteria nazionale ha ampiamente riflettuto sulle caratteristiche di questo contributo di categoria, ha indicato una scaletta di massima;  poi vi è stata una prima riunione della commissione politica che, con un ottimo livello di discussione, si è confrontata su questa scaletta. Alla luce di queste sedi di discussione provo a sintetizzare una riflessione che pongo alla discussione. 

A premessa delle nostre scelte sulla scaletta dei temi collochiamo alcune precise considerazioni.

Sono quattro per l’esattezza. 

(A. un Congresso fondativo per la FLC)

Come ho già avuto modo di dire, siamo in presenza per la nostra Federazione di un Congresso fondativo, ragion per cui  occorre condividere e definire con chiarezza nel percorso congressuale la nostra natura originaria.

Pensate che, nonostante la buona diffusione del nostro nuovo logo, il 90% dei partecipanti al Congresso non ne sa nulla e ha bisogno di capire le ragioni costitutive. Non possiamo considerare questo passaggio né inutile né scontato. Avremo sicuramente sorprese, non tutte gradevoli. Potremmo trovarci con l’unificazione in bilico. 

(B. a Congresso alla vigilia di una nuova fase politica)

La seconda considerazione attiene al fatto che al termine del nostro Congresso dovremo fare i conti con un cambio di fase politica.

Mi riferisco alle elezioni politiche del 2006 ed al cambio di fase che ci sarà sia se dovesse, dio non voglia!, rivincere questa maggioranza, sia, come noi ci auguriamo, se dovesse prevalere lo schieramento del centro sinistra (Catania insegna che nulla è scontato).

Pertanto è necessario che noi si abbia ben chiaro questo rapporto con il nuovo quadro di riferimento, che il Congresso discuta anche del rapporto con la politica e con il quadro politico a partire dalle nostre proposte programmatiche e da alcuni valori e obiettivi condivisi da decine di migliaia di persone mediante la discussione congressuale.

Altrimenti saremmo di fronte ad una grande delega al nuovo gruppo dirigente ed alla percezione di un Congresso che rinuncia ad un’occasione. 

(C. le scelte della Conferenza di Programma non sono archiviate)

La terza considerazione attiene alla Conferenza di Programma conclusasi pochi mesi fa. Quelle scelte, non ho alcun dubbio, rappresentano il fulcro del nostro Congresso.

Il nostro gruppo dirigente, la Cgil, le persone che abbiamo coinvolto hanno apprezzato il lavoro svolto da ottobre 2004 a marzo 2005.

Una discussione di ottimo livello che non ha precedenti per intensità ed estensione;  una potenza organizzativa di tutto rispetto scesa in campo; una buona capacità di elaborazione.

Tutti noi abbiamo riconosciuto che:

   la discussione avrebbe dovuto continuare dopo l’11 marzo per affrontare temi solo accennati in questa prima fase;

  nonostante il grande impegno di tutta la nostra organizzazione, non avevamo ancora raggiunto il grande corpo dei nostri iscritti.

Il congresso rappresenta l’occasione per discutere in modo capillare e per ratificare democraticamente le posizioni espresse in Conferenza.

Non basta che su quelle posizioni siamo d’accordo noi, debbono esserlo – avendone discusso - anche coloro in nome dei quali agirà il prossimo gruppo dirigente.  

(D. la nostra autonomia)

La quarta considerazione attiene all’autonomia del sindacato.

L’autonomia non è una condizione dello spirito né una riduzione del nostro ruolo all’enunciazione di una serie di no ripetuti e continui. Questa è, semmai, marginalità.

La FLC soffre, per crisi da sviluppo, di una carenza da proposta in vasti settori della propria attività e ciò potrebbe determinare una riduzione della nostra autonomia in una fase nella quale saremo sollecitati a mettere in campo contributi e progetti e a misurarci su quanto proposto da altri.  

