![]() |
|
|
|
|
XV Congresso della CGIL I Congresso Regionale della FLC CGIL Vicenza 9/10 gennaio 2006 Relazione introduttiva di
Antonio Giacobbi segretario generale 1. dall’ultimo congresso ad oggi sono aumentati gli iscritti: al 31 dicembre 2000 ( data di rilevamento utile per il congresso del 2002) erano 6925, (6232 appartenenti allo SNS, 693 allo Snur); sono 9700 al 31 dicembre 2004 (8870 provenienti dal SNS, 830 dallo Snur); in questi mesi sono cresciuti ulteriormente; 2. è cresciuto notevolmente il consenso in categoria: nelle elezioni delle RSU nel comparto scuola del 2003 la CGIL diventa il primo sindacato della regione con oltre il 36% dei voti; siamo il primo sindacato in sei province su sette, comprese quelle, come Verona e Venezia nelle quali partivamo da un dato già alto nelle elezioni precedenti; lo stesso buon risultato è confermato dalle elezioni delle RSU nelle Università e negli Enti di ricerca che si sono tenute nel 2004; 3. a molte assemblee di base della scuola hanno partecipato numerosi lavoratori non iscritti, evidentemente interessati a conoscere più a fondo le nostre elaborazioni. A cosa si deve dunque una partecipazione degli iscritti sicuramente elevata ma non soddisfacente? Pur tenendo conto di situazioni contingenti (si erano svolte da poco le assemblee sulla chiusura del contratto scuola, il congresso unitario non ha probabilmente stimolato la partecipazione ai fini della “conta” tra i sostenitori dell’una o dell’altra mozione…) credo rimanga sul terreno un’ipotesi. La linea perseguita in questi anni dalla CGIL, dalla Confederazione e dalla categoria, la sua analisi, la sua iniziativa di contrasto alle politiche neoliberiste del governo e alla cultura egemone nel paese, hanno fatto maturare tra i lavoratori un consenso ampio e diffuso nei confronti della nostra organizzazione. Tuttavia questo consenso e questa fiducia non si traducono subito in adesione o in partecipazione. L’adesione, e quindi l’iscrizione, hanno spesso altre motivazioni e dipendono anche dalla qualità dei servizi di tutela e di rappresentanza che offriamo. La partecipazione, invece, rimane più bassa: da un lato sembra essere più omogenea ad un modello di società e ad un pensiero diffuso che vedono calare in questo paese la democrazia ed aumentare la delega; dall’altro sembrano prevalere in questi anni le associazioni o i comitati che sorgono attorno ad un problema, ad una iniziativa, ad un obiettivo, ad uno scopo parziale. Se riflettiamo su questi elementi, dobbiamo concludere in ogni caso che il permanere della forza organizzata del sindacato sia nel nostro paese un fatto straordinario. Per mantenerla ed accrescerla, penso che dobbiamo lavorare in due direzioni: da un lato rimanere coerenti e conseguenti a ciò che abbiamo detto e fatto in questi anni; dall’altro fare uno sforzo culturale e politico per andare oltre la costrizione che abbiamo subito noi stessi avendo la necessità di difendere conquiste e valori che sono stati pesantemente attaccati, nella convinzione che la posizione di “resistere, resistere, resistere”, che è stata necessaria, è necessaria, sarà necessaria e va quindi confermata, non è però sufficiente a costruire un progetto ed una strategia. E’ quello che, a mio avviso, leggiamo nelle tesi della CGIL. “Riprogettare il paese: lavoro, saperi, diritti, libertà” non sono uno slogan ma interpretano un pensiero forte, che rappresenta non solo gli interessi dei lavoratori ma offre alle forze politiche e sociali un punto di vista sul quale confrontarsi. I nostri documenti congressuali, quelli della confederazione così come quello della FLC su cui ritornerò, dicono con forza al paese che la CGIL non è il sindacato che dice di no, il sindacato che sa solo protestare, ma è il sindacato, la più grande forza sociale del paese, che propone una via d’uscita alla crisi culturale, economia, sociale in cui da troppo tempo siamo immersi. Per riprogettare il paese dobbiamo pensare in grande. Non ci possono bastare politiche ispirate al pragmatismo, alla soluzione dei problemi dell’immediato, nemmeno alla sola difesa delle tutele sociali, che pure va tenuta ferma. Le forze politiche e sociali che hanno governato questo paese pensano ad uno sviluppo che si può solo immaginare sempre uguale a sé stesso