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Documento definitivo Rimini, 4 marzo 2006
TESI 1
LA SFIDA DEL LAVORO E LA GLOBALIZZAZIONE:
OBIETTIVI E PROPOSTE
1. Gli obiettivi
generali.
1.2 Ciò non potrà che avvenire a più livelli e
percorrendo più strade: la definizione della dimensione sovranazionale dei
contratti e della rappresentanza; la negoziazione/confronto con le imprese,
con i governi, con le istituzioni multilaterali; la cooperazione sindacale
allo sviluppo; la definizione, nei processi d’integrazione regionale (Mercosul,
Europa), di una dimensione normativa a tutela dei diritti sociali
indisponibili e a sostegno della contrattazione collettiva.
1.3 Per questa ragione il metro di misura
utilizzato dalla Cgil per il giudizio sul Trattato costituzionale europeo è
stato la presenza in esso della Carta di Nizza, della definizione cioè della
cittadinanza europea come unione indivisibile di diritti sociali, civili e
politici: premessa fondamentale per far sì che valore del lavoro, diritti
sociali, contrattazione collettiva siano posti a fondamento del patto
costituzionale europeo.
1.4 Ripudio della guerra, della violenza e del
terrorismo e promozione ed estensione dei diritti del lavoro e dell’ambiente
sono indissolubilmente legati. Infatti per noi la pace è l’unica strategia
razionale di sopravvivenza in un mondo globale e interdipendente segnato da
eventi traumatici che, nominati tutti insieme, compongono il quadro degli
interrogativi aperti per la comunità internazionale e la sensazione di
rischio per le persone. Dai più eclatanti, il terrorismo, New York, Madrid,
Londra, Casablanca, Istanbul, la guerra in Iraq, da cui vanno ritirate le
truppe, l’Afghanistan, il conflitto israelo-palestinese, le tensioni
interetniche nei Balcani, la Cecenia; ai più invisibili, le tante facce
delle disparità tra Nord ricco e Sud povero del mondo, l’aggravamento delle
disuguaglianze di genere in tutte le società, la privatizzazione strisciante
o diretta ovunque di salute e istruzione; dai conflitti poco conosciuti per
l’accesso all’acqua in molte parti del Sud del mondo, a quelli più noti per
il controllo delle risorse energetiche, fino alla tragedia dell’Aids nel
continente dimenticato, l’Africa, che riguarda soprattutto milioni di donne
e di bambini.
1.5 Moltissimi di quegli eventi hanno come
epicentro il Mediterraneo, che può essere al contrario mare di pace e
prosperità e ponte tra culture, oggi banco di prova della capacità
dell’Europa di progettare il proprio futuro nella globalizzazione. Ma solo
se l’Europa stessa saprà realizzare gli obiettivi di cooperazione e
integrazione definiti 10 anni fa a Barcellona, poi smarriti e confinati alla
sola creazione di un’area di libero scambio, con gli effetti sociali
testimoniati dagli indicatori delle agenzie Onu in quasi tutti i paesi della
riva Sud.
2.
La riforma del governo globale.
2.1 I diritti non hanno territorialità se
non esiste un tessuto democratico nel quale innestarli: ci riguarda dunque
direttamente la riforma in senso democratico dell’Onu,
la cui fragilità democratica è emersa con
evidenza insieme ai suoi limiti, contraddizioni e storture, e nonostante ciò
unica alternativa alle tentazioni egemoniche e unilaterali
dell’amministrazione Bush, così come espresse nella teoria della guerra
preventiva, una teoria appunto geo-politica, formulata in aperta
contrapposizione alla Carta dell’Onu e per questo mai legittimata dalle
Nazioni Unite.
2.2 L’elemento più negativo della politica
estera degli Stati Uniti, ispirata dai neo-conservatori, sta appunto nella
riproposizione della propria sovranità come luogo assoluto e indipendente di
tutte le scelte politiche che investono altri soggetti; scelte che, in virtù
della forza militare ed economica di quel paese, diventano il nuovo criterio
ordinatore con cui il resto della comunità internazionale deve misurarsi,
anche quando hanno il volto della violazione dei diritti umani, della
riabilitazione dell’uso della tortura.
La condizione di premessa oggi per una nuova
democrazia mondiale sta nella definizione della sua necessità come scelta
tra quelle possibili e in campo, alternativa dunque all’unilateralismo
americano, ma che non può fare a meno anche degli Stati Uniti.
Decisivo in questo senso è il successo del
processo d’integrazione dell’Europa, sulla base del suo modello sociale,
così come di quello del Mercosul.
2.3 Proposte importanti di riforma dell’Onu
sono già state avanzate da parte di molti paesi (molti di quelli che hanno
determinato il fallimento dei negoziati Omc di Cancun, il Brasile tra
tutti): l’elezione di un’Assemblea parlamentare da affiancare all’Onu,
l’allargamento del Consiglio di sicurezza, il superamento del potere di
veto che lo caratterizza, un rapporto nuovo con la società civile e gli
stessi movimenti globali.
2.4 La nostra opinione è che quella riforma
sarebbe incompiuta e inefficace rispetto all’obiettivo di una possibile
“democrazia globale” se non si affiancasse al Consiglio di Sicurezza, e con
analoghi poteri, il Consiglio di sicurezza economico, sociale e
dell’ambiente. Il punto fondamentale infatti in generale è costruire
consenso a (e poi tradurre in pratica) una nuova gerarchia tra le
istituzioni politiche (l’Onu e le sue agenzie) e le istituzioni
finanziarie, anche esse da riformare. (Fmi, Banca Mondiale e successivamente
Omc).
2.5 L’asimmetria tra il livello politico e
quello finanziario ha infatti determinato nel tempo uno scarto sempre più
evidente tra impegni importanti (come quelli per il contrasto al lavoro
minorile) e le politiche concrete e contrarie richieste ai paesi in via di
sviluppo per la concessione di prestiti (privatizzazione di salute e
istruzione, acqua e risorse naturali, insieme all’imposizione di modelli
produttivi come le monocolture e l’uso di Ogm).
2.6 Quell’asimmetria ha dunque consentito che
la globalizzazione economica e finanziaria avvenisse, direttamente
attraverso le ricette delle istituzioni finanziarie e indirettamente
attraverso le multinazionali, senza nessun riferimento-collegamento alla
difesa e alla promozione di beni comuni e collettivi, secondo una logica
esclusiva di mercato senza limiti.
Proprio per contrastare questa asimmetria e le ingiustizie conseguenti è
nato a Porto Alegre un movimento mondiale popolare con una pluralità di
soggetti attivi tra cui i movimenti indigeni, componenti del mondo sindacale
e molte ONG. Campagne vincenti di pressione e boicottaggio sono state
promosse contro multinazionali che violavano i diritti dei lavoratori e
devastavano l’ambiente. Ruolo di un sindacato moderno è quello di essere
soggetto attivo nel controllo e intervenire sull’operato delle
multinazionali, governare gli inevitabili conflitti tra interessi dei
lavoratori coinvolti ed esigenze sociali più ampie (rispetto dell’ambiente,
diritto alla salute …).
3. Diritti del lavoro, clausole sociali e
ambientali.
3.1 Abbiamo consapevolezza del fatto che la
richiesta di estendere i diritti sociali, del lavoro e dell’ambiente possa
essere percepita nei paesi in via di sviluppo come misura agita più per
proteggere le condizioni di vita e di lavoro dei paesi ricchi che come
scelta generale di profilo dello sviluppo sostenibile.
3.2 Avere tale consapevolezza non ci deve
disimpegnare, anzi al contrario, ci obbliga ad assumere responsabilità
dirette rispetto a quell’obiettivo, attraverso la contrattazione nazionale,
sovranazionale e nelle multinazionali, che è il nuovo grande banco di prova
del sindacato.
3.3 E soprattutto occorre mettere insieme
politiche contrattuali e politiche efficaci per lo sviluppo di quei paesi,
in modo che la realtà concreta non neghi le affermazioni teoriche.
Naturalmente cominciando dalla totale cancellazione del debito e
dall’attivazione di risorse per il loro sostegno (Tobin Tax, 0,7% Pil),
dirottando verso questa direzione gli enormi stanziamenti destinati alle
spese militari. L’Italia, che è agli ultimi posti per la percentuale di Pil
finalizzato alla cooperazione internazionale, al contrario è ai primi posti
per le spese militari.
3.4 Così come rimaniamo convinti della
necessità di rivendicare l’applicazione delle clausole sociali e ambientali
Oil nelle relazioni commerciali, che devono essere attuate attraverso
strumenti di orientamento e di sostegno del comportamento delle imprese, di
cooperazione con i paesi in via di sviluppo, in modo che i fondi per la
cooperazione allo sviluppo siano anche indirizzati alla promozione di
diritti sociali ed economici. A questo fine è naturalmente decisivo un ruolo
più forte, di promozione e controllo, dell’Organizzazione internazionale del
lavoro (Oil).
3.5 D’altra parte i negoziati Omc non possono
avvenire “senza esclusione”: i servizi di interesse pubblici e i beni comuni
fondamentali (acqua, salute, educazione) devono essere preservati dalla
disciplina Omc. Così come all’agricoltura deve essere riconosciuta la
funzione strategica e prioritaria di garantire in primo luogo la sicurezza e
la sovranità alimentare, affrontando per questa via la necessaria profonda
riforma dei sussidi e delle politiche agricole di sostegno.
3.6 La nuova competizione internazionale dei
paesi emergenti non si batte con nuovi dazi e vecchi protezionismi. La fine
dell’accordo Multifibre ha sicuramente svelato la necessità del cambiamento
del modello di specializzazione italiano ed evidenziato le debolezze del
nostro sistema industriale, debolezze che non possono però essere scaricate
sulle condizioni di vita e di lavoro delle persone oggi occupate in quei
settori. Ciò presuppone che vengano predisposte adeguate risorse per gli
ammortizzatori sociali necessari negli stessi settori, misure di politica
industriale orientate da efficaci politiche pubbliche, scelte non più
rimandabili nel settore tessile (etichettatura d’origine, tracciabilità dei
prodotti, tempi più lenti di applicazione della fine delle “clausole di
salvaguardia”, misure contro la contraffazione).
4. Il modello
sociale europeo come modello di sviluppo.
4.1
Per modello sociale europeo
s’intende un modello di sviluppo sostenibile che tiene insieme crescita
economica, coesione sociale e qualità ambientale,
attraverso politiche pubbliche adeguatamente finanziate da un fisco equo e
progressivo, contraddistinto storicamente da una presenza forte e
organizzata del sindacato come soggetto della contrattazione collettiva e
per questo della dialettica democratica.
4.2
Quel modello lo s’intende distinto dal modello anglosassone, fondato su un
presunto circuito virtuoso: meno tasse, meno Stato, meno diritti, più
crescita. Ora va detto che il modello sociale europeo, per esistere non
semplicemente come descrizione storicamente determinata dell’evoluzione
dello “Stato sociale” nei singoli paesi europei, ma come modello di sviluppo
sostenibile dell’oggi, distinto da quello anglosassone, e per questo
alternativa concretamente possibile per lo sviluppo globale, quel modello ha
bisogno che esista l’Europa politica, che siano rilanciate le istituzioni
europee e rafforzata la Corte di giustizia per il suo contributo alla
costruzione della giurisprudenza europea del lavoro. L’Europa politica, a
sua volta, per esistere ha bisogno di una Costituzione, come esito finale di
un processo politico coerente, oggi al contrario contraddetto
dall’indebolimento percepibile della cultura politica che ha sostenuto negli
anni il progetto europeo e dalla distanza tra quel modello e le politiche
reali praticate in molti paesi europei e contenute in importanti direttive
della Commissione.
5. Il Trattato costituzionale europeo.
5.1 Abbiamo dato a suo tempo del Trattato
costituzionale una chiave di lettura positiva “a occhi aperti”, avendone
presenti limiti, contraddizioni e deficit democratico e proponendo di
recuperare quelle che a noi parevano e paiono le negatività più vistose
(assenza del ripudio della guerra, della cittadinanza di residenza per i
migranti, incoerenza totale della 3a parte con la 1a e la 2a) attraverso la
procedura, presente nel Trattato, della raccolta di un milione di firme. Si
trattava di una proposta pensata per cambiare gli aspetti per noi più
contraddittori del Trattato, per recuperare il deficit democratico e nel
contempo per rendere evidente come il Trattato stesso fosse la tappa di un
percorso costituente aperto e in progress.
5.2 Quella proposta mantiene il proprio
significato nel definire contenuti, alleanze e percorsi democratici per
l’Europa sociale a cui non intendiamo rinunciare. In Italia è già avviata la
raccolta di firme per la definizione della cittadinanza di residenza. Siamo
infatti ben consapevoli che oggi esistono due rischi concreti che si
alimentano reciprocamente: lo scarto sempre più grande tra la realtà europea
e la retorica europea produce disaffezione e sfiducia, come dimostra l’esito
del referendum sul Trattato costituzionale in Francia e in Olanda; quella
sfiducia viene utilizzata per allontanare sempre di più la prospettiva
sociale dell’Europa e avvicinare sempre di più quella dell’Europa come
grande area di libero scambio, di merci e non di persone, come dimostra
l’esito della discussione sul bilancio europeo.
5.3 L’esito del referendum peraltro consegna
anche al sindacato una domanda di rappresentanza che esso deve saper
raccogliere assumendosi il difficile compito di essere protagonista nel
rilancio dell’Europa sociale e dunque dell’Europa politica, dicendo a quale
Europa sociale pensiamo e quale Europa politica vogliamo.
In questo senso la Cgil sosterrà nelle sedi
opportune e utilizzando gli spazi di iniziativa del trattato costituzionale
medesimo, la urgente necessità di conquistare nell’Unione Europea uno
Statuto dei diritti dei lavoratori europei che renda effettivamente fruibili
i diritti sanciti dalla carta di Nizza a partire dal diritto dei lavoratori
di organizzarsi in sindacati e di rendere effettivamente agibile l’attività
sindacale, ai diritti individuali di lavoratrici e lavoratori, alla
effettiva possibilità di esercitare il diritto di sciopero.
TESI 2
IL SINDACATO EUROPEO E MONDIALE
1. Globalizzazione e rappresentanza.
1.1 Le recenti bocciature del Trattato
costituzionale svelano e non determinano la crisi dell’ispirazione europea.
Si è detto, ed è sicuramente vero, dello scollamento che quel voto ha
registrato tra élite politica e popolo. Va aggiunto che quella élite ha, da
un lato, propugnato il sì al Trattato, dall’altro ha veicolato il contrario,
additando l’Europa matrigna come responsabile delle politiche sociali ed
economiche negative e liberiste che lei stessa produceva per contrastare la
congiuntura economica sfavorevole che ha attraversato e attraversa tutta
l’area euro. Si è cioè indebolita nel tempo una cultura politica che
scommetteva sull’Europa come progetto di sviluppo economico e sociale
alternativo e distinto. Quella crisi si è manifestata prima di oggi ed è
sicuramente stata rivelata dalla guerra in Iraq. Appare con tutta evidenza
la necessità di ridefinire il profilo di una proposta di tutte le forze
progressiste, politiche e sociali, e prima ancora quello di una cultura
politica alternativa alla filosofia che sta dietro a ciò che s’intende per
modello anglosassone di sviluppo, ma altrettanto globale.
1.2 Per farlo non solo è necessario che la
rappresentanza politica investa in quella direzione, emancipandosi dalla
logica inefficace e pericolosa dei compartimenti stagni – le politiche
nazionali da un lato, quelle europee e internazionali dall’altro –, ma è
altrettanto urgente e necessario che la rappresentanza sociale scelga la
dimensione sovranazionale come banco di prova della sua efficacia, qui e
ora.
2. La Cisl
internazionale.
2.1 La Cgil
ha espresso un giudizio positivo sulla nascita della nuova centrale
sindacale internazionale,
non semplicemente somma di Cisl
internazionale e Cmt, ma nuova formazione comprensiva anche di quei
sindacati oggi non affiliati all’una o all’altra centrale. L’abbiamo fatto
proponendo al contempo ciò che a noi sembra decisivo per definire
soggettività sindacale e profilo democratico della nuova centrale.
2.2 In
particolare, poiché occorre un modello di funzionamento democratico,
pluralista e inclusivo, sono necessarie regole e procedure democratiche
nella costruzione delle decisioni, rispetto del pluralismo e della pari
dignità di ogni organizzazione.
Il riconoscimento di tutte le identità
presenti, anche di quelle religiose, può e deve trovare soluzione
all’interno della nuova organizzazione stessa e non al suo esterno o con
strutture separate. In ogni caso il rispetto di
quelle identità non può far tornare
indietro il sindacato internazionale su scelte che ne definiscono il
profilo: tale è la tutela dei diritti riproduttivi delle donne in ogni parte
del mondo.
2.3 Per la
Cgil rifondare una nuova confederazione sindacale mondiale significa
costruire un’organizzazione più rappresentativa; più vicina alle lavoratrici
e ai lavoratori; più sindacale perché la sua priorità è sostenere la
sindacalizzazione e aiutare e promuovere la contrattazione collettiva,
creando così rapporti di forza da spendere anche nelle istituzioni
sovranazionali; più pluralista, più inclusiva e più unitaria, perché
costruisce il consenso nelle decisioni riconoscendo le diversità, sia di
genere sia d’interessi sia d’ispirazione ideale o culturale, presenti al suo
interno e lavorando per una sintesi solidale e multietnica.
2.4 D’altra
parte il crescente ruolo delle imprese multinazionali nella nuova divisione
internazionale del lavoro s’intreccia con politiche governative di
deregulation e antisindacali per attrarre investimenti, che sono spesso
imposte dalle istituzioni finanziarie globali; pertanto una separazione tra
azione settoriale e azione confederale risulta sempre meno comprensibile ed
efficace e d’altra parte nella grande maggioranza dei sindacati dei diversi
paesi la relazione tra queste due dimensioni organizzative e rivendicative è
più stretta che su scala internazionale.
3.
La Ces.
3.1
Per più ragioni e con evidenza è sempre più pressante la necessità che il
sindacato europeo giochi in prima persona un ruolo per riconquistare la
prospettiva dell’Europa sociale. E’ quindi indispensabile una riflessione su
come la Ces debba attrezzarsi per svolgere tale ruolo, in una situazione in
cui la somma di alcune ipotesi di direttive (quella sui servizi nel mercato
interno e quella sugli orari di lavoro) e delle scelte di molti governi e
molte imprese si traduce nel peggioramento delle tutele e dei diritti delle
lavoratrici e dei lavoratori così come degli anziani.
3.2 La Ces infatti
esprime oggi un’iniziativa sindacale inferiore a ciò che sarebbe necessario
e alle sue stesse potenzialità. Dopo essersi trasformata, da “sindacato” che
agiva come strumento generico di confronto di esperienze nazionali in
sindacato capace di sviluppare momenti negoziali, è ora necessario
costruire una vera autonomia strategica e negoziale, uscendo definitivamente
dalla concezione del ruolo del sindacato europeo come funzione sussidiaria
rispetto all’iniziativa legislativa comunitaria.
3.3
Per farlo occorre rafforzare anche la sua democrazia interna coinvolgendo
nelle decisioni con pari dignità tutti i sindacati nazionali.