Un contributo congressuale nostro deve mirare a dare risposte a queste quattro considerazioni.

Vi propongo una ipotesi di lavoro molto selettiva, che sceglie sulla base di un esplicito ragionamento politico, ben sapendo che la discussione congressuale avrà modo di misurarsi su tanti temi che, trattati nei documenti congressuali confederali, completeranno la nostra riflessione. 

(una ipotesi di scaletta)

Per quanto riguarda i problemi principali da affrontare nel contributo di categoria vedo  una serie di questioni (quattro per l’esattezza), tutte parimenti importanti . 

(I°, la conoscenza, un bene comune)

Un primo blocco di argomenti riguarda la necessità di misurarsi con  il tema della conoscenza e del suo ruolo in una società  che, soprattutto a partire dall’ultimo decennio del XX secolo, ne ha messo in crisi la visione tradizionale.

Mi riferisco sia alla sua struttura a diverse filiere (scuola, università e ricerca) sia per quanto riguarda il rapporto con il lavoro e l’occupazione. 

Questa situazione è destinata a proiettarsi ben oltre il primo decennio del nostro secolo e impone una coerente soluzione di continuità nell’analisi per quanto riguarda il tema della conoscenza ed il suo ruolo.

Questo blocco di questioni è ciò che in termini canonici si chiama l’analisi della fase e con l’analisi dobbiamo misurarci con il coraggio di percorrere strade completamente nuove.  

Da questo punto di vista è fondamentale leggere il nuovo contesto secondo il punto di vista nuovo che è rappresentato dal nostro mettere insieme la conoscenza non più secondo le filiere produttive classiche (scuola-università-ricerca-ecc.).

Questo approccio, ad esempio, è destinato a mandare in crisi una visione della conoscenza come fattore principalmente votato a garantire le condizioni di base per costruire l’operaio o il tecnico.

Non solo, ci impone un’ottica e una visuale molto più ampia di prima, visto che ha come confine ravvicinato l’Europa e come proiezione il mondo. 

Appartiene a questo ambito di riflessione il grande tema dei beni comuni.

Come sapete sono considerati, da un’elaborazione ormai abbastanza consolidata, beni comuni l’acqua, l’aria, lo spazio, l’energia, la biodiversità, il territorio e il paesaggio, le risorse agroalimentari, i beni artistici e culturali, la conoscenza.

Essi costituiscono un patrimonio inalienabile dell’umanità da tutelare anche al fine di garantire i diritti delle generazioni future, gli interessi generali dell’umanità e la conservazione delle condizioni vitali del pianeta.

Da questo approccio deriva che:

   nel trattamento dei beni comuni, le attività economiche e sociali, costituite in qualsiasi forma giuridica, sono tenute ad operare nel rispetto del principio di libera diffusione della conoscenza scientifica ed umanistica, garantendo il diritto di accesso  ad esse a tutti gli esseri umani;

  
i beni comuni non possono essere soggetti a brevetti, a sfruttamento intensivo, né possono essere mercificati, privatizzati, o fatti oggetto di accordi commerciali nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio;

la gestione dei servizi connessi ai beni comuni deve avvenire secondo le politiche pubbliche e con forme di partecipazione diretta che escludono il ricorso a forme privatistiche e di mercato. 

Questo collegamento fra conoscenza e beni comuni, che rappresenta un enorme salto culturale rispetto all’elaborazione dell’ultimo secolo in materia, significa che la funzione della conoscenza non è solo funzione dello sviluppo ma che essa si radica nella possibilità di trasformare in direzione diversa il mondo e che le sue forme e regole devono rispondere ad alcuni principi precisi di carattere sovranazionale.

Le ricadute sul versante dell’iniziativa politica e sindacale, della lettura del ruolo stesso della nostra categoria, sono enormi.

Per essere chiaro vorrei evitare di limitare questa tematica ad un collegamento diretto e automatico con la discussione pubblico-privato.