in una linea di continuazione con ciò che è stato nel passato. Noi, al contrario, pensiamo che un altro sviluppo è possibile. Consentitemi di citare Helder Càmara: “Se do da mangiare ad un affamato mi dicono che sono un santo. Ma se domando perché quell’uomo è affamato dicono che sono un comunista”. Non sembri forzata la citazione di un vescovo cattolico: anche noi siamo quelli che si chiedono perché, che si interrogano sulle cause, che agiscono per cambiare in profondità questo paese. Non da oggi la CGIL, che è un sindacato figlio della sua storia ma autonomo dai partiti e non legato ad ideologie, dopo aver praticato e continuando a praticare la “resistenza”, propone al paese una analisi e una proposta difficile, forse ingombrante, fondata sui principi che titolano le tesi: lavoro, saperi, diritti, libertà. Proprio perché questa è la CGIL, chi governa questo paese, ed intendo non solo le forze politiche ma anche i “veri” poteri forti, hanno cercato di attaccare a fondo prima di tutto la CGIL ma in fondo, si badi bene, non solo la CGIL ma la presenza stessa del sindacato. Abbiamo resistito, a volte da soli, e questo spiega perché abbiamo consenso. Abbiamo resistito, e questo ha contribuito ad evitare la deriva del paese. Siamo fieri di ciò che abbiamo fatto in questi anni. Non riprenderò tutti i temi trattati dai documenti congressuali, che sono conosciuti dai delegati. Ne voglio richiamare brevemente tre che sono tra quelli che più marcano la nostra linea politica. Prima di enunciarli devo però ribadire con forza il principio dell’autonomia del sindacato. Lo dico a chi, fuori di noi e tra di noi, pensa che aver deciso di fare un congresso unitario, così come l’aver collocato il congresso alla vigilia delle elezioni politiche sia stata condizionato e determinato dalla situazione politica del paese. Anch’io penso, come tutti voi, che il mutamento di governo sia, più che una nostra aspirazione, una necessità per il paese. Così come sono convinto che un governo che adottasse una politica di ascolto, di confronto e di concertazione con il sindacato metterebbe lo stesso sindacato in condizioni di esercitare meglio la sua mission, nell’interesse dei lavoratori e del paese. Ma la nostra linea, e cioè le nostre proposte, sono in campo nei confronti di qualunque maggioranza di governo esca dalle elezioni. E ciò per tre ragioni. Perché un sindacato non autonomo non è un sindacato libero. Perché non saremmo credibili nei confronti dei lavoratori che rappresentiamo, di chi ci ha dato fiducia in questi anni, delle altre forze sociali, del paese. E infine perché non mi convince l’idea che il “berlusconismo”, e con tale termine intendo un misto di antipolitica, di demagogia, di populismo, il prevalere degli interessi di pochi e dei poteri forti, il tentativo di delegittimare gli stessi istituti democratici, la stessa Costituzione, le regole del vivere civile, sia (spero di poter dire presto “sia stato”) un incidente di percorso. Temo che in questo paese vi sia un dato culturale che attraversa strati sociali e che è diffuso non solo in chi si schiera politicamente a destra. Per questo è fondamentale che il sindacato, che la CGIL, sappia essere sempre coerente con le proprie elaborazione e proposte. Elaborazioni e proposte che dobbiamo esser pronti ad aggiornare, certo, a sottoporre a “pensiero critico” (lo rivendichiamo nella scuola, dobbiamo praticarlo anche noi), ma mai, dico mai, in funzione di questa o quella maggioranza di governo. Ad un nuovo governo che ci auguriamo (sarebbe ipocrita non dirlo) di centrosinistra, consegniamo le nostre analisi e le nostre proposte, così come abbiamo fatto con quello di centrodestra. Quest’ultimo non ci ha ascoltato, a volte nemmeno ricevuto. Sappiamo che il centrosinistra lo farà, perché ha una diversa idea della società e delle forze sociali, e questo è un primo elemento importante di diversità. Valuteremo le risposte che ci saranno date, a partire dall’autonomia, che riconosciamo, della politica. E’, questo dell’autonomia del sindacato, un principio su cui vi sono state nel passato valutazioni e scelte diverse anche tra di noi ma anche incomprensioni con CISL e UIL. E poiché sono convinto che l’autonomia del sindacato sia condizione sine qua per costruire rapporti unitari più forti e quindi meglio in grado di rappresentare il mondo del lavoro, condivido quanto proposto nelle nostre tesi: costruire con CISL e UIL una carta programmatica dei valori del sindacato confederale. 