3.4 E’ inoltre altrettanto insufficiente il
coinvolgimento delle federazioni europee di categoria nel processo
decisionale e in quello dell’implementazione delle decisioni,
soprattutto se si tiene conto che in Europa
esistono modelli sindacali diversi, alcuni dei quali attribuiscono
prevalentemente alle categorie potere contrattuale. C’è bisogno perciò
d’integrazione tra strutture “confederali” e di “categoria” per poter
sviluppare un sindacato europeo pienamente rappresentativo.
3.5
Oltre al rafforzamento del dialogo sociale, è necessario rafforzare la
capacità del sindacato europeo di negoziare accordi collettivi
a livello confederale e settoriale, accordi
che abbiano carattere vincolante, con un vero potere negoziale e con un
bilancio dei risultati.
3.6
Partendo da un bilancio realistico dell’attuale debolezza dei Comitati
aziendali europei (Cae) (che consiste da un lato nel loro scollegamento
intrinseco con i sindacati esterni all’impresa e dall’altro dall’essere
titolare solo del diritto di informazione) e del rischio del loro
svuotamento, insito nelle ipotesi di direttiva allo studio, occorre al
contrario rafforzare il ruolo degli stessi Cae come organismi sindacali
transnazionali di base, che, per svolgere efficacemente tale ruolo, devono
essere autenticamente rappresentativi e collegati formalmente ai sindacati
nella iniziativa contrattuale e nelle politiche di sviluppo con particolare
attenzione alla politica industriale sull’esempio della delegazione speciale
di negoziazione prevista dalla direttiva sulla costituzione delle società
europee.
3.7 Analogamente occorre rafforzare il ruolo
dei CSI (Consigli Sindacali Interregionali), quali articolazioni della Ces
nelle Regioni transfrontaliere e al tempo stesso strumenti unitari di
iniziativa sindacale territoriale transfrontaliera, che possa giocare un
ruolo attivo nella costruzione dell’Europa sociale, promovendo i diritti
delle lavoratrici e dei lavoratori frontalieri, attraverso il dialogo
sociale e l’armonizzazione delle normative e dei contratti di lavoro.
3.8 Bisogna perseguire una maggiore
sintonia tra i temi europei e quelli nazionali e, partendo da questo,
sviluppare un potere di direzione, rafforzando il coordinamento della
contrattazione collettiva come
strumento primario per contrastare efficacemente le strategie politiche, già
in atto in numerosi paesi europei, che rischiano di produrre un regresso
delle condizioni contrattuali e lavorative e contro le strategie sindacali
aziendali che puntano sul dumping sociale e sulle delocalizzazioni.
3.9 Bisogna
inoltre, per rafforzare la rappresentanza della Ces in un’Europa che
invecchia, che la Ferpa ne faccia parte con piena titolarità.
4.0
Considerando che l’obiettivo è quello di
creare uno spazio contrattuale europeo, per rafforzare l’identità sindacale
europea e per sostenere lo sviluppo della contrattazione collettiva a tutti
i livelli, è opportuno per le Confederazioni nazionali e le Federazioni di
categoria proseguire una riflessione sul trasferimento di competenze e
poteri dal livello nazionale a quello europeo, ed è quindi importante che la
Ces promuova questa analisi e spinga a maturazione queste scelte.
TESI 3
DIFENDERE LA
COSTITUZIONE. COMPLETARE LA TRANSIZIONE POLITICO-ISTITUZIONALE.
1. La Costituzione nata dalla Resistenza, i
suoi princìpi fondanti, i suoi valori, la stessa centralità che assegna al
lavoro, rappresentano un patrimonio che la Cgil difende e difenderà dagli
attacchi che già le sono stati portati – attraverso le modifiche in corso di
votazione in Parlamento – i quali, per la loro vastità, intaccano e si
riflettono anche sulla prima parte, quella relativa ai valori fondanti.
1.1 Gli stessi tentativi revisionistici sulla
Resistenza e sulla guerra di Liberazione – rispetto ai quali, allo stesso
modo, la Confederazione si è opposta e si opporrà con assoluta
determinazione – sul loro significato e sul loro valore, che hanno
consentito proprio la definizione della Carta costituzionale, rappresentano
un elemento essenziale di questa operazione politica.
1.2 La Cgil sarà in campo nel referendum
confermativo delle modifiche costituzionali con l’obiettivo di abrogarle.
Esse, infatti, sono lesive dell’idea di democrazia e di coesione sociale che
perseguiamo, in particolare per quanto riguarda il ruolo del cosiddetto
premier, il suo rapporto con il Parlamento, l’alterazione degli equilibri di
potere, il ridimensionamento che investe la figura e il ruolo del presidente
della Repubblica; l’effettiva universalità di diritti fondamentali e la
stessa unità nazionale. C’è quindi una nostra opposizione di principio
perché vediamo seriamente minacciate le regole fondanti e l’equilibrato
contrappeso dei poteri istituzionali che hanno garantito la nostra
democrazia e la ricostruzione del paese e, contemporaneamente, c’è la
necessità di difendere concretamente gli interessi delle lavoratrici e dei
lavoratori, delle pensionate e dei pensionati che rappresentiamo.
1.3 La difesa della Costituzione deriva dalla
sua straordinaria attualità e lungimiranza, ma anche dal carattere altamente
rappresentativo della sua originale scrittura che testimonia, appunto, di
quanto sia importante che la Carta fondamentale abbia il consenso più largo
possibile, rappresentativo della pluralità delle culture e delle opinioni
politiche. Per questo la Cgil ritiene che anche le modifiche che si
ritengano utili apportare – ferma restando l’assoluta impossibilità di
intervenire sulle parti che ne segnano l’identità valoriale – non possano
essere approvate dalla sola maggioranza parlamentare.
1.4 In questo senso i problemi che permangono
– per quanto riguarda la riforma del titolo V operata nella passata
legislatura e che non potessero essere risolti con legislazione ordinaria –
dovranno essere affrontati rigorosamente in questa prospettiva. Si tratta di
problemi a suo tempo irrisolti e da noi puntualmente segnalati; attengono al
corposo contenzioso aperto presso la Corte costituzionale relativo al
conflitto di attribuzioni; ci vengono consegnati dall’esperienza concreta di
questi anni. Vanno affrontati, però, con una linea dettata dal rifiuto di
ogni logica devoluzionista e dalla riconferma dell’importanza dell’idea
federalista dello Stato, coniugata in modo indissolubile con i princìpi
della coesione sociale e della solidarietà.
1.5 Anche i problemi legati alle modalità
dell’utilizzo dello strumento referendario in materie non costituzionali
richiederanno soluzioni largamente condivise. Il tema della difesa dello
strumento referendario – alla luce delle ripetute occasioni nelle quali è
stato vanificato dal mancato raggiungimento del quorum – è assolutamente di
prima grandezza. E questo non solo in quanto rappresenta di per sé sempre
uno strumento di partecipazione diretta delle cittadine e dei cittadini, ma
perché diventa ancor più essenziale e insostituibile in un assetto
politico-istituzionale di tipo bipolare. Occorrerà, pertanto, ridefinire un
nuovo equilibrio fra il numero di firme necessario per attivarlo e la
percentuale di quorum richiesta.
2. Il processo politico-istituzionale, aperto
dal bipolarismo, deve completarsi portando a compimento la lunga transizione
politico-istituzionale avviatasi con la cosiddetta fine della prima
repubblica. Ciò deve avvenire nel pieno rispetto dei princìpi e dei valori
sanciti dalla nostra Costituzione. E’ in questo quadro e nella
consapevolezza di vivere in una società sempre più complessa e in
un’economia globalizzata – nelle quali i temi della democrazia e della
partecipazione rischiano di perdere centralità – che vanno collocati ed
esaltati ruoli e funzioni della rappresentanza politica e sociale e le
garanzie delle rispettive autonomie. Si tratta di rendere ancor più netto,
nel sistema bipolare, il ruolo degli schieramenti politici, quali
aggregazioni portatrici di strategie programmatiche alternative; delle forze
politiche, quali soggetti insostituibili della determinazione democratica
della politica che assegna loro la Costituzione; delle forze sociali, quali
espressione alta della rappresentanza degli interessi e portatrici di
autonomi valori.
2.1 Si tratta di rendere possibile e
praticabile un’idea alta del ruolo e delle funzioni dei soggetti della
rappresentanza, nel pieno rispetto delle diverse prerogative e delle
reciproche autonomie. C’è bisogno, in sostanza, di più politica, sia nella
sfera della rappresentanza partitica, sia in quella sociale, senza alcun
timore di sovrapposizioni, sconfinamenti, cadute di autonomia. E quando ci
riferiamo alla sfera sociale, parliamo certamente del sindacato, ma anche di
quell’importante mondo dell’associazionismo, del volontariato, dei movimenti
che tanta parte rappresentano del tessuto della società. Occorre uno sforzo
di tutti e un’assunzione di responsabilità di ognuno, affinché la
ricostruzione del paese, al centro della proposta politico-programmatica
della Cgil, si renda compiutamente possibile. Più politica, perché solo così
si suscita e si rende concretamente praticabile la partecipazione; più
politica, come unica risposta democratica al governo dei giganteschi
processi di trasformazione che già sono in atto e che si presenteranno, con
ancor più forza, nel prossimo futuro; più politica come strategia di
reazione ai fenomeni di concentrazione dei poteri nell’economia e nella
società, che rischiano di limitare la democrazia nel mondo contemporaneo.
2.2 Più politica, affinché il tema del lavoro
e la sua centralità tornino a essere elemento fondante di un modello di
società. In questi anni abbiamo assistito a un processo politico e culturale
teso a mettere in discussione il valore del lavoro. Esso ha coinciso con i
processi di globalizzazione dell’economia contrassegnati da un’idea di fondo
neo-liberista che assegna a un mercato senza regole un primato assoluto e dà
una interpretazione sbagliata e strumentale della considerazione che i
giovani avrebbero del valore del lavoro. Ha coinciso anche con il venir meno
del vecchio assetto politico e con la fine dei partiti di massa, così come
li abbiamo conosciuti per quasi mezzo secolo. Centralità del lavoro, quindi,
anche nella sfera della rappresentanza politica.
2.3 Occorre battere ogni idea di democrazia
plebiscitaria, nella quale tutto si riduce a un esclusivo rapporto fra
eletto ed elettore, che esclude ogni forma organizzata di partecipazione. E’
questo il rischio al quale il centro-destra ha sottoposto il paese,
attraverso una logica maggioritaria esclusiva, tesa a ridurre il ruolo e la
sovranità del Parlamento attraverso il continuo ricorso al voto di fiducia
e, soprattutto, allo strumento della legge delega; ad annullare il ruolo
delle Regioni e delle autonomie locali, in una logica neo-centralista che ha
determinato serissimi problemi nei rapporti interistituzionali; a
marginalizzare i corpi intermedi della società, in particolare il sindacato,
la sua funzione di rappresentanza. Questa politica avrebbe addirittura
sanzione costituzionale con la riforma in votazione al Parlamento.
2.4 I compiti e le funzioni del sindacato
debbono svolgersi e svilupparsi nella pienezza della propria autonomia e in
un quadro di relazioni sindacali certo ed esigibile, con il complesso delle
controparti, chiaramente definito e regolato. A questo è finalizzato, da
sempre, l’obiettivo della Cgil di una legge sulla rappresentanza e
rappresentatività. Per quanto riguarda il rapporto con le controparti
pubbliche ai vari livelli occorre, in particolare, definire le modalità che
consentano alle parti sociali la partecipazione ai processi decisionali. E’
il caso di scelte già compiute in occasione di definizione di taluni
statuti regionali nei quali si sono, appunto, previste esplicitamente forme
e modalità di partecipazione del sindacato. E’ il caso di una possibile
rivisitazione dei ruoli del Cnel e dei Crel, che possono essere utilmente
destinati ad aiutare il normale processo di relazioni tra le parti. Sedi,
quindi, istruttorie e di studio a supporto della contrattazione e del
confronto programmatico.
TESI 4
L’ITALIA E LA SUA CRISI. IL PROGETTO DELLA
CGIL
1. La trasformazione e la ricostruzione del
paese implica la definizione e l’assunzione di alcune idee-forza, di valori,
di principi e di nuovi paradigmi sui quali costruire un’ipotesi politica
all’altezza della sfida che il cambiamento impone. La costruzione della
società della conoscenza e la valorizzazione del lavoro come fattore
d’innovazione e di sviluppo, l’estensione dei diritti come fattore di
uguaglianza e di libertà, la sostenibilità sociale e ambientale dello
sviluppo costituiscono i capisaldi per la definizione di un progetto alto,
per il quale non è possibile ripercorrere le strade del passato.
Questi stessi principi definiscono l’identità
del modello sociale europeo, che sempre più deve essere fondato sul Welfare
come fattore di equità sociale e sulla qualificazione e sull’avanzamento
delle specializzazioni produttive come fattore di competitività.
Il processo d’integrazione europea va
proseguito in stretto ancoraggio agli obiettivi di Lisbona, pensando, nel
quadro dell’allargamento, all’articolazione di più velocità con forte
coordinamento sul piano delle politiche economiche e fiscali.
Si propone con forza l’urgenza di costruire
politiche sociali per l’Europa, finora residuali rispetto alle politiche di
sviluppo economico.
Questa urgenza è tanto più vera perché
l’attesa di vita delle persone è aumentata. Si tratta di un risultato
straordinario che impone però nuove scelte economiche e sociali.
L’invecchiamento della popolazione è un dato strutturale delle società
avanzate particolarmente in Europa e in Italia: la “risorsa” anziani va
valorizzata contrastando la disgregazione sociale indotta dalla
competizione, rafforzando la stabilità economica e costruendo un sistema di
sicurezze per le nuove generazioni nel quale inquadrare il tema della
denatalità. Si tratta perciò di costruire un sistema di crescita in cui
l’interdipendenza tra produzione economica e produzione sociale rimetta in
discussione il principio della competizione senza regole.
Occorre ovviare all’insufficiente
disponibilità finanziaria dell’Ue attraverso strumenti, attualmente assenti,
di politica economica per la formazione e la redistribuzione del reddito, la
modulazione della domanda aggregata e il sostegno al sistema produttivo. Ciò
significa dotare l’Ue di una propria politica fiscale e di un bilancio
adeguati, di una politica delle entrate e della spesa, per la
riqualificazione della matrice produttiva. Ciò può essere realizzato
attraverso la definizione di un Dpef e di un bilancio europeo assai più
consistente, tale da consentire la gestione di adeguate politiche
anticongiunturali e di sviluppo che non è più possibile perseguire in modo
efficace solo a livello nazionale. Tale processo dovrà essere accompagnato
da una riforma del sistema che regola i rapporti tra i governi degli Stati
membri, la Commissione europea, il Parlamento europeo e le rappresentanze
sociali tale da rendere possibile la partecipazione e l’acquisizione del
consenso sulle scelte che si compiono da parte dei cittadini, al fine di
favorire la crescita e il consolidamento di un’appartenenza e di un’identità
europea ancora non presenti in gran parte della cittadinanza europea.
L’economia italiana è caratterizzata dalla
crescita più bassa nell’Ue, da un andamento negativo dei saldi della
bilancia commerciale, delle esportazioni extra Ue, a differenza degli altri
paesi europei, dal crescente disavanzo della bilancia tecnologica, dal
peggioramento delle condizioni materiali di lavoratori e pensionati e
dall’acuirsi delle disuguaglianze sociali. Mentre gli altri paesi europei si
sono integrati verso l’alto, rafforzando le componenti a maggiore valore
aggiunto legate ai beni intermedi e di investimento, l’Italia si
caratterizza sempre più per la finanziarizzazione e l’immobiliarizzazione
degli investimenti e resta ancorata a una specializzazione produttiva
legata ai beni di consumo, in declino nel commercio internazionale,
caratterizzati da un’elevata elasticità di prezzo e da una crescente
concorrenza dei paesi asiatici.
Occorre individuare quali possano essere le
misure e gli interventi possibili per affrancarsi dalla bassa
specializzazione delle imprese che sostanzialmente importano tutte le
tecnologie e i beni di investimento e intermedi. In tale situazione
l’indistinto sostegno agli investimenti delle imprese non fa che confermare
le attuali specializzazioni produttive. A ciò si aggiunga una difficoltà a
tradurre i risultati della ricerca nella creazione di nuove filiere
produttive nei settori in cui siamo assenti.
Per essere nei settori innovativi occorrono
consistenti investimenti a redditività differita, per superare le barriere
d’ingresso e dunque politiche pubbliche mirate e il sostegno selettivo del
sistema finanziario.
L’Europa deve sostenere e impostare piani per
la ricerca e le infrastrutture materiali e immateriali da finanziare con
euro bond: il nostro paese deve essere dentro questi progetti, individuando
le eccellenze e le priorità. In questo quadro, investire sul welfare è una
delle chiavi decisive per realizzare lo sviluppo.
2. E’ necessario ridefinire un nuovo modello
di sviluppo, attraverso una nuova politica economica e dei redditi che abbia
come obiettivi centrali condivisi:
a) l’equità nella redistribuzione della
ricchezza che in questi anni si è tanto concentrata da rendere prioritaria
l’esigenza di politiche pubbliche restitutive a sostegno dei redditi da
lavoro dipendente e da pensioni;
b) l’avanzamento e la qualificazione delle
specializzazioni produttive e della crescita della produttività per
consentire il passaggio all’economia della conoscenza;
c) la valorizzazione del lavoro come fattore
d’innovazione, come aspetto decisivo della libertà e dell’autorealizzazione
delle persone, dell’eliminazione delle aree di esclusione sociale,
soprattutto delle giovani generazioni;
d) la coesione sociale come fattore di
stabilità economica attraverso la creazione di benessere, l’affermazione dei
diritti di cittadinanza e l’estensione della partecipazione;
e) i benefici derivanti dall’innalzamento dei
livelli complessivi d’istruzione del nostro paese e l’affermarsi di un vero
e proprio sistema d’istruzione e di formazione per l’intero arco della vita.
Questo è il significato oggi di politiche
industriali: a partire da uno straordinario investimento in formazione e
ricerca, l’emergenza della trasformazione del sistema assume valore
prioritario, in una tensione sinergica del pubblico, dell’impresa e del
lavoro, dove al pubblico spetta il compito della programmazione democratica
e partecipata.