La questione è assai più complessa e investe temi etici, politici e perfino filosofici, e non può essere rapidamente semplificata e ideologizzata. 

Sulla base di questo ragionamento emerge  la necessità di indicare con chiarezza gli effetti che il neoliberismo produce sulle politiche relative alla conoscenza.

Fra la Moratti e la Falcucci non ci sono due decenni di differenza, c’è un abisso.

Occorre esplicitare questa nuova visione del neoliberismo rispetto alla conoscenza per evitare pratiche continuiste rispetto al passato quando sono radicalmente mutate le condizioni di contesto.

Per dirla con uno slogan, oggi la conoscenza in un modello neoliberista è funzionale al potere, per noi deve essere funzionale alla crescita e allo sviluppo della democrazia.

Con il neoliberismo, la conoscenza è terreno di investimento anche in società moderne dove pure esiste uno sviluppo sociale ed economico molto ineguale.

Essa ora non viene più solo utilizzata per sancire le differenze e per bloccare la mobilità sociale (caratteristiche che abbiamo riscontrato anche nei decenni scorsi e più volte abbiamo denunciato), ma viene utilizzata come strumento di potere in una società dove il numero delle informazioni è in rapida e costante crescita.

Viceversa, dal punto di vista del movimento sindacale, la conoscenza può essere un’arma potente sul versante della democrazia e di un altro sviluppo possibile.

D’altronde la nostra presenza e il nostro lavoro nel movimento che si è sviluppato contro le leggi Moratti, e che il 14 maggio scorso a Roma ha dato prova di rinnovata vitalità, dimostra come le politiche formative e dell’educazione non sono certo un fatto settoriale, ma un campo su cui costruire fruttuose alleanze con la società civile. Anche questo è un fattore di democrazia e di sviluppo della partecipazione in controtendenza con un’ideologia che al cittadino vuole sostituire il consumatore. 

Bello quel 14 maggio a Roma, le televisioni non sono riuscite ad oscurare, come in passato, l’avvenimento.

Siamo contenti perché le giornate europee sulla scuola le abbiamo proposte noi a Londra, siamo contenti perché siamo stati fra coloro che hanno proposto la manifestazione nazionale, e lo siamo perché noi eravamo davvero tanti.

E il ringraziamento più caldo va alle nostre strutture tutte per l’impegno che hanno messo in campo per la riuscita della manifestazione.

Ringraziare è il minimo che si possa fare. 

(II°, la Conferenza di Programma nel Congresso)

Il secondo blocco di argomenti, il cuore del nostro contributo congressuale, non può che essere rappresentato dalla nostra proposta programmatica, quella che abbiamo messo in campo fra ottobre e marzo.

Valori, scelte, priorità si stagliano in quella discussione con grande nettezza.

Essi devono diventare patrimonio condiviso e socializzato nell’intero corpo della nostra organizzazione, lievito di una nuova identità e cultura di un soggetto sindacale nuovo che non è la somma di ciò che esisteva.

Il tema è talmente presente nella nostra discussione che non credo valga la pena indugiarvi ulteriormente ripercorrendo ragioni e scelte. 

(III°, la FLC: identità, relazioni)

Il terzo blocco di argomenti riguarda noi, cioè la FLC.

E’ necessario definire bene e rendere chiare le ragioni che ci hanno fatto ritenere la nostra come una scelta vincente e non un semplice riposizionamento del sindacato.

La ragione della nostra originalità va ulteriormente scandagliata nella analisi di fase e nelle scelte che  andiamo compiendo.

Contemporaneamente deve essere evidenziata l’identità politico-organizzativa che  esprimiamo: la rappresentanza, le nostre scelte sul versante organizzativo, la nostra trama di relazioni, la nostra capacità di rappresentare soggetti nuovi e senza rappresentanza, il fatto che rappresentiamo lavoratori contrattualizzati nei settori pubblici, nei settori privati e professioni non contrattualizzate.