1. La pace Le vicende di questi anni, a partire dall’Iraq ma non solo, dicono che per molti paesi, ivi compresi quelli occidentali in cui la democrazia e i suoi valori sono conquiste ormai consolidate, la guerra è ancora considerata una delle opzioni possibili. Il paese economicamente e militarmente più forte del mondo ha fatto addirittura della “guerra preventiva” una sua teoria politica praticata nei rapporti internazionali. Noi rimaniamo coerenti con l’art. 11 della Costituzione di cui rivendichiamo il valore e la pratica politica. Per questo confermiamo che solo a partire dal valore della pace si combatte il terrorismo e si garantisce lo sviluppo dei popoli. “La pace è - come dice la tesi 1 – “l’unica strategia nazionale di sopravvivenza in un mondo globale e interdipendente”. Per questo confermiamo senza se e senza ma la nostra richiesta di ritiro dell’esercito dall’Iraq: del nostro e di tutte le truppe militari, per essere sostituite da contingenti di pace che aiutino lo sviluppo democratico di quel tormentato paese che ha già pagato duramente la dittatura. 2. La Costituzione La CGIL difende la Costituzione per i valori fondamentali che essa enuncia, a partire dalla democrazia e dal lavoro. Siamo contrari alle modifiche apportate dal centrodestra, che hanno effetti decisivi anche sulla prima parte della Costituzione, ed impegnati per questo ad abrogarle con il referendum: esse infatti, cito dalla tesi 3, “sono lesive dell’idea di democrazia e di coesione sociale che perseguiamo”. Ma siamo anche preoccupati perché la stessa modifica del titolo V approvata nella precedente legislatura ha contribuito a creare condizioni di instabilità del sistema che toccano pesantemente anche la scuola. Difendere la Costituzione vuol dire difendere la democrazia. Essa è, per definizione, “relativistica, non assolutistica, - come scrive Zagrebelsky – Democrazia e dogma, democrazia e verità assoluta sono incompatibili. La verità assoluta e il dogma valgono non nelle società democratiche ma in quelle autocratiche”. Per questo è inaccettabile che la legge Moratti abbia previsto che vanno promossi nella scuola “il conseguimento di una formazione morale e spirituale, anche ispirata ai valori della Costituzione”, come se essi fossero qualcosa di subordinato, di aggiunto, di debole, di non fondamentale. Sarebbe già questo, se il nostro non fosse un paese in cui spesso la riflessione e la pratica sui valori viene collocata in secondo piano, un motivo sufficiente per sostenere l’abrogazione della legge 53! Difendere la Costituzione vuol dire difendere la Resistenza e l’antifascismo. Siamo per questo a fianco dell’ANPI nel contrastare la proposta di legge che vuole riconoscere lo stato di militare belligerante a chi ha combattuto nell’esercito di Salò.
3. Il lavoro. Nella società della globalizzazione e della tecnica il mondo del lavoro si presenta sempre più frantumato, parcellizzato, indebolito nelle sue tutele e nei suoi diritti ma anche nel suo riconoscimento di valore sociale. Si fa sempre più forte un pensiero e una pratica in cui in cui il lavoro si afferma come valore al di fuori di ogni vincolo sociale, come pura affermazione individuale. In questo modello, mentre non si affermano specializzazioni e competenze e non si consolida lo sviluppo, si indeboliscono invece socialità e cooperazione, aumenta la precarietà, si mantiene e si alimenta l’imprenditorialità sommersa, si comprimono i salari tanto nel lavoro privato che pubblico, si tende a ridurre i diritti, aumenta l’insicurezza nei luoghi di lavoro. Sono tendenze che vanno contrastate con decisione. Serve un nuovo “patto di cittadinanza del lavoro” che -cito ancora dalla tesi 5 – “assuma da un lato il valore sociale di emancipazione e di liberazione del lavoro come volano per un maggior benessere, coesione e democrazia; dall’altro che faccia della qualità del lavoro il nesso inscindibile con una maggiore specializzazione del sistema economico in una collocazione avanzata del contesto di globalizzazione”. La precarietà non solo lede diritti, ma addirittura non