Occorre dunque finalizzare a questo obiettivo:
a) la ricostruzione di un ciclo di ricerca di
base nei settori strategici che consenta la formazione del serbatoio di
conoscenza fondamentale, propedeutico alla leadership tecnologica;
b) l’individuazione di grandi progetti
nazionali (dentro un quadro europeo, sede alla quale compete la
macroprogrammazione), limitati nel numero ma di grande valore strategico sul
piano del contenuto tecnologico e sul piano delle interconnessioni e
implementazioni che devono essere in grado di generare (pubblica
amministrazione, ricerca pubblica, ricerca privata ecc.). Un’intelligente
sinergia tra ruolo del pubblico e delle imprese, sulla base di progetti di
grande innovazione e qualità, cofinanziati da risorse pubbliche e private è
rappresentata dal recente piano nazionale per la competitività approvato
dalla Francia;
c) il rafforzamento degli attori economici
attraverso interventi che sostengano la crescita dimensionale delle imprese,
che premino i progetti che fanno sinergia e unità tra imprese, centri di
ricerca, Università, territorio e che privilegino le imprese impegnate in
processi di ricapitalizzazione. Si pone anche con grande attualità il
problema politico del ruolo dell’impresa cooperativa. A tale proposito è
necessario un rinnovato e più moderno rapporto tra la funzione economica
dell’impresa cooperativa, il funzionamento dei rapporti con i soci e il
sistema di relazioni sindacali e di regole dei rapporti di lavoro. Per
questa ragione è necessaria una normativa che impedisca abusi, limitando la
denominazione di impresa cooperativa a quella in cui la partecipazione dei
soci lavoratori sia effettiva e non fittizia e che non riduca i diritti
previsti dalla legislazione e della contrattazione vigente;
d) la messa in operatività dei distretti
industriali sul versante dell’innovazione;
e) il rinnovamento delle relazioni industriali
e lo sviluppo del modello contrattuale e salariale;
f) la centralità del tema della democrazia
economica e dunque delle regole, dei percorsi e degli strumenti di un
sistema partecipato, nel quale l’espressione di un’etica nei comportamenti
dell’impresa si materializzi attraverso la responsabilità sociale e quindi
nella disponibilità alla condivisione delle scelte, nel pieno rispetto
dell’autonomia e delle prerogative delle parti. Coerente con questo
obiettivo è una definizione della governance sul piano delle regole, della
trasparenza e del conflitto di interessi;
g) l’avvio di un radicale cambiamento nel
mondo dei servizi all’impresa, all’interno di una rinnovata politica
industriale. La necessità di qualificare l’intera struttura economica e
produttiva rende indispensabile un adeguato sistema di servizi di qualità
tecnologicamente avanzati, con operatori professionalizzati, cancellando la
logica del contenimento dei costi fondata sul basso costo del lavoro e sulla
riduzione dei diritti realizzata con gli appalti al massimo ribasso;
h) le scelte sulle infrastrutture materiali e
immateriali, a partire dal Mezzogiorno, sul sistema scolastico e formativo,
sul Welfare.
3. La finanza pubblica va rimessa sotto
controllo ricreando le condizioni di una cultura diffusa di trasparenza e di
governo dei conti pubblici: risanamento e sviluppo si alimentano
reciprocamente e contemporaneamente. Nell’emergenza di questa crisi sono
improponibili politiche dei due tempi, da qualunque versante esse decidano
di partire: non si possono frenare gli investimenti per ragioni di bilancio,
mentre una spesa pubblica di qualità e selezionata deve essere strumento
attivo per lo sviluppo.
Tale alimento reciproco non può che
realizzarsi attraverso una nuova distribuzione dei prelievi, che renda
disponibili risorse da finalizzare alla crescita e all’aumento del benessere
dei cittadini, e un guadagno di efficienza e di efficacia della spesa.
Il prelievo fiscale costituisce uno strumento
redistributivo del reddito capace di ridurre disuguaglianze e sperequazioni.
Negli anni 90 si sono diffusi in Occidente, a partire dagli Stati Uniti, la
riduzione del prelievo fiscale e il taglio del bilancio pubblico, rendendo
così inevitabile una corrispettiva riduzione e privatizzazione dei servizi
sociali.
La pressione fiscale non può essere ridotta ma
dovrà cambiare l’incidenza delle diverse imposte, realizzando interventi che
spostino il carico fiscale e contributivo dal lavoro e dagli investimenti
verso le rendite. La Cgil rivendica come elemento fondamentale di giustizia
e di equità sociale l’aumento della tassazione delle rendite finanziarie e
immobiliari, la tassazione delle grandi ricchezze e il ripristino della
precedente imposta di successione. La tassazione delle rendite in Italia è
infatti significatamente più contenuta di quella europea, tanto che un
allineamento parziale al 23% darebbe entrate addizionali pari a quasi 4,5
miliardi di euro.
L’equità di un sistema fiscale è data dalla
misura della sua progressività, prevista dalla Costituzione e oggi limitata
ai redditi da lavoro e pensione: tale carattere va ripristinato rivedendo
l’imposizione sulle persone e ristabilendo quella finalità redistributiva
che un sistema fiscale deve avere sia direttamente sia come alimentatore di
risorse per un welfare inclusivo in grado di garantire, in chiave
universalistica, soddisfacenti standard qualitativi ai servizi sociali. Il
soggetto pubblico deve essere messo in condizione di svolgere in pieno il
proprio ruolo all’interno della nuova politica dei redditi.
In questo quadro si pone il cosiddetto
“federalismo”. La sua missione non può che essere quella di strumento per
l’unità sociale e civile del paese, attraverso il pieno finanziamento delle
funzioni trasferite al sistema delle Regioni e delle Autonomie locali e
attraverso il fondo perequativo, finalizzato a garantire sostegno alle
realtà più svantaggiate. Le funzioni statali, a partire dai livelli
essenziali “uniformi e universalistici” delle prestazioni, devono avere
garanzie di finanziamento su tutto il territorio nazionale.
L’inflazione incide pesantemente sui redditi
da lavoro e pensione aumentando le disuguaglianze, erodendo il potere
d’acquisto e incidendo pesantemente sulla determinazione dell’imponibile
(drenaggio fiscale). Per attutirne l’impatto, è necessario evitare il
fenomeno dello slittamento degli scaglioni d’imposta, facendo pagare le
tasse su base reale anziché nominale. Per i redditi più bassi e per quelli
da pensione è necessario affrontare la questione della riduzione del carico
fiscale. Occorre infine rivedere l’intero sistema delle deduzioni per
risolvere il problema degli incapienti.
La ripresa di una lotta credibile contro
l’evasione e l’elusione fiscale è determinante: la Cgil, ribadendo la
propria contrarietà a qualunque forma di condono e riaffermando la necessità
di considerare l’evasione fiscale un reato penale, giudicherà la politica
fiscale di un governo sulla base di quali e quanti interventi esso ponga in
essere per affrontare seriamente questo problema endemico, devastante per le
condizioni materiali dei lavoratori, diffusore di una perversa cultura
dell’illegalità, distorcente regole e relazioni nella concorrenza.
4. Le politiche pubbliche devono esercitare un
peso decisivo nella gestione dei beni comuni (acqua, istruzione, salute,
sicurezza) e nel controllo dei monopoli naturali, finalizzato a garantire
l’universalità dei servizi e dei diritti, in un quadro di programmazione
democratica.
Per affrontare compiutamente il tema dello
sviluppo bisogna affrontare il tema della compenetrazione della criminalità
organizzata nell’economia e negli apparati pubblici in parti del paese.
Occorrono misure particolari, per affermare la legalità del funzionamento
delle amministrazioni pubbliche e delle imprese, secondo le proposte emerse
in molte iniziative di categoria e di territorio e per ultimo nella
Conferenza di Palermo.
Le politiche pubbliche devono esercitare un
fondamentale potere decisionale in campo economico nel governo,
nell’indirizzo e nella regolamentazione del mercato, per rendere lo stesso
più regolato, trasparente e concorrenziale e per orientare i processi di
liberalizzazione attraverso la definizione di standard normativi,
l’ampliamento dell’offerta e la riduzione dei costi dei servizi.
L’agenda delle riforme necessarie presuppone
la ridefinizione e il rilancio qualificato dell’intervento pubblico in
economia.
L’intervento pubblico va riorientato, sia per
mettere a punto nuove politiche industriali capaci di innovare, rafforzare e
spostare in avanti, verso filiere tecnologiche più avanzate, il nostro
apparato produttivo di beni e servizi, sia per garantire un mercato
concorrenziale: vanno costruite le politiche di sostegno, le condizioni e la
strumentazione per un dinamismo economico di supporto alle imprese
attraverso modelli di ricerca sviluppo, formazione, innovazione e
trasferimento tecnologico.
Le regole che presiedono direttamente o
indirettamente al corretto e trasparente funzionamento del mercato e delle
singole imprese (diritto societario, diritto fallimentare, legge sulla
tutela del risparmio, indipendenza delle Autorità di controllo),
costituiscono un aspetto decisivo per l’ammodernamento del sistema economico
italiano, oggi il più arretrato fra tutti i paesi sviluppati dell’Occidente.
Si rende necessario un intervento di
razionalizzazione e di rafforzamento di tutte le autorità di sorveglianza e
di controllo, delle quali è necessario rafforzare l’indipendenza, non solo
rendendo più rigorose le regole per le nomine dei vertici, vertici che
dovrebbero essere comunque sempre collegiali, ma anche rispettando e
qualificando la professionalità di chi vi lavora e garantendo totale
trasparenza alle procedure di formazione delle decisioni.
Capitoli centrali di questo ammodernamento
sono gli indirizzi generali sulle politiche tariffarie di servizi strategici
come le comunicazioni e l’energia e l’uso della leva fiscale come strumento
di contenimento del loro prezzo finale. E’ ormai improcrastinabile la
liberalizzazione degli ordini professionali, indispensabile al fine di
rompere gli steccati che cristallizzano la società italiana, di ridurre il
peso dei poteri delle lobbies che innalzano i costi riducendo l’efficienza
del sistema, di creare le condizioni per pari opportunità di accesso dei
giovani ad attività di elevato contenuto professionale.
5. Le privatizzazioni dei servizi di interesse
generale a rilevanza industriale (energia, trasporti, telecomunicazioni,
ecc.), così come sono state realizzate negli anni scorsi, non hanno favorito
la nascita di nuovi soggetti economici, né d’investitori istituzionali e in
alcuni casi hanno concentrato posizioni di rendita e di potere in poche
mani. Esse hanno acuito il conflitto d’interessi largamente presente nella
nostra economia, hanno sottratto risorse al core business delle imprese
acquirenti a favore di rendite nei mercati protetti, hanno addossato alle
società acquisite un pesante indebitamento, con forti penalizzazioni sugli
investimenti di queste in innovazione e ricerca. Esse dunque hanno
rappresentato un’occasione mancata per migliorare i servizi ai cittadini e
alle imprese e per l’attuazione di una politica industriale centrata
sull’innovazione della struttura economica italiana, che risulta così più
arretrata e meno attrezzata alle sfide della competizione.
Diventa necessario, a questo punto, colmare il
vuoto di una seria verifica, caso per caso, che ponga al centro il rapporto
tra economicità ed efficienza degli effetti delle privatizzazioni con la
qualità dei servizi e i costi posti a carico dei cittadini.
In questo quadro, particolare attenzione
merita il tema dell’acqua che, per il fatto di essere risorsa indispensabile
alla vita, limitata in natura e per la quale va garantita l’accessibilità in
termini universali, va considerata bene comune fondamentale e, dunque, di
proprietà e gestione pubblica, al pari della salute, istruzione e sicurezza.
L’importanza del bene comune acqua esige un
suo uso razionale e attento, perciò la Cgil si impegnerà affinché sia
garantita maggiore efficacia, efficienza e qualità del servizio e un
contenimento delle tariffe, soprattutto per gli usi domestici e le fasce
deboli dei cittadini.
Rilanciare il ruolo pubblico impone, ancor più
di quanto sia stata fatto sino ad oggi, un’azione di riorganizzazione dei
servizi pubblici, una loro più forte efficacia ed efficienza anche
attraverso il rafforzamento della responsabilità del sindacato e la
finalizzazione a questi obiettivi delle sue politiche contrattuali e il
favorire forme di controllo e partecipazione dei cittadini e degli utenti,
finalizzate all’obiettivo di coniugare efficienza e qualità. In coerenza con
questi obiettivi è bene che la legislazione nazionale rispetti le scelte
autonome di gestione degli Enti locali.
Per correggere le distorsioni prodotte nelle
privatizzazione dei servizi a rilevanza industriale, il sistema degli stessi
sia nazionali che locali deve essere ricondotto nell’ambito di processi di
riforma settoriale e di definizione di Autorità indipendenti, dotate di
forti poteri di regolazione sui diritti di accesso, sulla qualità del
servizio, sulle tariffe e sui diritti del lavoro.
Per tutti i servizi, la rete deve essere
precondizione per la costruzione di una corretta concorrenza per i soggetti
erogatori dei servizi, affidata ai poteri delle Autorità di settore e
dell’Antitrust. Per quanto concerne la proprietà delle reti, nei settori ove
attualmente è pubblica, tale assetto deve essere mantenuto; nei settori, ove
è affidata o concessa ad imprese quotate in borsa, deve essere garantita la
terzietà della fruizione della rete.
Su tutte le reti vanno garantiti gli
investimenti necessari sia per l’innovazione tecnologica, che per
l’ampliamento della capacità offerta.
Per quanto riguarda le imprese pubbliche
locali, anche nella forma delle Multiutility, fornitrici di servizi
strategici per le imprese e per i cittadini, possono e devono essere attori
economici di nuove politiche industriali se s’impegnano in processi di
fusione che ne garantiscano la crescita dimensionale, la qualità delle
prestazioni e la capacità competitiva, che consentano importanti
investimenti tecnologici in grado di modernizzare e qualificare l’infrastrutturazione,
soprattutto nel Mezzogiorno, superando così le logiche di finanziarizzazione
che pure si sono determinate a scapito della qualità, per rendere
praticabili gli obiettivi di riduzione nel consumo di acqua ed energia,
produzione dei rifiuti e salvaguardia dell’ambiente.
Per questi motivi è necessario che le Società
miste e le Multiutility, di gestione dei servizi pubblici locali, abbiano
la maggioranza pubblica.
Un’opportunità positiva è rappresentata dai
servizi finanziari che dovrebbero facilitare lo sfruttamento delle
opportunità di crescita e l’accesso alle innovazioni, favorire l’apertura
degli assetti proprietari anche in funzione della crescita dimensionale
delle imprese.
Il sistema bancario, tuttavia, manifesta
evidenti debolezze soprattutto sui terreni, fondamentali a questi fini,
della gestione finanziaria e della riorganizzazione societaria. Il suo vero
fallimento è stato quello di non aver saputo intervenire nella ricostruzione
degli assetti proprietari in un contesto – quello del nostro paese – in cui
a un’elevatissima flessibilità del lavoro corrisponde un’assoluta rigidità
del capitale. Le banche italiane, malgrado i progressi realizzati in questi
anni, sono ancora largamente inadeguate. Il ruolo svolto nelle crisi
industriali le ha portate a diventare, attraverso la conversione dei crediti
in compartecipazione, azioniste di larga parte del sistema produttivo
italiano. Risulta centrale disporre di alcuni grandi istituti di dimensione
europea capaci di promuovere e accompagnare l’internazionalizzazione del
sistema produttivo italiano, di svolgere un ruolo indispensabile a sostegno
della sua riorganizzazione e della creazione di nuove filiere tecnologiche
che richiedono l’impiego di ingenti risorse a redditività differita e dunque
l’apporto di rilevanti investimenti a lungo termine. La politica portata
avanti dalla Banca d’Italia non ha aiutato tale processo e non ha innovato
le banche italiane rispetto ai loro competitori continentali, anche se è
dimostrato che le stesse, quando ne hanno la forza, possono diventare
protagoniste di grandi alleanze internazionali.
6. La valorizzazione e la finalizzazione
dell’intervento pubblico al rilancio anche qualitativo del sistema Italia
deve coinvolgere le pubbliche amministrazioni, nelle loro componenti:
a) l’intervento pubblico sul sistema dei beni
comuni e del welfare (acqua, istruzione, salute, sicurezza), riaffermando
un’unitarietà della potestà pubblica che inquadri in un “agire comune” il
sistema dei poteri in campo sociale collocato oggi ai diversi livelli
istituzionali;
b) l’intervento pubblico per l’innovazione e
la ricerca, che caratterizzi la qualità del sistema produttivo, definendo le
necessarie nuove regole e identificando strutture che semplifichino il
rapporto tra pubblica amministrazione e imprese, senza destrutturare il
sistema di regole che attualmente è alla base di uno sviluppo centrato su
qualità e sostenibilità.
Anche per il lavoro pubblico, così come per
quello privato, vanno rimosse le politiche che ne hanno ampliato la
precarietà. E ciò richiede lotte che pongano la questione al primo posto
delle piattaforme.
Infatti, la qualificazione dell’intervento
pubblico dipende fortemente da una rinnovata centralità del lavoro pubblico,
che ha in sé quattro grandi opportunità: garantisce i diritti fondamentali
delle persone, produce sviluppo, favorisce l’insediamento produttivo, è
frontiera e presidio della legalità.
Il governo Berlusconi, asservendo totalmente
la struttura amministrativa e burocratica alla politica, ha cancellato il
principio di terzietà e d’imparzialità della p.a. e, di fatto, ha
contraddetto la scelta, che ribadiamo fortemente, di separare
l’amministrazione, cioè la gestione, dalla politica.
7. Cruciale per uno sviluppo diverso è un
sistema formativo di qualità, basato sul diritto allo studio universalmente
garantito, che offra a tutti pari opportunità nell’accesso a una buona
scuola pubblica, che assuma il successo scolastico e formativo come una
priorità che si estenda all’età adulta, in un’ottica di formazione per tutto
l’arco della vita. La politica del centrodestra, imponendo un modello
rigidamente duale basato su meno istruzione pubblica e sulla discriminazione
economica, sociale e culturale di appartenenza, ha leso diritti,
costituzionalmente garantiti, d’inclusione sociale e di cittadinanza, la cui
priorità va assicurata, cancellando e sostituendo i provvedimenti adottati
su scuola, università e ricerca, anche con l’intento di realizzare gli
obiettivi di Lisbona, nei confronti dei quali l’Italia accusa un gravissimo
ritardo. La scuola pubblica deve garantire una formazione di qualità per
tutti superando il precariato definendo cattedre e organici con criteri
formativi. Va valorizzata l’autonomia delle scuole attraverso adeguati
finanziamenti. Va approntata una nuova legge sulla parità scolastica che
garantisca il pieno rispetto degli obiettivi didattico formativi, garantisca
le opportunità di crescita professionale di tutto il personale e renda le
condizioni generali di lavoro compatibili con quelle della scuola statale,
che nel rispetto del dettato costituzionale non consenta di dirottare
risorse della scuola pubblica per finanziare la scuola privata.
In questo quadro, l’obbligo scolastico a 16
anni, che va assolto nella scuola e non nella formazione professionale o con
l’apprendistato, come primo provvedimento della nuova legislatura, per poi
portarlo entro la fine della stessa a 18 anni, con le conseguenti modifiche
nella legislazione sul mercato del lavoro, è un obiettivo fondamentale per
elevare il livello culturale del nostro paese, per evitare il rapido
scivolamento nelle posizioni marginali dello sviluppo e per scommettere nei
percorsi successivi su una professionalità più alta e versatile.
L’autonomia di scuole, Università e enti di
ricerca, sancita dalla Costituzione, rappresenta una scelta di grande valore
e uno strumento indispensabile per innalzare i livelli di conoscenza e per
impedire un incremento della frantumazione sociale.