La discussione, bella, dell’ultimo Comitato direttivo offre una base di partenza ricchissima e molto adeguata. 

(IV°, le trasformazioni nei lavori, le politiche contrattuali)

Infine, l’ultimo blocco di questioni dovrebbe indagare sui lavori che noi rappresentiamo per coglierne le trasformazioni, le esigenze e le nuove potenzialità.

Ciò alla vigilia di un cambio generazionale senza precedenti (mi riferisco ai pensionamenti), nel pieno di processi di destrutturazione di ogni trama contrattuale, di una perdita di identità rispetto al proprio lavoro con profondi aspetti di estraniazione e di alienazione.

Un punto di vista condiviso sui lavori è fondamentale per l’azione politica e per la strategia contrattuale.

Il lavoro è cambiato tanto. Gli ultimi avvenimenti (dalla Legge 30 alle leggi Moratti) lo hanno violentato ed orientato in modo diverso. Contemporaneamente siamo vicini ad una crisi generazionale che non ha precedenti se non in un pallido paragone che si può fare con la prima metà degli anni ’60.

Evidentemente questo punto dovrà confrontarsi sulle ricadute relative alla contrattazione e alle scelte conseguenti.

In particolare dovremo mettere sotto osservazione il modello contrattuale per decidere quali sono le ipotesi che mettiamo in campo per rafforzarlo.

Abbiamo davanti scelte molto complesse, cito una condizione di contesto per farmi capire.

L’aumento costante dei casi di “bornout” dei docenti probabilmente ci costringerà ad affrontare la complessità della prestazione lavorativa tenendo conto anche della drammaticità di questo aspetto e potrebbe riposizionare su un altro terreno temi che fino a poco tempo fa sono stati affrontati solo rispetto al rapporto con la dimensione collegiale della prestazione. 

Questo discorso sui contenuti del lavoro è più che mai attuale, visto il tentativo del governo – benvisto anche dagli industriali – di rinviare, ma si dovrebbe dire annullare, i contratti pubblici e quelli privati. La questione contrattuale oggi aperta all’interno di uno scontro senza precedenti va ben al di là dell’aspetto salariale e di quello delle relazioni sindacali perché coinvolge il concetto stesso di lavoro e il suo esplicarsi. Senza contratto c’è arbitrio e giungla, a maggior ragione in un momento in cui l’organizzazione del lavoro nei nostri settori si complica, perché gli impegni sono più elevati a fronte di domande più complesse.

Sul contratto e sulla lotta per il contratto non ci sono deroghe.

Ecco perché oggi andremo al picchetto davanti a Palazzo Chigi e perché scatterà, in presenza di esiti negativi nel confronto con il Governo, una lotta generale di tutto il mondo del lavoro. 

(prima conclusione)

Questi i punti sui quali a nostro avviso è possibile articolare un contributo di categoria che risponda al quadro di ragionamento che vi ho proposto.

E’ evidente che questa articolazione di ragionamento tiene conto del fatto che ci sono tesi confederali che inevitabilmente, e giustamente, affronteranno tutte le questioni più generali e specifiche che io qui ho volutamente tralasciato. 

(la commissione politica)

La commissione politica ha fatto la scorsa settimana una prima discussione.

Ci siamo dotati di una commissione robusta. Vorrei soffermare la vostra attenzione  sul fatto che siamo tanti, che ci conosciamo poco, che c’è una rappresentanza complessa e che va trovato un equilibrio nelle presenze fra nazionale, regionali, province.

La discussione della Commissione ha offerto innanzitutto uno spaccato sui diversi approcci all’impostazione del Congresso, di cui dicevo  all’inizio.

Inevitabile e giusto che così sia stato fra adesioni al percorso da verificare, domande, rinvii di giudizio. 