serve e può perfino rappresentare un danno per l’impresa che guardi oltre il presente e per lo stesso sviluppo del paese. La CGIL conferma quindi la richiesta di abrogazione della legge 30 e la sua sostituzione con norme che evitino di tradurre la flessibilità in precarietà, anche attraverso una forte e riconosciuta presenza del sindacato e della contrattazione. La FLC Siamo, compagne e compagni, al primo congresso fondativo della Federazione dei Lavoratori della Conoscenza. Devo dire che, pur nelle numerose difficoltà che abbiamo incontrato anche in Veneto e nella consapevolezza di quelle che ci stanno dinanzi, ritengo giusta la scelta fatta dalla CGIL di costituire un unico sindacato dei lavoratori della conoscenza. So che alcuni anche tra di noi non condividono fino in fondo questa decisione. Credo sia doveroso tenerne conto, discuterne, affrontare non solo i dubbi ma soprattutto i problemi che questa scelta si pone. A me pare che la conferma di questa decisione stia proprio nelle tesi congressuali, nelle quali, lo abbiamo notato tutti ma è bene ripeterlo, il tema della conoscenza e dei saperi non costituisce un capitolo a parte ma ha un ruolo che non ha mai avuto prima d’ora e che deriva dall’assunzione che la società in cui già oggi viviamo è caratterizzata dalla conoscenza. Essa definisce anche, in modo sempre più determinante, il “contenuto” dei beni, dei servizi e delle merci che vengono prodotte. Anche in questo caso non riprendo le complesse analisi svolte sia nelle tesi congressuali della confederazione sia nel documento prodotto dalla FLC. La conoscenza non è un valore neutro. Non esiste cioè un processo lineare e coerente per cui una maggior domanda e una maggior acquisizione di conoscenza produce più democrazia, più partecipazione, più consapevolezza, più diritti e si trasferisce immediatamente sui prodotti, determina sviluppo, garantisce benessere. Nel nostro documento si dice che “la società e l’economia della conoscenza, come già avvenuto in altrui momenti di discontinuità tre i cicli produttivi e nello sviluppo, possono generare nuove potenzialità e nuove emarginazioni, nuove forme di aggregazione dei lavoratori e nuove forme di sfruttamento, nuovi spazi di libertà e nuove schiavitu’.” Ad una più attenta riflessione credo che dovremmo sostituire quel “possono generare” con “generano”. Abbiamo imparato dai classici che lo stesso sviluppo infatti non è mai neutrale. Se proiettiamo questo concetto nell’economia della globalizzazione, credo lo possiamo verificare rapidamente. Anche laddove, è il caso delle economia e dei paesi emergenti - Cina, India, Corea…- assistiamo ad un rapido sviluppo economico, legato a tecnologia e conoscenza, università e ricerca, dobbiamo constatare che esso determina nuove e maggiori contraddizioni e non assicura automaticamente l’espansione di democrazia, diritti e libertà. Avviene anzi che i paesi che rimangono confinati nell’area della povertà vedono aumentare sempre di più la distanza dai paesi ricchi. Quali conseguenze e quali coerenze ricavare per il nostro paese? Nei giorni scorsi l’Ocse ha pubblicato una ricerca relativa ai paesi membri: ne esce un quadro pesante perl’Italia. Nelle nostre Università la spesa per studente è di 8636 dollari l’anno, la media OCSE è di 10.655. Investiamo nei settori direttamente coinvolti nella scuola, istruzione, formazione e università il 4.9% del PIL contro una media dei paesi OCSE che è del 5.8%,: e la media dice ancora poco se facciamo il confronto con paesi del nord europa, come la Finlandia, o addirittura con paesi dell’EST. Abbiamo un numero di laureati nella fascia d’età 25/64 anni che è del 10% contro una media OCSE del 24%, mentre i diplomati sono nella stessa fascia d’età sono un terzo in meno della stessa media OCSE (44% contro il 66%). Il ministro Moratti ha avuto buon gioco nel replicare che i dati si riferiscono al 2003 e che quindi non è ancora possibile valutare le sorti, che sicuramente saranno magnifiche e progressive, delle sue leggi (riforme, come dice lei; deforme, come sostengono molti e anch’io). Pur tuttavia, aggiunge, alcuni indicatori sono giù migliorati. Peccato che anche la Commissione dell’Unione Europea, che ha presentato recentemente il progetto di relazione sull’attuazione degli obiettivi