La società della conoscenza deve fondare la
sistematica capacità d’innovazione del sistema produttivo su un’ampia
diffusione del sapere critico. Solo persone capaci di continuare
autonomamente ad apprendere non si sentono minacciate dall’innovazione e
possono comprenderla e promuoverla. Del resto, in un ambiente soggetto a
cambiamenti continui, le nozioni possedute sono soggette a rapida
obsolescenza. Per questo occorre triplicare, in un lasso di tempo certo, il
numero dei laureati, con particolare riguardo alle materie scientifiche e
tecniche (con ciò superando il gap che ci separa dagli altri paesi europei).
Occorre inoltre che il sistema formativo abbia
come obiettivo primario una formazione che consenta l’aggiornamento
ricorrente delle proprie conoscenze, così come occorre sviluppare un sistema
di educazione e formazione permanente in tutto l’arco della vita. In questo
quadro il sindacato deve porsi i seguenti obiettivi: sviluppare la
formazione continua, anche attraverso l’utilizzo qualificato dei Fondi
interprofessionali, rafforzare i diritti d’accesso individuale alla
formazione, saldare l’attivazione dei percorsi formativi con lo sviluppo
degli inquadramenti.
8. La centralità dell’istruzione, della
formazione e della ricerca deve acquistare un significato ancora più forte
nel Mezzogiorno d’Italia dove lo stato di degrado raggiunto dal sistema
scolastico, dall’Università e dalla Ricerca, lo squilibrio nella
distribuzione delle risorse nazionali e regionali, ripropongono una nuova e
più grave questione meridionale, provocando una deriva educativa
inarrestabile.
I pesanti tagli del governo Berlusconi agli
Enti locali, alla Scuola, all’Università e alla Ricerca hanno reso ancora
più profondo il gap tra Nord e Sud del Paese, considerato che le risorse
finanziarie investite dagli Enti locali del Mezzogiorno sul sistema
formativo e sul diritto allo studio, risultano essere la metà rispetto alla
media nazionale ed un terzo rispetto ad alcune Regioni del Centro Nord. La
devoluzione, affidando il diritto all’istruzione alla competenza esclusiva
delle Regioni, potrebbe, pertanto, condannare definitivamente all’esclusione
e all’emarginazione culturale e sociale una parte degli studenti italiani.
Gli elevati tassi di dispersione scolastica,
di disagio giovanile, soprattutto nelle aree metropolitane, i vistosi e
sempre crescenti fenomeni di devianza minorile, i livelli di apprendimento e
di successo formativo dei giovani meridionali, fra gli ultimi nelle indagine
statistiche nazionali ed europee, il dato allarmante della popolazione senza
titolo di studio che nella quasi totalità delle Regioni del Mezzogiorno
supera l’8 per cento, impongono interventi radicali e coraggiosi che vanno
in direzione opposta a quanto è stato fatto fino ad oggi dalle politiche di
centro destra, sia a livello nazionale che regionale.
Sono, dunque, da attivare forti investimenti
umani e finanziari, in ogni segmento del sistema formativo, a partire dagli
asili nido, anche a fronte del calo, in tutta l’area del Mezzogiorno, della
popolazione scolastica soprattutto nella scuola primaria.
Il Mezzogiorno, infatti, non solo deve puntare
sul sistema della conoscenza per superare antichi ritardi, per affrontare
vecchie e nuove emergenze, ma deve affidare anche ad istruzione, università,
formazione professionale e ricerca l’incarico di disegnare una nuova comune
appartenenza a partire dai territori oggi in pratica isolati e sempre più
desertificati per il progressivo svuotamento dei centri abitati e dei bacini
di produzione; si dovranno, pertanto, tracciare le linee di un futuro e
condiviso sviluppo, agendo in maniera sistemica e su vari livelli.
In un contesto segnato da una complessiva
crisi economica, occupazionale e sociale, infatti, non basta agire solo sul
versante del deficit formativo; maggiore conoscenze, non sono sufficienti al
rilancio del territorio del Mezzogiorno, senza una parallela strategia di
sviluppo a medio e lungo termine.
Vanno, pertanto, create le condizioni di
inserimento lavorativo nel sistema produttivo e di permanenza nel territorio
del Mezzogiorno, di quel fondamentale capitale sociale che sono i giovani,
oggi dispersi in altre regioni o in altri paesi anche se in possesso di
titoli di studio e specializzazioni professionali (paradossalmente i
laureati meridionali hanno più difficoltà a trovare lavoro nelle loro
regioni). Serve attivare un circuito virtuoso tra formazione, ricerca,
innovazione e politiche di sviluppo locale, con particolare attenzione al
contrasto da costruire nei confronti delle mafie e della loro invasività
sulle coscienze, sulla percezione dei valori, sul sistema del vivere
collettivo e sul tessuto socio-economico, soprattutto nelle realtà in cui
sono più fortemente radicate, le ragioni del gap culturale, sociale ed
economico nel Mezzogiorno si possono affrontare e risolvere, sia
trasformando le istituzione formative in luoghi in cui rafforzare valori,
senso sociale, certezza di legalità, percorsi di studio rispondenti alla
ricostruite vocazioni del territorio, sai riorientando i modelli produttivi
perché siano pronti ad utilizzare le competenze e le professionalità
formate. Va rilanciato il ruolo dell’Università e della Ricerca, puntando a
poli di qualità e di eccellenza, da distribuire più efficacemente sul
territorio, legati al mondo dell’impresa, ma con attenzione alle grandi
questioni sociali. La Cgil dovrà promuovere vertenzialità affinché Stato ed
Enti Locali svolgano un ruolo fondamentale nell’intrecciare politiche
economiche e formative al fine di restituire ai giovani del Sud quei diritti
di cittadinanza ancora oggi negati, sebbene solennemente sanciti dalla
nostra Costituzione.
9. In Italia si fa sempre meno ricerca. La
spesa è stata ridotta, sia da parte del governo, con effetti pesanti
sull’attività delle università e degli enti di ricerca, stringendo il
personale in una morsa crescente di precarietà, sia da parte delle imprese
private: questa è la causa principale della scarsa o nulla capacità
d’innovare che caratterizza negativamente il nostro sistema economico, della
conseguente perdita di competitività e della caduta delle nostre
esportazioni.
Occorre, dunque, riportare in tempi certi il
rapporto tra spesa per la ricerca e Pil alla media europea, incrementando
gli investimenti della ricerca universitaria e degli enti pubblici di
ricerca, fondamentale per quanto riguarda in particolare la ricerca di base,
incentivando la ricerca attiva delle imprese, anche favorendo aggregazioni
di imprese minori che abbiano questo obiettivo.
L’innovazione è la risultante di una crescita
del livello di conoscenza della popolazione adulta, di un consistente
progresso nella ricerca di base, di un processo di cooperazione tra soggetti
pubblici e privati. Occorre acquisire al sistema nuove conoscenze e
incorporare innovazione nei cicli produttivi, innalzando così la qualità
delle produzioni.
Si tratta di una vera e propria produzione di
beni immateriali collettivamente fruibili e disponibili per la competizione
economica, che preveda il rafforzamento delle scelte di politica scientifica
e di politica industriale per l’innovazione.
E’ questo un problema che deve essere
affrontato con un incremento della spesa pubblica per la ricerca e
attraverso adeguati incentivi alla ricerca privata.
Le risorse pubbliche per la ricerca vanno
prioritariamente finalizzate a valorizzare la presenza italiana (centri
pubblici, residua grande impresa, consorzi di piccole imprese) nei grandi
progetti di ricerca europei; a organizzare grandi progetti nazionali di
ricerca di base e applicata; a rafforzare, con forti incentivi, la ricerca
universitaria e degli enti di ricerca, anche in sinergia con le imprese; a
sostenere i centri di ricerca ancora attivi nei grandi gruppi.
Anche a livello territoriale va sostenuta la
collaborazione tra università, istituti di ricerca, sistemi di imprese e
servizi finanziari specializzati (venture capital), incentivando le imprese
a coordinarsi e cooperare per meglio accedere alle risorse della e per la
ricerca, raccordandole con le politiche e le risorse per la formazione
continua.
Una risorsa aggiuntiva da finalizzare alla
ricerca può confluire dall’8 per mille proveniente dalla dichiarazioni dei
redditi sulle persone fisiche, sia per quanto riguarda la quota parte
proveniente dalla somma delle dichiarazioni senza indicazioni, sia
attraverso una specifica possibilità di scelta da parte dei contribuenti da
inserire come opzione nei 730/unicum.
10. Per una nuova politica di sviluppo
sostenibile è fondamentale una localizzazione sul territorio che si proponga
di favorire il mutamento della specializzazione produttiva, l’innovazione
tecnologica, la diffusione dell’informazione, specie per i distretti e le
medie imprese, la promozione di centri di formazione e di conoscenza, lo
sviluppo di strumenti assicurativi di copertura del rischio, la crescita
dimensionale delle imprese, il rigore nel rispetto della legalità, la messa
in sicurezza del territorio, il rispetto dell’ambiente, la valorizzazione
del lavoro.
Occorre passare dalla gestione della crisi
all’anticipo della domanda, riconfigurando il tessuto produttivo e
riannodando politiche pubbliche capaci di coniugare lavoro, diritti e stato
sociale, prevedendo, a tal fine, strumenti operativi che facciano sistema
tra i soggetti in campo.
Pertanto non servono politiche di
finanziamenti individuali a pioggia ma vanno perseguiti, attraverso il
coordinamento tra i diversi livelli istituzionali (Regioni, Stato centrale,
Ue), politiche di sostegno finanziario e organizzativo a programmi di
sviluppo locale integrato. Ogni incentivo individuale e collettivo dovrà
essere finalizzato alla formazione di reti cooperative che innalzino
complessivamente la competitività di un determinato territorio e abbiano
come obiettivo esplicito la qualità e la sicurezza del lavoro.
In questo quadro il sistema della autonomie –
enti locali, scuola, università, ricerca – può svolgere un ruolo
fondamentale nella costruzione dei sistemi territoriali d’innovazione e di
offerta formativa.
Si tratta, in altri termini, di definire un
modello di “ricerca e sviluppo” mediante un intervento dello Stato che
sappia collegare ai grandi progetti europei i punti di eccellenza che
tuttora permangono nel nostro paese e che sappia rendere fruttuoso il legame
tra le università, le istituzioni scolastiche, i centri di ricerca, i centri
di formazione professionale, le agenzie formative, le istituzioni locali e i
sistemi territoriali di piccola-media impresa (nell’industria e nei
servizi).
11. La sfida dell’innovazione è sfida per la
valorizzazione del lavoro e di chi lo svolge: a un lavoro povero corrisponde
un’impresa povera (e viceversa), con un rapporto inversamente proporzionale
tra dimensione e utilizzo delle nuove tecnologie. L’assenza di crescita
della produttività totale dei fattori è dipesa dall’assenza d’innovazione e
la bassa crescita della produttività del fattore lavoro è dipesa dalla
maggiore intensità delle prestazioni e dalla forte crescita di forme di
lavoro atipiche e precarie. Limiti dimensionali delle imprese,
specializzazione nelle attività tradizionali, bassa crescita nei mercati
internazionali, delocalizzazioni delle imprese di settori manifatturieri
maturi motivate dalla sola contrazione dei costi di produzione, debolezza
della concorrenza, insufficienza del sistema dei servizi, finanziari e non:
sono questi i punti d’attacco per una politica industriale che si ponga
l’obiettivo di portare il paese fuori dal tunnel della recessione, dalla
crisi di interi settori (auto e indotto, chimica di base,
tessile-abbigliamento-calzaturiero ecc.).
Anche per l’agroindustria, che assume un ruolo
centrale data la consistenza dei sostegni pubblici in Europa e in Italia,
bisogna puntare sull’ammodernamento, l’innovazione e la ricerca,
abbandonando gradualmente obsolete politiche protezionistiche che affondano
le radici nella storia economica italiana, in particolare nel Mezzogiorno.
A livello europeo, specie dopo l’allargamento,
è ormai sul tavolo la questione della percentuale del bilancio Ue destinata
all’agroindustria. Si pone, in questo quadro, la centralità del settore
attraverso: l’adozione di nuovi criteri di sostegno; la qualità delle
produzioni; la sicurezza alimentare per i consumi di massa; l’abbattimento
del costo della Politica agricola comune, che si trasferisce sul prezzo dei
beni di prima necessità e, quindi, sul potere d’acquisto dei salari e delle
pensioni; la riconversione a favore delle politiche di sviluppo rurale. Il
sistema dell’impresa agricola va normalizzato; vanno ricondotte a legalità
la prestazione lavorativa e l’impresa, anche condizionandone i sostegni
economici al rispetto di leggi e contratti.
Infine, il turismo rappresenta una leva
importante. Il settore va riorientato in direzione di un cambiamento, già
espresso dalla domanda, soprattutto straniera, attraverso il coordinamento
della politica turistica che superi la parcellizzazione della promozione e
punti su progetti integrati, come i sistemi turistici locali. A tale scopo
occorre puntare: alla destagionalizzazione dell’offerta; al rafforzamento
delle reti turistiche meridionali; al recupero e alla valorizzazione dei
beni culturali, storici, ambientali; all’innalzamento degli standard
qualitativi dell’offerta complessiva; al potenziamento delle strutture di
supporto, a partire dai sistemi di trasporto; alla qualificazione
professionale dei lavoratori.
12. Il rinnovamento del paese passa anche
attraverso il riequilibrio territoriale. Il Meridione ha bisogno di più
politiche pubbliche e di migliore qualità, attraverso l’attivazione di
flussi significativi di risorse concentrati sull’innovazione, sulla
diffusione e la qualità dei saperi, sulla costruzione del capitale sociale,
su interventi infrastrutturali sostenibili. sul rilancio dell’azione di
contrasto alla virulenta ripresa dell’iniziativa criminale delle
organizzazioni mafiose. Va assunta la centralità dell’idea di sostenibilità
economica, sociale e ambientale dello sviluppo del Mezzogiorno. E’
indispensabile e urgente che lo Stato e le autonomie locali compiano scelte
nette a tutela della legalità, anche attraverso il rilancio dell’azione di
contrasto all’iniziativa criminale delle organizzazioni mafiose. Va respinto
ogni tentativo di attenuare sia il doppio regime carcerario sia le confische
della Legge Rognoni La Torre.
Per superare il degrado sociale,
particolarmente acuto nelle grandi aree urbane, è necessario costruire
politiche rivendicative che anticipino e accompagnino le grandi
trasformazioni sociali e culturali e diano risposte alla crescente domanda
di diritti.
La sfida/opportunità del rapporto tra
l’allargamento dell’Unione europea e la proiezione verso il Mediterraneo
rappresenta un obiettivo importante anche per la Cgil.
La dimensione mediterranea, infatti, assume
importanza strategica nella prospettiva dell’area di libero scambio che, a
partire dal 2010, produrrà modificazioni profonde in tutta la regione.
Per questo alle questioni dello sviluppo del
Mezzogiorno è organicamente collegato il progetto di un Mediterraneo grande
mare di pace, che promuova il dialogo tra popoli e culture diversi in una
logica di cooperazione e solidarietà.
13. La nostra proposta è quella di una
politica industriale e dei servizi finalizzata alla costruzione di
condizioni generali e specifiche favorevoli allo sviluppo. Si tratta, in
primo luogo, di mettere a fattor comune le migliori energie e potenzialità
disponibili nelle condizioni date, oggi troppo disperse per poter dar vita a
progetti di crescita, in cui la produzione industriale mantenga un ruolo
centrale. E’ una politica che penalizza la rendita, ovunque si annidi, e
valorizza gli investimenti produttivi a lungo termine.
A tali obiettivi è ancorata l’esigenza di una
nuova politica di contrattazione confederale territoriale che, accanto alle
materie del welfare, preveda anche quelle che attengono l’innovazione. Si
tratta di attivare un modello di partecipazione nel territorio che
arricchisca gli spazi di democrazia e valorizzi il ruolo del lavoro nel
cambiamento.
14. Per sostenere lo sviluppo delle aziende
più esposte alla competizione internazionale un ruolo fondamentale è
rivestitio dalle infrastrutture materiali (porti, aeroporti, strade,
ferrovie, reti, energia, acquedotti, telecomunicazioni). La competitività
trarrebbe vantaggio dall’attuazione di un piano per l’intero paese, che
colmi il profondo divario al Sud, (a partire dalle urgenze dei settori
idraulico, dell’energia, dello smaltimento dei rifiuti) e superi le
strozzature al Nord. Il Sud, nel quadro di una riduzione generalizzata delle
risorse destinate alle infrastrutture operata dalle leggi finanziarie del
governo Berlusconi, è risultato essere particolarmente penalizzato dalla
riduzione degli investimenti, mantenendo invariato il differenziale
infrastrutturale. La legge obiettivo, che avrebbe dovuto accelerare i
progetti, si è rivelata, nei fatti, un autentico fallimento. Non ha
consentito l’apertura di nuovi cantieri e, di fatto, ha bloccato quelli in
essere, senza avere favorito, per altro, il necessario processo di
qualificazione delle imprese e del mercato delle costruzioni, sempre più
caratterizzato dal ricorso esasperato al subappalto e alla subcontrattazione.
15. Particolare attenzione va posta al sistema
dei trasporti, ciascuna branca del quale presenta attualmente elementi di
grande criticità e nel contempo potenzialità per lo sviluppo del paese.
Occorrono regole, risorse finanziarie, programmazione d’interventi, a
partire dalla priorità delle autostrade del mare e del sistema dei porti,
che, data la collocazione del paese sulle grandi direttrici dei traffici
dall’Oriente, rappresenta un vantaggio competitivo naturale. Il paese ha
bisogno di un trasporto aereo che non lo renda dipendente da quello degli
altri paesi. Va risolta la crisi endemica del vettore nazionale, va
perseguita un’alleanza internazionale, va razionalizzata la rete
aeroportuale che tende a dilatarsi irrazionalmente. Vanno colte le
opportunità offerte dall’alta capacità ferroviaria. Le Ferrovie italiane
continuano a manifestare elementi di preoccupante criticità, malgrado le
pesanti ristrutturazioni già intervenute. Il mantenimento dell’unicità
dell’azienda e della sua capacità d’investimento in tutti gli ambiti: rete,
materiale rotabile per il trasporto merci e passeggeri rappresentano gli
elementi che rendono possibile lo sviluppo del trasporto ferroviario,
essenziale per un sistema dei trasporti competitivo. Va affrontata
l’emergenza del trasporto pubblico locale come priorità per una mobilità
urbana sostenibile. Non è più rinviabile, infine, la riforma
dell’autotrasporto, per rilanciare il sistema logistico attraverso
provvedimenti per una razionalizzazione, anche con incentivi/disincentivi,
nella movimentazione delle merci e dei semilavorati che, per effetto della
trasformazione dei sistemi produttivi, aumentano la necessità di trasporti,
in particolare su gomma, e conseguentemente l’impatto sul territorio.
16. Un Paese da riprogettare ha bisogno di
un’azienda postale che, per affrontare la liberalizzazione del settore
prevista per il 2009, sappia coniugare il tradizionale servizio universale e
la recente vocazione finanziaria utilizzando il grande valore sociale che ha
sempre avuto la rete capillare della distribuzione postale e degli uffici.