La discussione della Commissione politica ha messo anche in luce il rischio che la nostra discussione congressuale si svolga in modo profondamente separato fra comparti contrattuali ognuno alla ricerca delle proprie emergenze e delle proprie identità.

Così come è emerso il rischio di una discussione generalista, cioè di tutto e tutto condensato. 

(un Congresso che ricerca e coinvolge)

La Segreteria ritiene che a queste preoccupazioni si debba fare fronte  anche mediante una modifica esplicita dell’impianto tradizionale di svolgimento dei congressi italiani, avvicinandoci così alle migliori esperienze europee.

Mi riferisco alla necessità di individuare esplicitamente alcuni temi sui quali apriamo, per tutto il percorso congressuale, la discussione ma anche la ricerca e lo scavo da concludere con la discussione e votazione di vere e proprie risoluzioni al Congresso nazionale. 

Provo a formulare una proposta che funziona se è molto contenuta (poche questioni non decine) e trasversale (cioè i temi possono essere discussi senza alcun artificio da tutti i nostri comparti perché sentiti come propri). 

(I° la precarietà)

La precarietà è il primo tema.

Nei nostri comparti c’è un esercito di precari. Sono circa 300.000.

Che cosa significa la precarietà per le persone, per i luoghi di lavoro e per le istituzioni?

Quali possono essere i problemi occupazionali e retributivi che ne derivano?

Chi sono i precari e che cosa pensano, sognano, rivendicano, contrattano?.

Quale idea hanno sul sindacato?

Quali i linguaggi, i valori, le attese?

Come può il sindacato intercettarli e non presentarsi loro solo come un’agenzia, sia essa di servizio o solo di iniziativa politica?

Che cosa significa fare i conti con la precarietà per un sindacato che organizza prevalentemente lavoratori a tempo indeterminato e diretto da lavoratori a tempo indeterminato e mediamente con 45-50 anni d’età, pur portati molto bene!

Occorre dare risposte a queste domande, dotarci di un potente apparato conoscitivo della situazione concreta e di capacità di elaborazione.

La precarietà rappresenta un evidente tema trasversale fra tutti i comparti della FLC, e riteniamo che vada indagato e discusso. 

(II° la società della conoscenza)

Il secondo tema nasce dalla necessità di definire, dal punto di vista del sindacato, che cosa sono la società della conoscenza e l’economia della conoscenza.

Tutti ne parliamo ma non andiamo oltre poche frasi fatte.

I più colti citano il libro bianco, Delors e Cresson.

Alcuni arditi vanno oltre, ma sono rari ed incerti.

In particolare, le conseguenze che se ne traggono, fino ad ora, sono dentro ad un impianto ancora molto approssimativo.

Eppure,  se hanno un minimo di fondamento frasi  come queste “Il capitale fisso oggi necessario per creare ricchezza non è la terra né il lavoro fisico né le macchine utensili né gli stabilimenti: è un capitale fatto di conoscenza.” (Thomas A. Stewart) oppure “E’ il capitale intellettuale la forza dominante, l’elemento più ambito della nuova era. Nella new economy sono le idee, i concetti, le immagini – non le cose – i componenti fondanti del valore.” (Jeremy Rifkin), questa riflessione si impone per individuare gli obiettivi da raggiungere.

Compagne e compagni, la Cgil a metà degli anni ’50 si interrogò a lungo sulla natura dello sviluppo industriale che allora cominciava il suo decollo nell’industria metalmeccanica in particolare e ne trasse indicazioni politiche e contrattuali che, per certi aspetti, continuano ad attraversarci.

Oggi siamo, sullo stesso terreno (cioè un cambiamento di fase rispetto ai settori trainanti per l’economia), di fronte alla stessa sfida.

Lungi da me e dalla Segreteria il pensare ad un approccio teorico o sociologico.

La questione è tutta sindacale e fonda la nostra esistenza, la nostra ragion d’essere come FLC.

Se è chiaro che cosa è la società della conoscenza è chiaro che cosa siamo noi, altrimenti siamo polvere.