di Lisbona segnali invece, in un quadro di progressivo miglioramento dei paesi dell’Unione, alcuni dati negativi per l’Italia, tutti addebitabili alla politica del centro destra: dal 2000 al 2004 la partecipazione degli adulti all’istruzione è cresciuta nel nostro paese dell’1.3% mentre la media di crescita nei 25 paesi dell’UE è stata del 2%. E ancora: mentre la media di aumento della spesa in education rispetto al PIL è cresciuta nei paesi europei dello 0.28%, da noi il ritmo è molto più lento: solo lo 0.18%, un punto di PIL in meno. Addirittura, cala di tra il 2003 e ilo 2004. E tuttavia vorrei uscire dalla logica della contrapposizione dei dati per tornare sulla questione che la FLC CGIL considera di fondo. Vale per il governo di centrodestra. Vale per un prossimo governo che speriamo di centro sinistra. Vale per qualunque governo. O questo paese si decide ad investire di più in istruzione, formazione, università e ricerca, sapendo che i risultati si potranno cogliere solo tra qualche anno, o non usciamo dal tunnel buio della stagnazione. Questo paese deve avere il coraggio di guardare lontano. La nostra proposta è di passare subito al 6% del PIL. Discutiamo anche, certo, di razionalizzazione e di qualificazione, di rapporto costi/benefici, di valutazione del sistema, di incentivazioni: siamo disponibili a discutere di tutto (con serietà, naturalmente: anche di valutazione si è parlato ed operato molto i questi anni in Italia, ma, come diceva il prof. Vertecchi ad un nostro convegno a Napoli, se non se ne fosse parlato non ne avremmo sentito la mancanza). Ma aumentare la spesa è una scelta fondamentale, è condizione necessaria, anche se non sufficiente. Si tratta poi di decidere in quale direzione investire le risorse. Per quale scuola, per quale Università? La nostra posizione è chiara. Richiamo per intero quanto contenuto nel documento per il congresso della FLC e in particolare nel Programma per la conoscenza. Non è un caso che siamo stati l’unica categoria a produrre tale elaborazione. Ne sottolineo solo alcuni punti. Non abbiamo cambiato idea perché è cominciata la campagna elettorale. Siamo per l’abrogazione della legge Moratti sulla scuola. Con coerenza con ciò che abbiamo sostenuto da sempre. Non si tratta di demagogia: è la cultura, la strategia, la filosofia, l’impianto di questa legge che non va bene e non perché porta la firma del ministro Moratti, o perchè contiene questa o quella norma, ma perché non serve al paese, al suo sviluppo, alla conoscenza, ai diritti delle ragazze e dei ragazzi, perché, come sostiene ripetutamente il preside della facoltà di pedagogia dell’Università di Bologna prof. Frabboni, ci allontana dall’Europa. Questo è il messaggio che consegniamo alle forze politiche dell’Unione che si candidano al governo del paese. Sappiamo che ci sono posizioni diverse tra di loro e che, in particolare, si pone il problema di non lasciare le scuole in balia di sé stesse. Ma riteniamo che sia possibile e praticabile una politica che dia fiducia alle istituzioni scolastiche autonome, che le coinvolga nella elaborazione, riteniamo possibile che da subito siano ripristinati quegli elementi strutturali forti che hanno segnato il processo per cui negli anni la scuola è diventata sempre più inclusiva, quali ad esempio il tempo pieno. Organizzeremo presto un tavolo di confronto in Veneto tra la FLC e l’Unione su questo tema. Siamo per l’estensione dell’obbligo scolastico a 18 anni, perché questo richiede la società della conoscenza. Come e in che tempi questo debba avvenire è problema che chiama in causa non solo la politica ma anche noi. Chiama in causa la politica perché l’obbligo scolastico deve tradursi in successo scolastico, e ciò richiede non solo risorse e servizi, ma anche la rimessa in discussione delle stesse finalità della scuola superiore, ivi compresa una cultura del sapere e del saper fare che coinvolga anche professionalità e competenze che hanno segnato anche in Veneto una fase importante dello sviluppo, penso ad esempio alla formazione professionale. Ma chiama in causa anche noi, la nostra idea di scuola, di insegnamento e di apprendimento, il nostro concreto agire professionale. E’ per me evidente, ad esempio, che una scuola che voglia garantire il successo