Riteniamo che il servizio postale deve rimanere controllato a maggioranza da
capitale pubblico: occorre quindi riaffermare la natura del servizio
universale, per garantire la consegna della corrispondenza a tutti con
prezzi accessibili e omogenei e contrastare con forza i tentativi di
sezionare l’azienda, magari per vendere i settori pregiati ai privati, col
solo intendo di fare cassa. Mantenere l’unicità del gruppo è la condizione
necessaria per misurarsi nel futuro scenario europeo. Condizione che va
costruita ricercando convergenze con le altre organizzazioni sindacali,
anche a livello continentale.
17. Una strategia di sviluppo deve proporsi di
ribaltare “l’economia dello spreco” invalsa in questi anni, proponendo al
contrario un’economia del benessere, attenta all’uso sostenibile e ottimale
delle risorse. Essa va realizzata attraverso l’innovazione dei prodotti e
dei processi, la riduzione del contenuto energetico e di materie prime per
unità di prodotto, il risanamento ambientale, la manutenzione idrogeologica
del territorio e la sua messa in sicurezza. Le Politiche integrate di
prodotto possono essere un utile strumento per combinare innovazione di
prodotto e competitività, e una notevole opportunità in un sistema
produttivo connotato da Pmi e da filiere di prodotto complete.
Gli strumenti per la realizzazione di tali
obiettivi debbono essere il coinvolgimento degli operatori (tecnici,
ricercatori, ecologisti, personale sanitario ecc.), la definizione di un
idoneo quadro legislativo di sostegno e una contrattazione aziendale e
territoriale sul complessivo arco di temi che sostanziano la realizzazione
di un progetto di sostenibilità.
La tutela dell’ambiente richiede un forte
sistema integrato di protezione civile, che veda un ruolo attivo di tutti
gli attori istituzionali (Stato, Regioni, comunità locali, volontariato),
dentro il quale va mantenuta e valorizzata nella sua funzione originaria,
che il governo vuole manomettere, la componente dei Vigili del fuoco.
Il paese deve dotarsi di una politica
energetica che assuma realmente i vincoli del protocollo di Kyoto. La Cgil
considera prioritario l’obiettivo della riduzione delle emissioni di
anidride carbonica, dello sviluppo della ricerca dell’utilizzo di fonti
alternative e di serie politiche di risparmio e di efficienza energetica,
confermando la contrarietà alla costruzione di centrali nucleari con le
attuali tecnologie. A questo vincolo prioritario si devono orientare tutte
le misure volte a garantire la sicurezza di fornitura, riducendo la nostra
dipendenza dall’esterno e diversificando le fonti d’approvvigionamento, a
partire dal petrolio (causa di tante guerre). E’ priorità di intervento, il
massimo sviluppo delle fonti rinnovabili (solare, eolico, idrogeno, ecc.),
oltre al completamento delle riconversioni in atto da olio combustibile a
cicli combinati. Il problema dei costi e dell’approvvigionamento delle
materie prime ci pone l’obiettivo della costituzione del Mercato Unico
Europeo, anche al fine di colmare il differenziale di costo che grava sulla
nostra economia. La privatizzazione della produzione e della distribuzione,
le competenze concorrenti fra Stato e Regioni, hanno indebolito le sedi di
governo del sistema: è utile quindi favorire una regia nazionale che porti
al superamento dei conflitti locali e garantisca la coesione sociale.
E’ necessario sostenere – nelle sedi nazionali
e decentrate – un percorso di confronti sul Programma delle bonifiche
industriali. Considerare la bonifica, significa affrontare
contemporaneamente più azioni: da una parte, in vasti territori del Paese,
il risarcimento (eco welfare) da un consumo intenso di ambiente e risorse
naturali, da danni e inquinamenti prodotti dalla sviluppo senza regole, da
un’altra parte la riprogettazione delle sviluppo nelle sue dimensioni
economiche, ambientali, sociali, istituzionali, e, in particolare, il
rilancio della chimica su direzioni innovative ed eco compatibili e
l’attivazione di politiche di gestione dei rifiuti, soprattutto industriali,
da un’altra parte ancora la creazione di un vero mercato delle bonifiche che
permetterebbe oltre all’attivazione di aziende di medio/grandi dimensioni
anche la presenza delle medie e delle piccole nel campo delle tecnologie
ambientali e dei servizi alla progettazione degli interventi.
Investire con decisione nella sostenibilità
significa investire sull’Italia, sulle sue risorse naturali, storiche,
culturali e umane. Anche in questo campo la ricerca può svolgere un ruolo
fondamentale. Va favorito l’avvio di importanti processi di riconversione,
per esempio in agricoltura incentivando il passaggio alle coltivazioni di
tipo biologico e le messa a cultura di terreno con l’impiego di sementi
privi di Ogm.
La priorità dell’innovazione implica la
rimessa in discussione d’interessi consolidati dove, molto spesso, si
annidano quelle posizioni parassitarie o di rendita che gravano sulla
collettività. Sappiamo bene come tutto questo determini resistenze e
reazioni anche conflittuali che troppo spesso riducono il paese
all’immobilismo. Per superare queste resistenze e favorire una graduale e
progressiva riconversione di qualità del nostro sistema di produzione e di
consumo riteniamo fondamentale lavorare per far maturare le indispensabili
volontà e decisioni costituzionali e politiche. Nel contempo però riteniamo
altrettanto indispensabile predisporre e rendere praticabili gli strumenti e
le metodologie che consentano di integrare la dimensione economica con
quella sociale e ambientale, al fine di consentire una valutazione
complessiva, preventiva e condivisa, dell’efficacia delle politiche di
sviluppo.
18. La libertà e il pluralismo
dell’informazione e dell’espressione culturale, senza limitazione d’accesso,
sono condizioni imprescindibili per la vita democratica del Paese. Occorre
perciò rifondare la RAI, quale azienda pubblica di informazione cultura e
spettacolo, con un proprio autonomo progetto editoriale e produttivo. La RAI
deve perciò mantenere la propria unicità e garantire indipendenza e
trasparenza nelle relazioni interne ed esterne. A tal fine si rende
necessaria l’abrogazione della legge Gasparri.
19. E’ compito dello Stato garantire la
crescita intellettuale dei cittadini attraverso il sostegno alla Cultura
fattore identitario e strategico per la crescita sociale ed economica del
Paese.
E’ esigenza prioritaria la costituzione di un
vero “sistema” della cultura e della comunicazione che poggi le proprie
fondamenta sul sostegno dello Stato alla produzione/fruizione culturale
attraverso il potenziamento e la centralità del Fondo Unico per lo
Spettacolo anche a garanzia della valorizzazione, della tutela e della
protezione sociale dell’elemento lavoro, della sua tipicità settoriale,
della sua natura spesso occasionale, intermittente, precaria.
TESI 5
UN’OCCUPAZIONE SOLIDA E STABILE
1. Riportare a unità il mondo del lavoro.
1.1 Il mondo del lavoro e i suoi protagonisti
sono al centro di un ampio processo di frantumazione e di riduzione dei
diritti e delle tutele come mai da molti anni a questa parte.
All’interno di ampie trasformazioni
tecnologiche e culturali che interessano la stessa base occupazionale
italiana, assistiamo a un’ampia frantumazione nel mercato del lavoro e nel
lavoro: nel mercato attraverso una moltiplicazione delle forme contrattuali
precarie, un’immersione di parte del tessuto imprenditoriale e una forte
compressione dei salari e dei diritti individuali e collettivi, tanto nei
settori privati che pubblici; nel lavoro, nei luoghi, nei tempi e nei modi
del produrre, attraverso una parcellizzazione dei modelli aziendali e della
catena del ciclo produttivo e dei servizi.
1.2 Si è giunti così alla vanificazione di
leggi dal forte valore anche simbolico, come quella per il collocamento
delle persone con disabilità, introducendo disposizioni che, anziché
favorire l’inclusione sociale dei lavoratori più deboli, determinano la loro
ghettizzazione. Così come, dopo le lunghe, impegnative e positive lotte e
acquisizioni sul piano contrattuale e normativo per la tutela della salute e
della sicurezza, si è registrata una grave battuta d’arresto in materia,
dovuta anche a un affievolirsi dell’attenzione e della vigilanza del
sindacato nei luoghi di lavoro, e soprattutto al venir meno di un ruolo
efficace di vigilanza delle istituzioni pubbliche.
1.3 Conseguenze più dirette di questo processo
culturale, produttivo, sociale e normativo sono infatti oggi: una condizione
di precarietà nel lavoro che genera precarietà sociale; una riduzione della
coesione sociale e un aumento dell’illegalità; un impoverimento del lavoro
dipendente privato e delle pubbliche amministrazioni; un depauperamento
delle competenze e delle professionalità; una riduzione degli strumenti e
dei luoghi del sapere e della formazione strettamente connessi a un lavoro
di qualità; uno svilimento delle capacità e dell’efficienza delle
amministrazioni pubbliche, con una riduzione del loro ruolo e della qualità
dei servizi da esse erogati; una caduta nei livelli di sicurezza e
prevenzione degli infortuni; uno svuotamento degli strumenti democratici e
del ruolo dei soggetti collettivi in azienda e nel territorio; un tentativo
di negare alla radice l’essenza stessa della confederalità che è alla base
del movimento sindacale italiano.
1.4. Riportare a unità il mondo del lavoro e
rivendicarne il protagonismo e la visibilità; dare voce e maggiore
rappresentanza anche al lavoro precario, al lavoro dipendente più povero, ai
lavoratori emarginati sono le coordinate entro cui, per la Cgil, occorre
declinare un “nuovo patto di cittadinanza”. Un patto che abbia come cardine
il nuovo concetto di “lavoro economicamente dipendente” con la conseguente
estensione dei diritti (e dei costi) attribuiti oggi al lavoro subordinato a
tutte le fattispecie economicamente dipendenti dall’impresa (a partire dalle
collaborazioni), concetto alla base delle proposte di legge d’iniziativa
popolare su cui la Cgil ha raccolto oltre 5 milioni di firme. Un patto che
assuma da un lato il valore sociale, di emancipazione e di liberazione del
lavoro come volano per un maggiore benessere, coesione e democrazia;
dall’altro che faccia della qualità del lavoro il nesso inscindibile con una
maggiore specializzazione del sistema economico, in una collocazione
avanzata nel contesto della globalizzazione.
Questa era del resto l’intuizione e il portato
più profondo, ancorché non compiutamente realizzato, della politica europea
a partire dal Libro Bianco di Delors.
1.5 Non è un caso dunque se il lavoro è uno
dei terreni su cui più organica è stata l’iniziativa del governo di
centro-destra, inserendosi peraltro in un processo di precarizzazione dei
rapporti di lavoro già in atto.
Il Libro bianco del governo Berlusconi disegna
una società caratterizzata dall’indiscussa e indiscutibile supremazia delle
ragioni dell’impresa, che deve essere libera di competere nella
globalizzazione senza vincoli, di costo e di diritti. Ai lavoratori, e alle
loro organizzazioni sindacali, è preclusa ogni funzione paritaria
nell’impresa; non solo il conflitto ma anche il semplice “confronto” è
considerato come portatore di ritardi e causa d’impacci competitivi. Al suo
posto, e al posto di un riconoscimento delle ragioni del lavoro
nell’impresa, si suggerisce al sindacato uno spazio, eventualmente
bilaterale con le imprese e le loro associazioni, in cui esercitare attività
di servizio fino al collocamento e alla
certificazione dei rapporti di lavoro. Quindi, un’uscita progressiva del
sindacato dall’impresa, cui consegue la svalutazione del ruolo contrattuale
del sindacato, a favore degli spazi di contrattazione individuale e
fittiziamente “paritari” tra lavoratore e impresa.
Una decontrattualizzazione inaccettabile dei
rapporti di lavoro, nel pubblico e nel privato, che porterebbe allo
snaturamento della funzione contrattuale collettiva del sindacato
confederale.
1.6 Base teorica di questo disegno è stata
un’artificiosa contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori
tradizionali (gli insiders) e gli interessi dei lavoratori irregolari o dei
disoccupati (gli outsiders), sostenendo che la ragione della condizione dei
secondi fosse l’eccessiva tutela dei primi.
L’attacco all’articolo 18, la concezione della
“donna” come soggetto strutturalmente svantaggiato, del lavoratore disabile
come “peso” per la competitività dell’impresa, sono stati la logica
conseguenza di tutto ciò; emblemi, non unici, di una specifica visione
ideologica della società e del rapporto tra lavoratori, cittadini e impresa,
così come prospettata nello stesso “patto di Parma” tra la Confindustria di
D’Amato e il leader del centrodestra.
S’inserisce in questo disegno, del resto, il
tentativo del governo, spalleggiato dalla parte più retriva del padronato
italiano, di smantellare ulteriormente le tutele per la salute e sicurezza
nel lavoro, con un’ipotesi di Testo unico che è stato costretto a ritirare
anche grazie alla mobilitazione dei lavoratori, degli Rls, dei sindacati,
delle associazioni della prevenzione e di tanta parte del mondo giuridico e
medico-scientifico.
2. La proposta alternativa della Cgil.
2.1 La Cgil è stata in campo contro questa
impostazione e ha il merito di aver contribuito a far sì che tale disegno,
dalle ambizioni organiche, sia riuscito solo parzialmente, e che sia stato
successivamente ulteriormente ridimensionato dall’esercizio, quasi sempre
unitario, della contrattazione collettiva. Del resto basta citare tre dati
di fatto per dimostrare l’iniquità, oltreché l’inefficacia, delle
disposizioni e soprattutto della filosofia che le ha ispirate: il
rallentamento della crescita occupazionale femminile rispetto a quella
maschile; la progressiva perdita di competitività delle merci italiane nel
contesto internazionale, nonostante esse siano prodotte nel “mercato del
lavoro più flessibile d’Europa”; l’estensione ulteriore dell’area
dell’economia irregolare, che quelle norme avrebbero dovuto spingere
all’emersione (a partire dalle false collaborazioni);.
Quindi si deve e si può cambiare strada.
Andare oltre la legge 30 significa ribaltarne l’intera filosofia: vanno
infatti cancellate tutte le norme che precarizzano il rapporto di lavoro e
favoriscono la destrutturazione e l’impoverimento dell’impresa; vanno
cancellate le norme che indeboliscono la contrattazione collettiva; vanno
cancellate le norme che alimentano ulteriori forme di svantaggio. Questo
significa per noi cancellare la legge 30 e sostituirla con un sistema di
norme e diritti complessivamente alternativo, partendo dalle nostre
proposte.
2.2 Per questo la Cgil non si è limitata a
denunciare la filosofia e le norme inaccettabili contenute nelle leggi del
governo, ma ha articolato la sua battaglia su tre piani:
a) sul piano culturale, in difesa delle
ragioni dei diritti del lavoro anche e proprio nella nuova congiuntura
economica: prova ne sono, a sostegno della grande iniziativa contro la
manomissione dell’art.18 e per i diritti al lavoro, le proposte di legge di
iniziativa popolare su cui 5 milioni di uomini e donne hanno voluto
condividere le nostre scelte; proposte caratterizzate da un’impostazione non
solo di merito, ma anche culturalmente, alternativa a quella del governo,
che ne hanno così dimostrato gli ideologismi e le mistificazioni, a partire
dai presunti “vincoli comunitari” alla base delle proposte del centrodestra;
b) sul piano contrattuale e di contrasto,
impedendo l’ingresso nel mondo del lavoro delle forme più pericolose di
precarietà (staff leasing, lavoro a chiamata), evitando unitariamente ogni
stravolgimento degli enti bilaterali frutto della contrattazione ed
evitandone la costituzione nei campi del collocamento e della certificazione
dei rapporti di lavoro, attraverso una politica vertenziale e legale,
coordinata con il livello politico sindacale, finalizzata a contrastare gli
aspetti più negativi della Legge 30; contrattando, unitariamente nella
stragrande maggioranza dei casi, affinché – per le tipologie d’impiego
“tradizionali” – non si realizzassero le ipotesi di precarizzazione, in
particolare per le donne, previste dalle nuove leggi,
come nel caso del part-time; e invece
fossero accresciuti diritti e prospettive di stabilizzazione della
condizione occupazionale, com’è avvenuto per i
contratti d’inserimento. Ciò naturalmente non ci può esimere dal contrastare
ogni tentativo di relegare i rapporti a part-time, specie per le donne, in
posizioni cui sia negata ogni prospettiva di crescita professionale e
d’inclusione nell’organizzazione del lavoro;
c) sul piano della proposta e
dell’interlocuzione dialettica con le forze politiche, a livello nazionale e
regionale, cercando di dare massima centralità alla dimensione del servizio
pubblico, da un lato, e al protagonismo dei soggetti collettivi e
contrattuali dall’altro. Su quest’ultimo punto vale la pena ricordare le
iniziative nazionali della Cgil, alle cui piattaforme si fa esplicito rinvio
e riferimento: sui servizi all’impiego e le politiche regionali sul lavoro;
sulla politica del lavoro e i diritti; sulla conoscenza; sui diritti degli
immigrati; sulle politiche di emersione; su salute e sicurezza nel lavoro.
Il semplice elenco dei temi contraddistingue
un approccio organico globalmente alternativo alla filosofia liberista del
centrodestra: rimettere al centro il valore sociale del lavoro e la sua
“unità” vuol dire, infatti, fare i conti con l’area tanto dei “vecchi” che
dei “nuovi lavori”.
2.3 Per questo proponiamo un concetto
allargato della dipendenza economica come fondamento dei diritti, delle
tutele e dei costi cui deve far fronte l’impresa, attraverso una
ridefinizione di lavoratore ”economicamente dipendente” cui far
corrispondere l’equiparazione dei diritti e dei costi.
Questo vuol dire fare del contratto
subordinato a tempo indeterminato la normale forma di lavoro e di assunzione
per l’ordinaria attività di impresa, e
quindi limitare i contratti cosiddetti
flessibili a una mera eccezione. Vuol dire ridurre le tipologie non a tempo
indeterminato, non solo attraverso interventi legislativi e contrattuali che
puntino anche a una loro progressiva stabilizzazione, ma anche attraverso un
aggravamento del loro costo unitario.
Vuol dire riportare in “correlazione” diretta
la fatica e l’impegno nel lavoro con una retribuzione giusta, con un corredo
di diritti universali, indipendentemente dal nome contrattuale, estendendo
così lo Statuto dei diritti dei lavoratori; consapevoli del fatto che parti
importanti dei sistemi di welfare potranno innovarsi e ampliare la portata
degli interventi, alla luce delle grandi trasformazioni avvenute, solo con
più stabilità nel lavoro, oltre che con il riconoscimento che la stessa
imparzialità della pubblica amministrazione s’indebolisce se la prestazione
lavorativa è svolta con tipologie precarie.
Per il settore pubblico è necessario eliminare
il blocco generalizzato del turn-over e avviare una coerente politica
occupazionale per le pubbliche amministrazioni che dovrà contemplare:
·
la rideterminazione delle
dotazioni organiche, esaminando anche le attività esternalizzate;
·
atti normativi finalizzati a
trasformare in rapporti di lavoro a tempo indeterminato il lavoro precario e
atipico impegnato in maniera stabile e strutturata nelle attività
istituzionali della P.A. e nei servizi.