Ma, soprattutto, rispetto a questi temi dobbiamo contribuire a renderne chiare le conseguenze nell’azione sindacale complessiva. 

E’ un tema, per altro, di grande respiro confederale perché se mutano le basi materiali dello sviluppo è evidente che lo stesso sindacato è chiamato ad un profondo cambiamento. 

(III° l’autonomia)

Infine, il terzo ed ultimo tema riguarda l’autonomia, le autonomie, il territorio.

Tema di straordinarissima attualità e di grande radicalità nelle sue conseguenze. Affrontato fino ad ora sul versante organizzativo, o della battaglia politica spicciola o mettendo in campo una pratica gattopardesca per cui il totem del centralismo e della burocrazia prosperano felici.

Non sto pensando all’orto di casa nostra, alle piccole polemiche con i dirigenti, con i rettori, o con l’Ente locale.

Sto pensando al fatto che questi equilibri incerti fra centralismo e decentramento si riproporranno in tutta la loro intensità e noi dobbiamo avere chiaro il nostro approccio.

Che cosa significa legislazione concorrente per un sindacato?

Può esistere l’autonomia senza una valutazione di sistema che solleciti per gli enti pratiche autovalutative?

Come si esprimono una vertenzialità ed un ruolo politico su questi terreni?

La Conferenza di Programma ha già indicato gli assi del nostro ragionamento. Dobbiamo andare oltre.

L’autonomia, le autonomia sono uno strumento potente per ridare visibilità e protagonismo agli strati intermedi della società e dei corpi sociali, per dare consistenza al territorio.

Il protagonismo che noi rivendichiamo come una scelta di metodo e di merito non vale solo per discutere le proposte che altri hanno il dovere di definire ma anche per rendere esplicita una nostra funzione propositiva.

Contemporaneamente vanno evitate percezioni in base alle quali tutto ciò che si decentra è bello in sé, come se il rischio di una cultura centralistico scomparisse appena superato il cartello stradale di Roma.

Nei prossimi vent’anni la tendenza sarà a decentrare massicciamente gli stati.

E’ una tendenza di lungo periodo e noi dobbiamo confrontarci con essa fino in fondo, anche leggendo e studiando, discutendo, non solo andando a fiuto.

L’autonomia ed il territorio diventano quindi temi da scavare in profondità rifuggendo da frasi rimasticate ed avendo chiaro che il nostro Programma per la Conoscenza si regge, per unanime convinzione, su questa risorsa ed in base a questa afferma che si può abrogare la Moratti e che non è necessaria un’altra legge organicamente compiuta e finita. 

(seconda conclusione)

Se condividiamo la scelta di individuare questi tre temi come elementi sui quali prevedere un percorso congressuale “rafforzato”, da cui poi dovranno scaturire esplicite decisioni sul terreno  della proposta e dell’azione sindacale,  l’ipotesi che facciamo è che la discussione su di essi non sia limitata all’interno dei soli contributi congressuali, ma che diventi l’occasione per organizzare nei territori momenti di approfondimento, elaborazione e discussione in grado di coinvolgere non solo i nostri iscritti, ma anche lavoratori a noi vicini.

Penso, solo per fare un esempio all’opportunità di coinvolgere i docenti universitari e i ricercatori che su questi temi hanno fatto ricerche e studi, oppure ad una serie di confronti che seguono e si intrecciano con la nostra discussione congressuale.

Questo percorso ci consentirebbe da un lato di arricchire la nostra elaborazione, arrivando al congresso nazionale forti del contributo dei territori, dall’altro di ampliare la platea delle persone che guardano con interesse alla nostra azione e alle nostre proposte.

Insomma, vi proponiamo di fronte ad uno scenario complesso, ma molto interessante, di rilanciare, cioè di alzare il livello della nostra iniziativa anche nel modo di fare la discussione congressuale.