formativo richiede più competenze didattiche accanto a quelle disciplinari, una diversa e maggiore formazione anche in servizio, una maggiore collegialità, specie nella scuola secondaria. Siamo per un forte rilancio del ruolo e della presenza dell’Università che vogliamo, come è scritto nel nostro documento “di massa e di qualità”, obiettivo che non può non passare attraverso un maggior investimento in risorse e in personale, e in particolare attraverso il superamento della precarietà che caratterizza gran parte del personale docente a amministrativo. Entro il 2010 andranno in pensione circa 17.000 docenti universitari. Deve essere una occasione di rinnovamento e di superamento della precarietà che non deve essere sprecata. Siamo perché gli Enti Pubblici di Ricerca siano messi nelle condizioni di operare per garantire lo sviluppo del paese. Dati del luglio 2005 segnalano un ritardo drammatico del nostro paese. Con 0.16 dottori di ricerca per 1000 abitanti di età compresa tra i 25 e i 34 anni, l’Italia si colloca i fondo alla graduatoria dei paesi europei (valore medio 0.56). Il numero di ricercatori è pari al 2.8 per 1000 della forza lavoro a fronte di una media europea del 5.4, un dato americano di 8.7 e giapponese di 9.7 per mille. Il grave è che siamo addirittura in controtendenza: mentre in tutti gli altri paesi il numero dei ricercatori aumenta, in Italia nel decennio 1991/99 sono calati del 12%. Ancora oggi investiamo in R&S l’1.1% del PIL, quando la Finlandia è al 3.5%, la Svezia al 4.3%, la media europea al 2%. Siamo per ripensare profondamente la formazione globale della persona e per questo pensiamo che abbiano pieno diritto di cittadinanza la cultura e la pratica delle arti nel bagaglio culturale di ogni cittadino: lo diciamo con forza in Veneto, la regione d’Italia che ha il maggior numero di Conservatori musicali. Su due terreni di lavoro intendo richiamare l’attenzione del congresso. Su di essi avremmo voluto svolgere un maggior lavoro di approfondimento e di preparazione: non ci siamo riusciti, ma sarà uno degli obiettivi del prossimo gruppo dirigente. L’autonomia della ricerca, dell’Università e delle istituzioni scolastiche è stata messa a dura prova dalle incursioni ministeriali, dalla sottrazione dei finanziamenti, dagli interventi normativi di questi anni. Si tratta come è noto di due modelli distinti che vengono da storie diverse: più antico quello dell’università e per questo anche più forte, più recente e anche per questo più fragile quello della scuola. Noi siamo per la difesa e il sostegno dell’autonomia, con decisione. Lo abbiamo confermato come FLC anche nel convegno di Napoli del novembre scorso. Per la FLC è una scelta irreversibile, perché è una scelta di democrazia, di responsabilità, di qualità del servizio, di partecipazione: è come ben si dice nei nostri documenti, il terreno della “sintesi tra la libertà di insegnamento e ricerca e la responsabilità nei confronti dell’intera società”. Sbaglia chi ci accusa di aver utilizzato strumentalmente l’autonomia contro l’applicazione della legge Moratti, così come avremmo sbagliato noi nell’interpretare l’autonomia con questa finalità. E’ stata invece proprio la legge 53 ad invadere il terreno dell’autonomia. Credo che, a partire dall’esperienza costruita in questi anni, dobbiamo aprire una riflessione che ci porti a consolidare e rafforzare il quadro delle pratiche e delle norme. Se autonomia è dislocazione e trasferimento di poteri, se è responsabilità, non può che coniugarsi con rendicontazione, con progetto, con pensiero educativo forte, con collegialità, con condivisione, con il territorio, con la necessità di valorizzare tutte le componenti interne ed esterne, dai dirigenti scolastici ai docenti e al personale ATA, fino ai genitori, agli Enti locali agli studenti. Sapendo che, sul versante interno, vanno ridiscussi i rapporti tra le componenti per andare verso una maggiore cooperazione (dal congresso di Vicenza ci viene ad esempio la proposta della presidenza elettiva del Collegio dei docenti, proposta che credo possiamo condividere); sul versante esterno, dobbiamo respingere il familismo e la subordinazione della scuola alle famiglie propria della legge Moratti, che non ha niente a che vedere con ciò che intendiamo