Rinnovati provvedimenti e percorsi di
regolazione delle politiche occupazionali saranno necessari al fine di
garantire trasparenza, efficienza e qualità della P.A.
In questo quadro vanno altresì assunte
iniziative nominative che ridefiniscono la clausola sociale nell’insieme
della domanda pubblica, a partire dalla eliminazione degli appalti
attraverso il metodo del massimo ribasso, e la definizione di norme
vincolanti per la P.A. e per le società operanti a qualsiasi titolo su
concessione e/o mandato delle aziende pubbliche. Allo stesso modo vanno
definite per tutte queste fattispecie griglie vincolanti di indirizzo per la
definizione dei criteri di valutazione delle imprese e dei capitolati
sottostanti ai contratti di pubbliche forniture e/o servizi. I contratti
nazionali dovranno inoltre definire termini, modalità e contenuti della
clausola sociale inerenti agli appalti, alle forniture, erogazioni di
servizi alle imprese.
3. Contrastare la frammentazione delle
imprese.
3.1 Questo vuol dire che l’impresa va
considerata nella complessa sfaccettatura che ne costituisce l’attuale
configurazione. Esternalizzazioni, internalizzazioni, appalti, trasferimenti
e cessioni d’impresa o dei suoi rami (così come il ricorso al lavoro
temporaneo o in collaborazione) sono elementi di natura strutturale che
vanno indirizzati e non subiti passivamente. A cominciare dal contrastare,
anche nei servizi pubblici, operazioni di esternalizzazione motivate dal
solo risparmio sul costo del lavoro. Occorre quindi allargare i diritti di
contrattazione, a cominciare da quelli d’informazione/consultazione. A tale
scopo, all’interno di una riflessione sugli accorpamenti contrattuali, serve
introdurre il concetto di “codatorialità” nei confronti dell’intera catena
d’imprese interessate dalla filiera di esternalizzazioni, e renderle tutte
complessivamente responsabili.
3.2 Analogamente, e più in generale, serve una
profonda revisione delle norme sul socio-lavoratore, che ripristini almeno
l’equilibrio raggiunto nella legge 142/01 prima delle modifiche della legge
30 e venga applicata la Legge 20 maggio 1970 n° 300 con l’inclusione
dell’articolo 18 della medesima per il quale la Legge 142/01 ne aveva
prevista l’esclusione.
La Cgil e le categorie interessate dalla
presenza di soci lavoratori promuoveranno iniziative contrattuali volte a
contrastare anche per la via negoziale gli effetti più negativi di tale
complesso normativo.
Inoltre sugli affidamenti nella pubblica
amministrazione, va affermato che i diritti tutelati costituzionalmente e i
servizi relativi ai beni comuni non possono essere esternalizzati nella
gestione né affidati a strutture terze. Ma occorre fare di più, anche oltre
i meccanismi di affidamento in appalto: si deve evitare che l’impresa che
esternalizza si possa poi disinteressare del lavoro e dei lavoratori che ha
ceduto.
3.3 Occorre poi intervenire per evitare
fenomeni di dumping, contrastando uno svuotamento dei contratti collettivi
attraverso l’impiego improprio della cooperazione e del terzo settore,
come ad esempio avviene con l’affido di commesse a cooperative in
sostituzione di assunzioni regolari di lavoratori con disabilità. Rimane
ferma per la Cgil, infatti, la continuità delle politiche volte
all’integrazione “vera” dei cittadini e delle cittadine con disabilità,
anche causata dal lavoro, attraverso servizi efficienti di orientamento e di
formazione, capaci di valorizzare la professionalità delle persone con
disabilità e contrastando azioni di discriminazione diretta e indiretta che
possono pregiudicare la possibilità o la conservazione di un’occupazione.
L’esclusione dal mercato del lavoro delle persone con disabilità può
avvenire attraverso una negazione di diritti quali istruzione, assistenza,
trasporto: la Cgil si attiverà affinché nei territori siano concertate con
gli enti preposti politiche contrattuali rivendicative di una piena
occupazione delle persone con disabilità attraverso l’abbattimento di
barriere fisiche e culturali e l’istituzione di servizi di accompagnamento,
tutor e interventi sull’organizzazione del lavoro.
3.4 Occorre assumere l’importanza del sapere e
della formazione all’interno di un sistema scolastico e universitario
accessibile per tutti e di qualità come elemento centrale e strettamente
intrecciato a un modello solidale di mercato del lavoro e a uno sviluppo di
qualità. Si pone qui l’impegno di modificare la legislazione sul lavoro dei
minori in stretta connessione con il contrasto ad ogni forma di lavoro
minorile e con l’obiettivo del raggiungimento, nella legislatura,
dell’obbligo scolastico a 18 anni; così come l’impegno per la formazione
continua lungo tutto l’arco della vita, strumento collettivo di mobilità
sociale, e per il diritto individuale alla formazione come strumento di
valorizzazione della persona. In questo quadro va rilanciato un forte
intervento del sindacato per rafforzare i diritti d’accesso individuale alla
formazione, ridefinendo e rafforzando le opportunità già esistenti nei vari
contratti, spesso solo parzialmente utilizzate (150 ore, congedi formativi
ecc.) e saldando nelle piattaforme contrattuali l’attivazione di percorsi
formativi con lo sviluppo degli inquadramenti e del salario. In tale
contesto assume valore la tematica dell’apprendistato, non come mero
strumento per sottoinquadrare i lavoratori più giovani, ma come vero
contratto a causa mista, con un forte investimento sul piano formativo,
intrecciando proficuamente formazione formale esterna e formazione sul
lavoro (piani formativi aziendali), con il riconoscimento pubblico delle
competenze acquisite (libretto formativo).
3.5 Occorre assumere la sicurezza, la
prevenzione, il benessere dei lavoratori come portato più generale di una
ricostruzione di diritti universali; l’altra medaglia di un contrasto
alla precarietà che fa male, che – nella competizione sul costo –
arriva a disconoscere perfino il diritto all’integrità fisica e psichica. La
Cgil si deve pertanto impegnare a proseguire e rilanciare con forza il ruolo
del sindacato sul controllo delle condizioni e dell’organizzazione del
lavoro, realizzando pienamente gli indirizzi dell’Unione europea,
reinserendo il tema nella contrattazione nazionale e di secondo livello e
nella negoziazione territoriale, sviluppando le relazioni con il mondo
giuridico e scientifico, con le istituzioni pubbliche e con le stesse parti
datoriali, affinché la salvaguardia della salute e della sicurezza nel
lavoro sia sempre più considerata come parte integrante dei diritti e della
dignità del lavoro e dell’impresa. La salvaguardia della salute e della
sicurezza nel lavoro va accompagnata dall’impegno per garantire una maggiore
tutela a coloro che sono colpiti da danni da lavoro, contrastando la
politica restrittiva degli Istituti assicurativi e rivedendo i contenuti del
Decreto 38/2000.
3.6 In senso analogo le nostre scelte di
politica dell’immigrazione (diritto all’ingresso per ricerca di lavoro,
norme plurilingue su salute e sicurezza, azioni positive contro le
discriminazioni dirette e indirette, welfare fruibile e aperto) si saldano a
un’impostazione d’inclusione e contrastano frontalmente ogni logica
ghettizzante e discriminatoria.
4. Tutelare il lavoro, combattere
l’illegalità.
4.1 Occorre garantire un nuovo sistema
universale di ammortizzatori sociali e di tutele, fondato sul principio che
il lavoro va difeso e non reso più facilmente eliminabile in caso di
difficoltà. Va quindi esplicitamente premiata l’impresa che ridistribuisce
il lavoro, piuttosto che ridurlo, e imposto il vincolo del “piano sociale
d’impresa” là dove la difesa del lavoro risulti impossibile. A tale
proposito, nella riforma complessiva, andrà affrontato anche il tema di
un’apposita forma di ammortizzatore sociale che, insieme a politiche di
riconversione professionale, concretizzi il diritto alla tutela del reddito
dei lavoratori durante la riconversione produttiva dell’impresa, qualora si
ponga il problema di una incompatibilità della produzione della stessa con
la normativa ambientale del territorio.
Un nuovo e
universale sistema di ammortizzatori che
abbia una forte integrazione con un modello di welfare dove, accanto a
strumenti per la difesa nel lavoro, siano concretamente agibili diritti più
ampi di cittadinanza, di lotta all’esclusione e alla povertà. In tale ambito
il ricorso agli ammortizzatori sociali va connesso all’insieme delle
politiche attive del lavoro (composte da interventi di formazione,
riqualificazione, valorizzazione delle competenze comunque acquisite,
utilizzo dei fondi dello 0,30) da avviarsi su base territoriale per
governare al meglio le fasi di transizione da un impiego all’altro. Si pone
qui, tra l’altro, la proposta di “contratto d’inclusione”, istituto di
collegamento tra lavoro e welfare, fortemente intrecciato, come indicato
nelle proposte della Cgil, con modalità anche nuove di sostegno al reddito.
4.2 Occorre fare della lotta contro il lavoro
nero la priorità per un paese in cui ancora troppe donne e uomini, troppi
immigrati, troppe imprese si situano fuori dalla legalità, dai sistemi di
protezione sociali. L’intervento sull’economia irregolare è di straordinaria
importanza, non solo per evidenti ragioni etiche e di solidarietà, ma anche
per impedire forme di concorrenza sleale, per restituire alla collettività
ingenti quantità di ricchezza attualmente evasa, per rompere quelle stesse
convenienze tra soggetti deboli che minano la solidarietà generale
(indicativa la condizione delle assistenti familiari). E’ il presupposto per
ogni possibile patto fiscale tra le ragioni del lavoro, dell’impresa e della
cittadinanza. Si tratta qui di operare coniugando un uso sempre più mirato
ed efficace della repressione (ponendo mano a una radicale riforma della
legislazione del governo di centrodestra, a partire da quella sui servizi
ispettivi), con misure selettive e temporanee di accompagno e sostegno alle
imprese (o ai sistemi d’impresa di matrice distrettuale) che dimostrino di
poter sostenere il ritorno alla legalità e i ritmi della competizione
globale (crescendo anche in dimensioni e innovazione); sostenendo i piani di
stabilizzazione previdenziale dei lavoratori e la loro qualificazione
professionale; spezzando le forme peggiori di ricatto e d’illegalità che
costringono centinaia di migliaia di lavoratori italiani ed immigrati in una
condizione di rassegnazione e accettazione dello sfruttamento, fino al grave
e crescente fenomeno del lavoro minorile.
4.3 Per fare tutto ciò occorre un rinnovato
ruolo della dimensione pubblica nel fissare non solo le regole, ma
nell’intervenire con politiche attive universali e realmente fruibili nel
mercato del lavoro, che facciano ritornare alla “legalità” e “visibilità” i
soggetti sociali più deboli; occorre scommettere su una dimensione
regionale/territoriale della politica del lavoro, che si basi sulla garanzia
di un equilibrio reale tra la tutela dei diritti, che non può che essere
nazionale, e un’articolazione delle politiche strumentali (servizi
all’impiego, connessioni con i sistemi formativi professionali e per tutta
la vita, ammortizzatori sociali e politiche per popolazioni a rischio), in
modo da essere coerente con la nostra opzione generale di “federalismo
solidale”. In questo contesto la battaglia per il ruolo dei servizi pubblici
all’impiego, di cui riaffermiamo la centralità, va saldata con il tema delle
risorse necessarie per il loro rilancio, specie in previsione della
diminuzione della copertura da parte dei Fondi comunitari; va altresì
rafforzata la riqualificazione degli operatori impegnati nei servizi, e
assicurata ad essi la necessaria stabilità occupazionale e di rapporto di
lavoro.
Questa è oggi l’unica strada per uscire dalla
crisi economico-produttiva e per garantire una crescita e uno sviluppo
duraturo e socialmente sostenibile: il paese e i lavoratori necessitano oggi
di risposte diverse anche rispetto al passato, più ampie e coraggiose per
costruire un futuro migliore.
TESI 6
I DIRITTI DEI MIGRANTI
1. La
globalizzazione neoliberista, con l’accrescere delle disuguaglianze è, da
una parte, causa delle consistenti migrazioni a livello nazionale,
intra-europeo e internazionale e, dall’altra, substrato per risposte
nazionalistiche e xenofobe, che sono anche risposte errate al tentativo
d’imposizione del “pensiero unico” che vorrebbe cancellare i pluralismi
culturali, etnici, religiosi, di genere.
L’immigrazione è un fenomeno complessivamente
in crescita e molto articolato, che comprende persone in fuga da guerre e
tirannie o da selvagge ristrutturazioni economiche e socio-politiche, tratta
delle donne e dei bambini, ricerca d’occupazione e/o di miglioramento delle
proprie condizioni. Oggi circa tre milioni di cittadini stranieri risiedono
regolarmente nel nostro paese e molte centinaia di migliaia sono, oltre a
quelli in attesa di permesso di soggiorno, irregolari.
2. La Cgil considera la presenza dei migranti
nel nostro paese un fattore che arricchisce culturalmente e umanamente la
nostra società, riconferma la propria impostazione per l’unità delle
lavoratrici e dei lavoratori di tutti i paesi ed è quindi chiamata a una
capacità di analisi e di proposta assai articolata sul fenomeno migratorio,
per ottenere una politica aperta inclusiva che
costruisca, insieme ai migranti, un patto di cittadinanza basato sui
diritti e le responsabilità.
3. La
presenza di un flusso costante di migranti permette all’Italia e all’Europa
di contrastare il declino demografico della popolazione, di rallentarne il
processo d’invecchiamento, di mantenere stabili le forze di lavoro e,
conseguentemente, di accrescere il peso delle classi lavoratrici nella
società. Gli studi della Commissione europea confermano il carattere
positivo dell’immigrazione verso l’Europa e l’Italia.
La
contraddizione tra apprezzabili “dichiarazioni di principio” e concrete
politiche per l’immigrazione ha, nel “Libro Verde” dell’Unione europea, una
sua manifestazione evidente. La preoccupazione maggiore è che la Commissione
europea manchi di qualsivoglia ambizione nel governo di un processo così
imponente, con il rischio di consegnarci una direttiva che assume come
comune denominatore le più inique politiche sull’immigrazione dei singoli
Stati, in chiave prettamente “difensiva”.
4. In Italia
questa deriva è già stata raggiunta con la legislazione emanata dal governo
di centrodestra che ha costruito un “diritto duale”, un incubatore, anche
“culturale”, di una più generale impostazione ideologica: la legge
Bossi-Fini è una legge sbagliata, una legge barriera e le incongruenze
combinate fra questa e la legge 30, nella gestione del mercato del lavoro e
del contratto di soggiorno, sono un motivo in più per la loro cancellazione.
Infatti il concetto di contratto di soggiorno
riflette la negazione della legittimità del progetto migratorio giacché la
facoltà di risiedere nel nostro paese è rigidamente vincolata alla domanda
di lavoro delle imprese del paese ospitante; con la crudele conseguenza che
ove – per qualsivoglia motivo – non vi sia più la costanza del rapporto di
lavoro il migrante perde il diritto al soggiorno ed è obbligato, pena la
carcerazione, a tornarsene a casa. L’opportunità di rimanere in Italia
dipenderà dunque, in generale, dal grado d’acquiescenza che l’immigrato
saprà dimostrare nei confronti di colui da cui egli dipende a ogni effetto:
il padrone (“imparare a stare al proprio posto”).
La legge Bossi-Fini ha poi determinato una
diminuzione dei diritti per le immigrate, che si trovano in una situazione
più vulnerabile rispetto all’istruzione, all’occupazione, alla sanità e alla
partecipazione alla vita pubblica.
5.
Complessivamente le proposte del sindacato hanno come obiettivo una
legislazione finalizzata alla riorganizzazione e al rafforzamento delle
tutele e alla lotta al sommerso e assumono, quindi, l’obiettivo della
cancellazione immediata della legge Bossi-Fini, e conseguentemente il varo
di una nuova legge quadro sull’immigrazione che non riproponga tuttavia
princìpi e strumenti di legislazioni precedenti che, dopo 8 anni, hanno
mostrato tutti i propri limiti e inadeguatezze e che si caratterizzi invece
per un’organicità e una sistematicità di nuove norme che sanciscano:
a) l’istituzione di un “Permesso di soggiorno
per ricerca di occupazione”, certi che una tale norma possa divenire
l’architrave di una più aperta e giusta politica sull’immigrazione in Italia
e in Europa; una politica basata sull’agibilità di una via legale per
sconfiggere il traffico criminale delle persone e l’abuso del lavoro
migrante in nero, senza diritti e tutele;
b) la chiusura dei Cpt (Centri di permanenza
temporanea), non solo perché rappresentano un vero e proprio buco nero
rispetto alle tutele dei diritti umani previsti dalle norme nazionali ed
internazionali, ma anche perché, nel quadro di una legge alternativa che
supera il proibizionismo attraverso la via legale all’immigrazione, non
avrebbero più nessuna funzione e giustificazione;
c) la nascita di una rete di strumenti per
l’inserimento e l’integrazione, che attivi, tra l’altro, centri di
accoglienza e di servizi all’immigrazione, qualificati sotto la
responsabilità degli enti locali, in grado di assicurare alloggio,
informazione, formazione, istruzione, assistenza psico-socio-sanitaria,
mediazione culturale e tutela legale, affinché la diversità arricchisca
tutta la società. A questo riguardo occorre che la durata dell’iscrizione al
S.S.N. degli immigrati regolari sia la stessa dei cittadini italiani, la
durata non deve dipendere dalla scadenza del permesso di soggiorno, così
come l’iscrizione anagrafica, l’iscrizione ai centri per l’impiego,
l’avviamento al lavoro, l’ottenimento della patente di guida etc;
d) il trasferimento agli enti locali delle
competenze per i rinnovi dei permessi di soggiorno e per l’ottenimento della
carta di soggiorno, prevedendo adeguate risorse;
e) il rilascio e/o il rinnovo del permesso di
soggiorno per motivi familiari ai minori immigrati accompagnati da almeno un
genitore regolare anche dopo il compimento dei diciotto anni;
f) il superamento di qualsiasi discriminazione
derivante dalla mancanza della cittadinanza italiana nei confronti delle
lavoratrici e dei lavoratori migranti nell’accesso al pubblico impiego per
tutti quei lavori che non contemplano la rappresentanza dello Stato,
superando anche le contraddizioni tra la normativa italiana e quella
europea;
g) la possibilità piena di accesso al sapere e
allo studio da parte dei figlio di immigrati, oggi costretti, raggiunta la
maggiore età, a trovare subito un improbabile lavoro regolare pena la
clandestinità e l’espulsione.
6. E’ inoltre indispensabile intervenire per
ottenere:
a) la regolarizzazione degli irregolari
presenti sul territorio nazionale. La possibilità di uscire dalla
clandestinità e di ottenere il diritto al permesso di soggiorno per quanti
possano dimostrare la sussistenza di un rapporto di lavoro, così da dare
impulso alla lotta al lavoro “nero”, rendere l’immigrato protagonista della
propria “emersione” e, a un tempo, affermare un ruolo virtuoso dello Stato
come copromotore di un processo di riscatto sociale;
b) l’urgente approvazione di una legge
organica sul diritto d’asilo: solo l’Italia, tra i paesi più
industrializzati, è ancora senza una legge quadro che tuteli i rifugiati
secondo i dettami della Costituzione e dei trattati internazionali
sottoscritti dall’Italia;
c) l’estensione del diritto di voto attivo e
passivo nelle elezioni amministrative;
d) la riforma della legge sull’acquisizione
della cittadinanza italiana che dia maggior peso al principio dello “jus
soli” che accorci i tempi sia della presentazione sia della risposta delle
domande; che tolga discrezionalità al Ministero dell’Interno e renda
trasparente l’iter della stessa; che trasformi l’acquisizione della
cittadinanza da una concessione ad un diritto certo;
e) l’adeguamento del personale per gli uffici
consolari (per dare una risposta alle lungaggini burocratiche imposte agli
immigrati). Il comportamento di tali uffici deve essere più trasparente e
più rispettoso degli utenti e dei loro diritti; a questo proposito è
importante il ruolo degli uffici INCA all’estero.
E’ del
resto con profonda convinzione che siamo stati e siamo tra i protagonisti di
una campagna internazionale su due importanti petizioni popolari: per la
ratifica della convenzione Onu sui diritti dei lavoratori migranti e delle
loro famiglie e per l’istituzione della Cittadinanza di residenza europea.
7. Le
discriminazioni istituzionali, sancite proprio dalle leggi, vanno rimosse
con azioni riformatrici. In molti altri casi, si tratta di svantaggi che non
rendono effettiva la parità di trattamento formalmente sancita: emblematico
è l’andamento degli infortuni, che, a differenza degli italiani, per i
lavoratori migranti è in forte crescita, a causa proprio delle tipologie di
attività e contrattuali e alla non formazione riservata loro. Qui deve
intervenire la capacità contrattuale innovativa del sindacato, che può
valere per gli immigrati e più in generale per tutti i soggetti deboli,
tanto più quando questa disparità si somma all’essere donna. Ancor più degli
uomini, le lavoratrici immigrate, anche se diplomate o laureate, arrivano in
Italia con una professionalità e un’esperienza di lavoro raramente
riconosciute e sono costrette a lavorare, salvo poche eccezioni, nel settore
dell'assistenza alle persone e alle famiglie o come addette alle pulizie;
spesso presso una famiglia, con un ciclo continuo di lavoro, nell’isolamento
più completo e con i problemi connessi alla convivenza con il datore di
lavoro. Esse sono un’importante risorsa sia per le famiglie, poiché spesso
permettono, soprattutto alle donne italiane, la conciliazione fra lavoro
professionale e famiglia, sia per l’economia del paese.
8. L’impegno
della Cgil, forte anche della significativa presenza di lavoratrici e
lavoratori tra gli iscritti, così come tra i delegati immigrati, si
esplicita principalmente nel versante contrattuale.
Noi siamo
per affermare la parità di trattamento e di cittadinanza, una parità
effettiva, e quindi il profilo dell’iniziativa sindacale dovrà rimuovere gli
ostacoli alla parità, dovrà connotarsi come azione contrattuale e
rivendicativa antidiscriminatoria, sapendo che su questa strada il cammino è
molto impegnativo perché oggi si registrano condizioni discriminanti per i
lavoratori immigrati in tutte le sfere della vita sociale, dalla durata dei
contratti individuali di lavoro, al salario, agli ammortizzatori sociali,
alla salute e sicurezza, al welfare nazionale e locale, alla casa fino al
sistema pensionistico. Deve essere chiaro che una maggiore qualificazione e
specializzazione delle aziende italiane passa anche per un diverso e più
giusto rapporto con l’immigrazione.
9. Le lavoratrici ed i lavoratori frontalieri
sono un particolare tipo di migranti: proprio perché abitano in un paese e
lavorano in un altro.Queste lavoratrici e questi
lavoratori più di altri abbisognano di una doppia tutela: contro la
discriminazione e per il rispetto dei contratti sul posto di lavoro; per il
diritto alla formazione, all'aggiornamento, ed alla riqualificazione
professionale, con il pieno riconoscimento reciproco dei percorsi formativi
e dei titoli di studio. I frontalieri e battaglia per l'affermazione dei
loro diritti rappresentano un esempio concreto di come il confine, che
quotidianamente attraversano e riattraversano, possa e debba essere inteso
non come punto di separazione ma di contatto, di arricchimento reciproco di
sviluppo.
10. La
complessità dei problemi e la concezione di confederalità della Cgil ci
devono impegnare anche sul versante della formazione per combattere
esclusioni, abbandoni, svantaggi scolastici e sfruttamento del lavoro
minorile, così come concezioni e pratiche di assimilazione che assegnano un
valore negativo agli apporti culturali delle comunità straniere, che stanno
alimentando forme di autoseparazione con la nascita di asili nido e scuole
materne su base etnica. Dobbiamo operare per un inserimento non solo
rispettoso delle diversità ma che permetta positive ibridazioni culturali,
anche attraverso l’incremento dei mediatori linguistici nelle scuole e
rafforzamento dei processi di educazione e d’istruzione degli adulti.
A tal
fine è necessario sviluppare maggiormente un rapporto crescente con le
comunità esistenti nei vari territori.
11. La
complessità dei problemi e delle soluzioni impegna la Cgil a una forte
integrazione tra l’azione politica di rappresentanza (la Cgil nelle sue
articolazioni) e quella di tutela individuale (il sistema dei servizi), con
il pieno coinvolgimento delle immigrate e degli immigrati sia
nell’elaborazione delle proposte che nella loro rappresentanza all’interno
dell’organizzazione. Anche questo conferma la necessità di ricostruire un
più vasto e ampio fronte culturale, politico e sociale, che sappia rimettere
al centro il tema dell’immigrazione.
TESI 7
UNO STATO SOCIALE INCLUSIVO, EFFICIENTE E DI QUALITA’
1. In coerenza con l’insieme delle politiche
economiche neoliberiste, che ha caratterizzato l’azione del governo, il
sistema di welfare è stato in questi anni impoverito e dequalificato,
svuotandolo, così, di ogni ambizione di rappresentare uno strumento
universalistico di tutela e di affermazione dei diritti.
In questi anni si è verificato un attacco con
due diverse caratteristiche: da un lato un processo di svuotamento
strisciante delle riforme realizzate negli anni precedenti con privazione di
risorse, mezzi e strumenti per la loro realizzazione; dall’altro lato vere e
proprie controriforme come la legge delega in materia pensionistica.
Caratteristica comune di tutti questi provvedimenti è la
volontà di determinare le condizioni nelle quali il privato aumenti
progressivamente i propri spazi, fino a condizionare ciò che resterà di
pubblico. Obiettivo del governo è stato quello di colpire un modello
economico e sociale proiettato verso la solidarietà, l’eguaglianza, la
coesione sociale, un rapporto positivo tra le generazioni: di affermare,
cioè, una cultura secondo la quale c’è incompatibilità fra politiche di
welfare e politiche di sviluppo, producendo una conseguente precarizzazione
sociale, una crescita dell’insicurezza, il rischio di una lacerazione
profonda nelle relazioni e nel legame sociale.
Tutto ciò si è accompagnato a una più marcata
connotazione integralista di alcune delle scelte compiute. È il caso della
svolta in senso punitivo sulle tossicodipendenze con l’annullamento, di
fatto, del principio della riduzione del danno e la mortificazione
dell’azione svolta fino ad ora nella prevenzione e nel recupero. O ancora il
disegno di legge sulla psichiatria, con il quale si tornerebbe a produrre
stigma, pregiudizio, separazione, paura.
Tra l’altro, leggi come queste sulle
tossicodipendenze o sulla psichiatria non farebbero altro che aggravare, più
di quanto sia già oggi, la condizione delle carceri, dal momento che la
popolazione carceraria rappresenta sempre più quella parte di società
collocata ai suoi margini: senza fissa dimora, tossicodipendenti, immigrati
clandestini. È negato il diritto alla salute, aumentano i casi di suicidio,
il sovraffollamento ha raggiunto livelli inaccettabili. Occorre creare le
condizioni per permettere agli immigrati di usufruire delle misure
alternative al carcere.
2. La Cgil
si batte per una prospettiva radicalmente diversa: quella che fa
dell’universalità e dell’esigibilità dei diritti sociali il suo connotato
fondamentale. Vogliamo un moderno sistema di welfare che non si limiti a
contenere o risarcire i danni e gli squilibri che l’attuale sviluppo
produce, ma che sia capace di contrastare precarietà e insicurezza, di
essere fattore attivo di uno sviluppo di qualità e socialmente sostenibile.
Un sistema di welfare che sappia rispondere alle nuove domande e ai nuovi
bisogni che si presentano nelle società moderne: i flussi migratori, la
frammentazione delle reti familiari, la discontinuità dei cicli di vita,
l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, il progressivo invecchiamento
della popolazione, l’esigenza di una maggiore mobilità verticale che
frantumi le caste sociali che strutturano parti importanti della nostra
società.
2.1. I prossimi anni dovranno pertanto essere
caratterizzati da un grande investimento sul primo e vero patrimonio del
nostro paese: le persone.
Investimento che affermi il diritto al sapere,
alla formazione permanente, il diritto al benessere, il diritto a un sistema
di tutele che sia in grado di accompagnare la persona nel ciclo di vita
rendendola più forte.
2.2.
Un welfare improntato a un’idea di Stato laico che sappia riconoscere e
valorizzare le differenze, che sappia rispondere ai bisogni delle diverse
famiglie, senza la pretesa di definire “il modello” di famiglia, di
convivenza accettabile, di affetti ammissibili a tutela pubblica. Ciò
rappresenta anche la condizione per costruire una società che dia nuovamente
senso alle parole uguaglianza e libertà.
3. Se l’investimento nel welfare è
indispensabile per realizzare un nuovo modello di sviluppo, allora il tema
risorse pubbliche ad esso dedicate diventa di assoluta priorità. E’ urgente
un reale incremento delle risorse ad esso destinate, recuperando in primo
luogo il divario tuttora presente e in aumento tra la spesa sociale italiana
rispetto a quella degli altri paesi europei. Ciò, naturalmente, non è
compatibile con l’idea di ridurre il gettito fiscale e con l’idea del
“travaso”, ridurre cioè la spesa di singoli capitoli, ad esempio quello
pensionistico, a vantaggio di altri, di fronte a una realtà che ha visto
comprimere ogni capitolo di spesa, da quella previdenziale, a quella
sanitaria, a quella per l’assistenza, a quella per la casa. Risorse
necessarie anche per recuperare il continuo taglio agli stanziamenti per
Regioni ed enti locali che ha caratterizzato gli ultimi quattro anni,
rendendo difficile non solo l’ampliamento ma anche il mantenimento
quali-quantitativo dell’insieme dei servizi socio-sanitari.
3.1.
Riaffermiamo la centralità del ruolo del sistema pubblico e del suo operare
attraverso i criteri di efficacia, di efficienza e di economicità. Da questo
punto di vista è decisiva la sua funzione di razionalizzazione dell’offerta
di prestazioni, sulla base di una lettura della domanda che ne evidenzi l’appropriatezza
e l’essenzialità.
La funzione del pubblico non sta solo nella
programmazione e nella definizione delle regole e degli standard
qualitativi, ma nella gestione stessa dei servizi, a partire dalla sanità e
dall’istruzione. Qui, infatti, affidarsi alle sole regole del mercato
significa creare disuguaglianze, iniquità, selezione degli aventi diritto
sulla base del censo e della cultura.
Inoltre se si procede, come in questi ultimi
anni è accaduto in alcune realtà, attraverso appalti, esternalizzazioni,
cessioni di servizi a privati, project financing, sperimentazioni gestionali
pubblico-privato funzionali alla logica di riservare al pubblico solo il
cosiddetto core business, alla lunga si rende improbabile l’esercizio anche
della funzione programmatoria, come l’esperienza concreta sta documentando.
Occorre, quindi, definire obiettivi e priorità
che diano senso a un nuovo e moderno sistema di welfare.
4. Una delle priorità è consentire ai giovani
l’accesso al sistema di protezione sociale da cui oggi molti di loro sono
sostanzialmente esclusi. Il paradosso è che proprio di fronte a una diffusa
precarizzazione dei rapporti di lavoro e alla discontinuità nel reddito, che
necessita di nuove e maggiori tutele, sono proprio i giovani e le giovani
coppie che incontrano insopportabili difficoltà nell’accesso all’abitazione,
al credito, ai servizi, alla possibilità di scegliere consapevolmente di
fare i figli voluti.
Oltre a una politica di sostegno al reddito,
occorre che nel territorio siano strutturati interventi integrati, in grado
di rispondere anche alle difficoltà temporanee, sia di tipo economico (vedi
prestito d’onore), sia con i servizi, tra i quali lo sviluppo di un mercato
sociale dell’affitto capace di soddisfare una grande e crescente domanda
inevasa.
Per un numero crescente di giovani – ma anche
d’anziani a basso reddito, immigrati, lavoratori in mobilità per ragioni di
lavoro, famiglie monoreddito – l’incidenza dei costi dell’abitare sul
reddito (affitto, mutui, tariffe) ha raggiunto livelli tali da condizionare
pesantemente i consumi delle famiglie e divenire ragione di crisi per la
crescita del paese. Non è rinviabile, dunque, un piano d’investimenti
pubblici e in partecipazione con soggetti privati, della cooperazione e del
no profit, mirato prioritariamente ad allargare l’offerta abitativa in
affitto a canone sociale agevolato. In
particolare, tale ultima tipologia per poter essere concretamente
realizzabile va implementata anche con nuovi strumenti normativi ma
soprattutto con il recupero delle risorse statali già previste da leggi
esistenti e non riconosciute dal 2001, e tramite la messa a disposizione di
aree (o patrimonio esistente da recuperare) a basso costo da parte degli
Enti locali od altri soggetti deputati alla realizzazione delle politiche
abitative.
4.1. È
evidente che la mancanza di ammortizzatori sociali, di un sostegno alle
situazioni di povertà e discontinuità nel reddito, di una politica per le
famiglie, rischia di aggravare l’ansia anche verso un sistema previdenziale
che non garantisce più le prestazioni del passato, perché le carenze di
sostegni adeguati durante la vita attiva si ripercuotono inevitabilmente
anche sulle prestazioni per la vecchiaia, con un impatto ancora più pesante.
Infatti un sistema legato alla rigida
corrispondenza tra quanto versato in tutta la vita lavorativa e il
rendimento pensionistico finale, se inserito in un contesto del mercato del
lavoro più precario, senza tutele, e con redditi bassi per un lungo periodo
produce un abbassamento del tasso di solidarietà interno che compromette
anche l’equità, tanto da produrre una quantità insopportabile di situazioni
a rischio di vere e proprie povertà. A ciò sono particolarmente esposti i
lavoratori e lavoratrici con contratto di lavoro atipico, a partire dai
parasubordinati e tutti coloro che versano al
fondo INPS - gestione separata (collaboratori coordinati e continuativi,
collaboratori a progetto, partite IVA individuali, associati in
partecipazione). Per tutti costoro vanno ripensate le politiche attive del
lavoro, il sistema previdenziale, la fiscalità, l'accesso al welfare, poiché
la situazione attuale già evidenzia gravi disparità e pericolose iniquità
che alimentano l'instabilità del lavoro e delle condizioni di vita.
È altrettanto evidente che in una situazione
siffatta rischia di rimanere compromessa anche l’idea della previdenza
complementare come noi l’abbiamo voluta e come la vogliamo difendere,
volontaria ed effettivamente integrativa di una previdenza pubblica che
rimane il pilastro fondamentale, perché si riduce, anziché ampliarsi, l’area
delle persone che possono aderirvi come scelta volontaria, impediti non da
un fattore culturale, ma dal reddito, dalla precarietà.
4.2.
La stessa riforma delle pensioni del 1995, va pienamente attuata per
garantire omogeneità e sostenibilità economica nel tempo, anticipando
riforme a cui guardano anche altri paesi europei, lascia irrisolto questo
problema, per l’abbassamento del tasso di solidarietà interno al sistema.
Infatti, va reso più esplicito che accanto agli aspetti di sostenibilità
finanziaria devono sempre stare, in modo indissolubile, quelli di
sostenibilità sociale.
Oggi la priorità è quella di cambiare
radicalmente i peggioramenti alla precedente normativa contenuti nella Legge
approvata nel 2004 dal Governo attuale, a partire dall’inaccettabile scalone
che dal gennaio 2008 azzera la regola del pensionamento flessibile e
volontario e perché non risolve ma accentua tutti questi problemi e, al
contrario occorre rafforzare e integrare gli strumenti della riforma del ’95
e intervenire sulla “adeguatezza” dei redditi pensionistici in due
direzioni: in primo luogo verso i già pensionati (e verso coloro che lo
saranno in futuro), che subiscono da oltre 10 anni una costante e
progressiva erosione del loro potere d’acquisto adeguando l’automatica
rivalutazione dell’intera pensione all’inflazione reale.
Occorre rivedere
per i redditi medio-bassi i criteri seguiti dall'Istat per determinare
l'aumento del costo della vita e nello specifico modificare le voci che
compongono il paniere di riferimento dei pensionati, eliminando quelle non
più attinenti e aggiungendo quelle proprie dei consumi degli anziani, oltre
a modificare il "peso" che le varie tipologie di spesa hanno all'interno del
paniere, adattandoli ai mutamenti delle abitudini di spesa con l'avanzare
dell'età.
In aggiunta
all'intervento così attuato con la perequazione automatica delle pensioni,
in base ad un nuovo specifico paniere per i pensionati, va affermato e
sviluppato il confronto annuale delle organizzazioni sindacali dei
pensionati con l'esecutivo, sulla base delle previsioni del D.L.503/92 al
fine di - verificato il rapporto tra reddito da pensione, PIL e dinamica
salariale e inflativa, tra reddito disponibile e prezzi di beni e servizi,
sull'incidenza di fisco e tariffe-,delineare gli interventi necessari
tramite la redistribuzione contrattata della ricchezza prodotta dal Paese
che, in aggiunta agli interventi di riduzione del carico fiscale devono
garantire e aumentare il valore reale netto dei redditi pensionistici.
Le pensioni in
essere, ed in particolare le più remote, hanno perso nel tempo valore ed
occorre riconoscere loro il recupero della perdita subita; allo stesso modo
occorre una erogazione risarcitoria a favore degli incapienti fiscali.
Occorre indicizzare
anche gli scaglioni e le deduzioni d'imposta per impedire il riprodursi del
fiscal-drag e mantenere il valore reale delle retribuzioni e delle pensioni,
reintrodurre la specifica detrazione d'imposta per i pensionati anziani e a
basso reddito per consentire di determinare l'incapienza e compensarla
tramite l'imposta negativa, diminuire la pressione fiscale sulle pensioni e
retribuzioni più basse.
4.3.
In secondo luogo bisogna agire sulle parti più deboli del sistema ossia, i
lavoratori e le lavoratrici con carriere discontinue e a basso reddito e i
giovani che sono inseriti nel sistema di calcolo contributivo prevedendo
nuove forme di ammortizzatori sociali e di piena copertura previdenziale per
i periodi di in occupazione involontaria anche modificando l’attuale
contribuzione. Ciò significa garantire una pensione pubblica dignitosa,
avviare una grande operazione di stabilizzazione dei rapporti di lavoro,
d’innalzamento dei redditi bassi e di ripristino della flessibilità in
uscita compromessa dalla controriforma del governo.