quando parliamo di una scuola responsabile del suo progetto, aperta al territorio, capace di leggerne i bisogni e fornire la sua risposta educativa e culturale, della quale si assume la piena responsabilità, e sulla quale è disponibile a rendicontare e a farsi valutare. Il secondo terreno di lavoro riguarda la contrattazione decentrata sul luogo di lavoro. Per noi è e rimane un punto di non ritorno, a livello di scuola, di istituto, di Università e vogliamo che sia estesa a quei settori che ne sono privi, come gli Enti di ricerca. Di qui il ruolo delle RSU alle quali confermiamo di voler affidare la titolarità contrattuale in tutti i luoghi di lavoro .L’esperienza delle RSU nella scuole è recente, ma in questi anni ci siamo resi conto che le nostre RSU elette nel 2000 e nel 2003 si sono fatte carico di un grande lavoro di rappresentanza di chi li aveva eletti così come della necessità di affrontare problemi nuovi. Dobbiamo a loro un grande ringraziamento. Non sempre, da parte di alcuni dirigenti scolastici e a volte delle stesse RSU, vi è stata una visione corretta del ruolo della contrattazione, così come definita dal CCNL, e ciò ha prodotto stanchezza, reazioni di rifiuto, ritardi, spesso un contenzioso che si poteva evitare. Ma se questi sono i problemi, questi vanno affrontati. Non possono essere usarti per mettere in dubbio la presenza delle RSU e la contrattazione d’Istituto, come intende fare la maggioranza di governo con il ddl sullo stato giuridico dei docenti. La FLC in Veneto Il nostro sindacato in Veneto gode sicuramente buona salute. Ciò va ascritto a merito non solo della linea che la CGIL, la confederazione, ha sostenuto in questi anni, nei settori che rappresentiamo e nel paese, ma soprattutto delle compagne e dei compagni che nei territori, a partire dalle segreterie provinciali, dai direttivi, dalle reti di consulenti e di servizi, hanno saputo rappresentare e tutelare i nostri iscritti e i lavoratori. Del loro lavoro va dato atto e vanno ringraziati: non esisterebbe una struttura regionale senza il loro quotidiano impegno negli uffici, nelle sedi decentrate, nelle assemblee. Il gruppo dirigente regionale, segreteria e direttivo, pur con notevoli difficoltà, ha cercato di costruire una linea politica che fosse da un lato un segnale di presenza chiara e distinta, dall’altro di supporto ai territori. Se qualche risultato è stato raggiunto, lo si deve alle compagne e ai compagni che se ne sono fatti carico, specie nella segreteria regionale: ad essi il mio grazie più sentito. Abbiamo costruito buoni rapporti con le segreterie regionali dei sindacati scuola CISL e UIL; ricordo che la CISL ha tenuto qualche mese fa il proprio congresso regionale che si è pronunciato per l’abrogazione della legge 53 (posizione che non appartiene invece alla CISL nazionale); la UIL andrà prossimamente al congresso per il quale formuliamo fin d’ora gli auguri. Con lo Snals i rapporti sono costanti e per qualche periodo sono stati anche segnati da consultazioni continue e dallo sforzo di raggiungere punti di intesa, sforzo che rimane con tutte le OOSS al tavolo di contrattazione con la Direzione Scolastica Regionale. Eppure, compagne e compagni, credo che siamo solo all’inizio del lavoro. Mi permetto per questo di segnalare al Congresso alcuni terreni sui quali il gruppo dirigente che sarà eletto dovrà misurarsi nei prossimi anni, a partire da una esigenza di ricambio che riguarda ovviamente per primo chi vi parla. Ne indico cinque.
Credo, ad esempio, che dovremo misurarci con analisi, idee, proposte, da sostenere anche con l’iniziativa di lotta, sul ruolo dell’Università e della ricerca nella nostra regione, sul rapporto tra istruzione, formazione, ricerca e Università dinanzi alle trasformazioni del tessuto produttivo, su come affrontare le modifiche istituzionali e organizzative legate all’applicazione del titolo quinto della Costituzione, sul ruolo della formazione professionale nella regione. Sono temi sui quali a me pare siamo in forte ritardo. In occasione delle elezioni regionali avevamo elaborato come sindacati CGIL CISL UIL del settore un documento che abbiamo indirizzato ai candidati presidenti, un documento che ci ha impegnato come segreteria regionale, al quale non siamo riusciti a dare seguito.
Credo che sarà una buona cosa se questo congresso consegnerà al nuovo gruppo dirigente l’indicazione di lavorare in questa direzione. Al congresso e al gruppo dirigente che sarà eletto domani voglio rivolgere un appello. Stiamo svolgendo (si dice anche celebrare un congresso, ma non mi piace) un congresso unitario. Siamo tutti consapevoli che vi sono e rimangono tra di noi differenze di analisi e di proposta anche significative, ma che l’aver raggiunto la sintesi espressa dai documenti confederali e della FLC rappresenta una grande ricchezza per il nostro sindacato e per il paese, così come lo sono le differenze. Questa ricchezza andrebbe sprecata se continuassimo una pratica di confronto tra di noi che a volte sembra assumere prevalentemente non il dibattito sui problemi, sui contenuti e sulle politiche ma i rapporti di forza esistenti nel precedente congresso. E’ un dato questo che sarà certamente rispettato, anche nella formazione del nuovo direttivo e della nuova segreteria, così come ci viene richiesto non solo dal regolamento ma anche dai documenti politici che lo accompagnano. Con gli stessi criteri sarà formata la segreteria che terrà conto anche dei vincoli previsti dallo statuto, con particolare riferimento alla presenza di genere. Si parta dunque da questo dato, che non può però essere l’unico. La laicità Infine, prima di chiudere, voglio richiamare un tema sul quale credo abbiamo posizioni precise ma forse abbiamo lavorato poco. E’ il tema della laicità. L’ho ripreso nei congressi provinciali ai quali ho partecipato ma consentitemi di ritornarvi. E’ diffuso un luogo comune secondo il quale sostenere la laicità dello Stato significa andare “contro” la cultura religiosa del paese quando non addirittura essere contro la religione. Non credo di dover spendere parole tra di noi per ribattere a questo vero e proprio pregiudizio, anche se in un paese nel quale il capo del governo fa, peraltro abbastanza bene, il banditore di se stesso, non bisogna sottovalutare l’impatto dei luoghi comuni. Non mi interessa nemmeno più di tanto sottolineare l’insieme dei benefici che, non solo ad opera di questo governo, sono andati alla Chiesa cattolica, dalla truffa dell’8 per mille, all’immissione in ruolo dei docenti di religione cattolica, all’esenzione dall’ICI dei beni commerciali degli Enti ecclesiastici. Ne trovate un’interessante panoramica sull’ultimo numero di Micromega. C’è un invece un aspetto che trovo da un lato abbastanza nuovo, almeno per la forza, la decisione e l’autorevolezza con cui è stato rimesso in campo, dall’altro perché temo che anche quella parte di paese che si autodefinisce laico non ne abbia colto a sufficienza il significato dirompente, conservatore, forse perfino reazionario. E’ preoccupante l’esito del referendum della legge sulla procreazione assistita e credo che sbaglieremmo analisi se lo attribuissimo solo alla propaganda di chi ne voleva il mantenimento o al gioco sporco sull’astensionismo (peraltro in altra occasione praticato anche dalla sinistra). Da qualche tempo autorità religiose e non hanno lanciato una campagna culturale contro il cosiddetto relativismo etico. In realtà, lo dico con le parole del filosofo della scienza Giulio Gioriello tratte da un utile libretto che vi consiglio (Di nessuna chiesa, editore Cortina) “Appare evidente come lo scontro oggi in atto sulla presunta dittatura del relativismo sia uno scontro filosofico sul senso e sulla portata della scienza, della riflessione critica, della tolleranza politica, della scelta morale. Le poste in gioco sono il futuro della ricerca, la possibilità di esercitare qualcosa come la filosofia, definendo le ragioni del vivere civile e le stesse condizioni dell’etica”. E ancora: “La questione non riguarda tanto l’abusata contrapposizione tra fides e ratio, quanto quella tra fallibilismo e infallibilismo, tra una verità che non pretende di salvare neanche sé stessa e una verità che promette salvezza a chiunque vi si sottometta, tra una ragione che misura la propria gratuità e finitezza senza aver nostalgia di un fondamento e una ragione che nell’imposizione del fondamento trova il proprio sostegno e la propria giustificazione”. Perdonate la lunga citazione, ma non ho trovato parole migliori per rendere l’idea che lo scontro sociale e politico nel quale ci troviamo oggi, non solo nel nostro paese, ha certo, come sempre, ragioni strutturali ed economiche, ma trova uno strumento potente nel tentativo culturale di costruire forme di pensiero unico, di omologazione, dove lo stato di fatto viene assunto come vincolo e non si danno le ragioni, ma nemmeno i luoghi, i tempi, gli strumenti per cambiare. Questa cultura diffusa e dominante, che va contrastata, interroga noi in modo particolare, per il lavoro che svolgiamo nella scuola, nell’università, nella ricerca, e non solo come docenti. Sta qui, proprio nella necessità di difendere e confermare questa cultura, della libertà, del dialogo, del confronto, della ricerca, la ragione di fondo per la quale siamo impegnati a difendere e sostenere la scuola pubblica statale, la scuola pubblica laica, nel nostro paese. Per questo abbiamo molto lavoro da fare, tra di noi, nel sindacato, nel nostro lavoro quotidiano, tra i lavoratori, nel paese. E allora, compagne e compagni, vorrei concludere non limitandomi ad un augurio di buon lavoro, ma guardando oltre, con le parole di Tiziano Terzani: “Il cammino è lungo e spesso ancora tutto da inventare. Ma preferiamo quello dell’abbruttimento che ci sta dinanzi? O quello, più breve della nostra estinzione? Allora: buon viaggio. Sia fuori che dentro.” |
||||
|
||||