Occorre prevedere la copertura figurativa
piena per tutti i periodi coperti da ammortizzatori, per quelli di congedo
parentale e per il lavoro di cura: ciò se veramente si vuole incentivare il
lavoro femminile e nello stesso tempo arrivare a una vera e sostanziale
parità nelle responsabilità familiari. Inoltre, occorre realizzare la
totalizzazione dei contributi; la non penalizzazione del part-time ai fini
pensionistici; la riduzione a un importo pari all’assegno sociale della
soglia per poter avere la liquidazione della pensione prima dei 65 anni;
l’estensione ai lavoratori parasubordinati dell’insieme dei diritti sociali,
a partire da una piena tutela in materia di malattia, maternità, infortuni,
indennità di disoccupazione e sostegno al reddito; il sostegno ai bassi
redditi, sia fiscalizzando tutta o parte della contribuzione, sia
rafforzando il loro rendimento ai fini pensionistici. Si tratta, inoltre, di
impedire che il rapporto tra la pensione e il precedente reddito da lavoro
si abbassi ulteriormente, anche eliminando situazioni di dumping tra i
lavoratori in relazione alle diverse aliquote contributive, realizzando la
parificazione dei diritti e una progressiva ma reale armonizzazione delle
aliquote che innalzi anche quelle del lavoro autonomo. Pertanto la revisione
dei rendimenti futuri attraverso la modifica dei coefficienti di
sostituzione non può essere matematica o automatica, come avviene nei
sistemi assicurativi, ma deve avere al centro le funzioni primarie di un
sistema pubblico pensionistico: garantire dalla caduta del reddito nel
passaggio tra la condizione lavorativa e quella pensionistica.
In questo quadro di rafforzamento della
previdenza obbligatoria e del pieno sviluppo della previdenza complementare
occorrerà valutare la possibilità di un rapporto con gli Enti Pubblici
Previdenziali nei diversi aspetti. In questo contesto vanno rimarcate le
gravi condizioni nelle quali si trova il pubblico impiego. Infatti, alla
integrale applicazione della riforma Dini relativamente al sistema
obbligatorio, nel quadro di una politica di unificazione dei trattamenti nel
mondo del lavoro, non si è accompagnato lo sviluppo della previdenza
complementare.
Va confermata la scelta volontaria alla
pensione integrativa mantenendo la distinzione tra il risparmio individuale
verso le polizze assicurative e la previdenza complementare collettiva, che
va agevolata nel prelievo fiscale sui rendimenti annui e non sulla rendita
finale che, al pari di quella pubblica, deve essere assoggettata a
imposizione progressiva. La contrattazione e la gestione dei fondi negoziali
devono poi agevolare l’adesione dei lavoratori con rapporti di lavoro
atipici e prevedere anche una mutualità interna che contribuisca a ridurre
gli ostacoli che oggi rendono difficile l’esercizio di questa opportunità.
Bisogna evitare che
i lavoratori atipici e quelli dei settori non ancora coperti da fondi
contrattuali, trovino nei fondi aperti e in quelli assicurativi l'unica
possibilità d'iscrizione alla previdenza complementare. Occorre allargare la
possibilità di adesione ai fondi contrattuali ai settori limitrofi, ampliare
le tipologie dei rapporti di lavoro, dare la possibilità di continuare a
contribuire volontariamente nel caso di sospensione del rapporto di lavoro.
Bisogna affrontare con maggiore determinazione e in tempi brevi, la
riduzione dei 43 fondi contrattuali; pochi fondi, ma con un elevato numero
di iscritti, fanno diminuire le spese per gli associati, migliorano i
servizi, hanno maggiori risorse per attuare solidarietà e mutualità
(invalidità, premorienza, sospensioni rapporto di lavoro, ecc.).
Occorre dare
nell'immediato la possibilità a tutti i lavoratori di iscriversi ad un
fondo contrattuale. Non è più accettabile che vasti settori del pubblico
impiego e privati non abbiano fondi contrattuali. L'informazione sulla
previdenza integrativa non può essere disgiunta dagli obiettivi che ci
poniamo per migliorare la previdenza pubblica. Tutta la Cgil, dalle
categorie ai servizi, dovrà assumere un impegno organizzativo e politico
straordinario per fare sì che ogni lavoratori sia consapevole del suo futuro
previdenziale e delle scelte che il meccanismo del silenzio/assenso
determinerà. L'insieme dell'organizzazione (categorie sistema servizi) deve
impegnarsi per garantire informazione e assistenza a tutti i lavoratori che
si rivolgeranno alle Camere del Lavoro, anche dopo il semestre del
silenzio/assenso.
E’ importante estendere i profili
d’investimento socialmente responsabili e quelli con rendimento garantito,
soprattutto per le quote di Tfr investito. Per realizzare ciò saranno
opportune anche convenzioni specifiche con lo Stato e l’adeguamento delle
regole degli Statuti dei Fondi Pensione Negoziali al fine di permettere
scelte dei Fondi Negoziali finalizzate allo sviluppo nei settori della
ricerca, delle energie rinnovabili, e del miglioramento e salvaguardia
dell’ambiente.
Infine, ancora carente è la tutela prevista
nel caso di trasformazione del montante contributivo in rendita anche per il
permanere della distinzione, fatta dalle assicurazioni, tra uomini e donne
per l’interpretazione data alle proiezioni sulle aspettative di vita. Si
ritiene che una maggiore protezione sarebbe realizzabile se la gestione
delle rendite fosse permessa anche agli enti previdenziali pubblici, che
potrebbero meglio garantire lo stesso adeguamento della rendita
all’inflazione. Va rigorosamente affrontato il tema della tassazione dei
rendimenti delle prestazioni e del TFR, da un lato evitando trattenute
fiscali sulle rendite pensionistiche complementari diverse da quelle
generali e, dall’altro, il permanere della penalizzazione che il TFR ha
subito a seguito della riforma fiscale del Governo Berlusconi.
4.4.
Rafforzare gli elementi solidaristici del sistema previdenziale significa
anche ripensare la necessità di utilizzo di risorse generali da immettere
nel sistema, per evitare che la solidarietà sia solo tra chi contribuisce.
Nell’ambito della vertenza più generale per un fisco equo, va equiparata la
no tax area relativa ai pensionati a quella dei lavoratori attivi.
Rafforzare la solidarietà significa rendere esigibili i diritti dei
lavoratori immigrati e rimuovere le norme discriminatorie. Occorre
realizzare le convenzioni con i paesi di origine per garantire la
reciprocità nei diritti sociali e previdenziali e sancire il diritto dei
lavoratori immigrati che lasciano l’Italia per sempre alla liquidazione dei
contributi versati.
5. Occorrono politiche capaci di utilizzare
sia sul piano sociale che su quello economico le risorse degli anziani.
Le politiche neoliberiste interpretano il
concetto d’invecchiamento attivo con un’unica soluzione: aumento
obbligatorio dell’età pensionabile. Soluzione non solo sbagliata in quanto
tale, ma anche perché non in grado di affrontare il rischio di estraneazione
dalla vita attiva, dalla partecipazione sociale e dalla vita politica di una
quota crescente di popolazione.
Una seria politica per l’invecchiamento attivo
richiede, in realtà, diverse misure.In primo luogo è di fondamentale
importanza predisporre una rete di servizi socio-sanitari capaci di
garantire benessere e affrontare i bisogni derivanti dalle situazioni di
maggiore fragilità, in particolare per le persone non autosufficienti o a
rischio di non-autosufficienza. In secondo luogo una politica
d’invecchiamento attivo richiede l’incremento dei tassi d’attività per
tutti, che sappia contrastare anche l’espulsione precoce dal mercato del
lavoro che oggi colpisce fasce sempre più giovani di lavoratori a partire
dagli over 45. Inoltre bisogna predisporre politiche che siano in grado di
consentire al lavoratore, qualora lo decida liberamente, di continuare
l’attività lavorativa dopo aver maturato i diritti pensionistici. Ciò
significa agire sull’organizzazione del lavoro e la regolazione dei rapporti
di lavoro; sulla possibilità d’uscita morbida dal lavoro con part-time e
pensione; sulla formazione come apprendimento lungo tutto l’arco della vita;
sulla possibilità di prevedere forme d’affiancamento, trasmissione di
competenze, tutoraggio, attuati dagli anziani a favore dei giovani alle
prime esperienze.
6. Occorre insistere per una società nella
quale servizi e organizzazione dei tempi della città e orari di lavoro
facilitino le relazioni tra soggetti e nelle famiglie.
Decisive per le donne, ad esempio, sono le
politiche sociali di sostegno all’occupabilità, in grado di favorire la
realizzazione degli obiettivi di Lisbona.
Perciò si devono investire risorse sui servizi
destinati al supporto del lavoro di cura, che ricade ancora oggi
prevalentemente sulle donne, affinché possano essere d’incentivo anche alla
condivisione delle responsabilità familiari. Ciò vuol dire, ad esempio, che
la responsabilità sociale dello Stato non è quella di sostenere la famiglia
col bonus da spendere sul mercato.
Anche la politica fiscale deve essere di
sostegno alle famiglie. Riteniamo che la logica del quoziente familiare non
sia adeguata né sufficiente perché finisce per favorire i redditi più alti;
occorre invece che, attraverso la leva fiscale, vengano rimodulati i
sostegni economici in relazione alla composizione del nucleo familiare e
alla condizione reddituale, ma anche finanziati servizi capaci di ridare
qualità al sistema di welfare a partire dalle priorità di maggiori risorse,
piena integrazione socio-sanitaria, adeguate politiche formative e di
sostegno all’infanzia e ai minori; non autosufficienza, lotta alla povertà.
6.1. E quando parliamo di servizi per la prima
infanzia pensiamo a luoghi di socializzazione in cui si crea un contesto
educativo in grado di sviluppare le potenzialità di crescita affettiva,
cognitiva e relazionale – e quindi superando il concetto di servizi a
domanda individuale –, rilanciando l’obiettivo, stabilito dalla Ue a
Lisbona, di raggiungere entro il 2010 il 33% di offerta formativa nella
fascia 0-3 anni e la reale generalizzazione da subito delle scuole
dell’infanzia, dando priorità alle strutture pubbliche gestite dagli Enti
Locali e dalla scuola statale. È un approccio opposto a quello con il quale
il governo ha impostato, ad esempio, la questione dei nidi aziendali,
delineando un modello nel quale l’aspetto essenziale è soltanto la custodia
del bambino e non la sua crescita e il suo sviluppo e che amplia la presenza
del privato a scapito della qualità ed efficienza del servizio oggi
garantiti dal sistema pubblico. Vanno poi rimosse le liste di attesa per le
iscrizioni agli asili nido comunali e alle scuole d’infanzia pubbliche.
Ribadiamo, inoltre, il giudizio negativo sulla logica degli anticipi,
affermata e sollecitata dai provvedimenti del governo, perché complica
l’identità pedagogica e organizzativa della scuola dell’infanzia e apre la
strada a una forzatura dei tempi dell’apprendimento, senza rispettare i
tempi e i ritmi di crescita dei bambini.
7. Il carattere di universalità e di
esigibilità dei diritti va riaffermato nello stesso sistema socio-sanitario.
Molti studi pongono in evidenza la crescita del numero delle persone in
stato di povertà e la crescita dell’area della “vulnerabilità sociale”, di
persone e famiglie che possono trovarsi, improvvisamente (ad esempio a causa
di licenziamento, sfratto, malattia grave), in una condizione di disagio o
deprivazione, frutto anche dell’accentuarsi delle disuguaglianze che
caratterizzano la fase attuale dello sviluppo.
Per questo è particolarmente grave la scelta dell’attuale governo di
cancellare l’esperienza del Reddito minimo d’inserimento e di aver
ritardato, in molte sue parti, l’applicazione della legge di riforma dei
servizi sociali.
Riproponiamo l’introduzione una misura che abbia
caratteristiche analoghe al Reddito minimo di inserimento, superando
l’anomalia per cui l’Italia – insieme alla Grecia – è l’unico paese europeo
privo di uno strumento di contrasto della povertà e dell’esclusione ed è fra
quelli che registrano il tasso più alto di povertà minorile.
Inoltre, la crescita della società multietnica determina
nuovi bisogni e necessita di nuove tutele anche sanitarie, in particolare
verso gli immigrati che non sono ancora regolarizzati. È una condizione,
questa, che somma al rischio per la loro salute, le occasioni di esclusione.
Contrastare la vulnerabilità sociale vuol dire dichiarare
guerra all’analfabetismo, perché l’esclusione è un fenomeno che ha alle
spalle scarse o nulle competenze scolastiche.
8. Occorre dare piena attuazione alla legge di riforma del
sistema integrato dei servizi, affinché la programmazione sanitaria e quella
sociale siano strettamente correlate per dare risposte adeguate alle diverse
forme di disagio sociale e alle vecchie e nuove patologie come, tra l’altro,
già previsto dalla legge 229 di cui continuiamo a difendere i principi.
8.1 Il
sistema territoriale è l’elemento su cui operare una vera e propria svolta.
La programmazione nei servizi del sistema sanitario deve realizzarsi nei
territori attraverso la sinergia tra Regioni ed Enti Locali come previsto
dalla Legge 229/99. Infatti il punto critico del nostro servizio sanitario
nazionale sta proprio in una concezione ancora troppo ospedalocentrica,
nella permanente carenza dei servizi dedicati alla prevenzione e in
un’ancora insufficiente rete di interventi territoriali e distrettuali. È
qui che bisogna cambiare. Cresce, infatti, una domanda di servizi sanitari
dedicati prevalentemente alle forme di cronicità e d’assistenza
socio-sanitaria. Una risposta a questo fenomeno attraverso una tradizionale
politica di “posti letto” si rivela sempre più costosa e non soddisfa i
reali bisogni dei soggetti interessati. E i costi non possono gravare sui
cittadini con l’utilizzo dei voucher e l’applicazione dei ticket, di cui
chiediamo l’abolizione.
Risorse aggiuntive al sistema sanitario, derivanti da un più adeguato e
certo finanziamento possono e devono rispondere ai bisogni diffusi e
inevasi. Queste devono servire a finanziare interventi di prevenzione, di
riabilitazione nel quadro di un potenziamento dell'integrazione
sociosanitaria non disgiunta da una riqualificazione delle strutture
ambulatoriali periferiche.
Per
favorire la realizzazione della riforma dell'Assistenza i comuni vanno
sostenuti con risorse adeguate, contrariamente a quanto accade oggi.
E’ il territorio-distretto il luogo nel quale
s’intercettano i bisogni, s’interpreta la domanda d’assistenza, si portano i
servizi vicino alle persone in forma partecipata, con un potenziamento dei
servizi di prevenzione, cura, riabilitazione in grado di rispondere alle
vecchie e nuove patologie, potenziando le cure domiciliari e le strutture
territoriali per le cure primarie. Occorre poi la definizione di percorsi
terapeutici capaci di garantire la continuità assistenziale delle cure dalla
fase dell’acuzie clinica a quella post-acuta, improntando la politica dei
farmaci e della diagnostica al concetto di appropriatezza con l’elaborazione
di linee guida e protocolli diagnostico-terapeutici condivisi.
8.2 E’
essenziale tornare a investire nella prevenzione per creare ambienti di
lavoro e di vita salubri, eliminare le condizioni di rischio a partire dai
posti di lavoro, sostituire le sostanze tossiche o pericolose.
In questo ambito occorre recuperare una politica
di interventi-censimenti, risorse e bonifiche a livello nazionale, regionale
e territoriale di cui una priorità è rappresentata dall'amianto (legge
257/92 e norme attuative).
8.3 Assoluta priorità va poi data alle
politiche di prevenzione e di sostegno alle situazioni di non
autosufficienza. Si tratta, infatti, di far fronte a un fenomeno le cui
caratteristiche e quantità rappresentano, già oggi e sempre più in avvenire,
una vera e propria emergenza per milioni di persone e di famiglie.
A tal fine ribadiamo la necessità della
costituzione di un fondo nazionale per la non autosufficienza che garantisca
la fruibilità e l’esigibilità dei servizi su tutto il territorio nazionale,
naturalmente prevedendo che nelle Regioni si possano attuare forme e modi di
implementazione del fondo stesso.
Tutto ciò consente di superare una debolezza
tipica del nostro sistema di welfare, caratterizzato prevalentemente dai
trasferimenti monetari e non da una diffusa offerta di servizi.
8.4 Se è la dimensione locale quella che
consente di progettare azioni integrate e di personalizzare interventi
capaci di sostenere i percorsi di autonomia delle persone, è in questo
contesto che si deve investire in nuove forme di sicurezza sociale, in
formazione e sapere anche per contrastare i crescenti fenomeni di
analfabetismo, in una politica delle abitazioni, superando le tradizionali
politiche di settore. L’obiettivo non è solo di assistere ma di ricostruire
legami sociali e attraverso essi un’idea di comunità. In tal modo, ad
esempio, l’handicap non è circoscrivibile a un problema privato di chi ne è
portatore o portatrice, o della sua famiglia, ma può entrare in circolo come
risorsa di cultura, di responsabilità, questione su cui cresce un
apprendimento collettivo. È così che può svilupparsi la sua autonomia e
indipendenza nel lavoro e nella società.
9. In questo modello di Stato sociale che
vogliamo realizzare, allora, non è secondario l’aspetto del lavoro di cura.
Perché la qualità dei servizi sociali è data in primo luogo dal lavoro,
dalla relazione che s’instaura con gli utenti e dai tempi che questa
relazione esige. Un sistema di welfare che assuma la qualità come asse
centrale del suo operare, si deve porre il tema del coinvolgimento di tutti
gli operatori, del riconoscimento delle professionalità, della loro
partecipazione alla vita aziendale e alla definizione delle scelte
strategiche. Invece da tutti i provvedimenti del governo, non ultimo la
legge 30, riemerge con forza quella concezione culturale che vede il lavoro
nel sociale come un’attività scarsamente professionale, non produttiva,
eseguibile per lo più da donne in quanto “naturalmente portate” a prendersi
cura, in una condizione che tende a realizzare non un’idea di servizio
organizzato, con adeguati standard qualitativi e adeguati livelli
retributivi, bensì il modello di famiglia allargata. Bisogna invertire
questa tendenza consolidando un modello alternativo in grado di valorizzare
l’investimento nel sociale, nel quale finalmente il lavoro di assistenza e
di cura alla persona sia ricondotto a quella funzione che oggi non viene
riconosciuta dall’attuale governo anche quando affronta il tema delle
cosiddette “badanti” e lavoratori e lavoratrici immigrate. Una questione
rilevante, che non può essere affrontata se non attraverso la
regolarizzazione del rapporto di lavoro e con programmi formativi. E’
inoltre decisivo il rapporto con la rete dei servizi pubblici rivolti in
particolare alla domiciliarità e alla non autosufficienza, utilizzando anche
forme di certificazione delle competenze presso gli enti locali.
Poniamo quindi l’esigenza di un grande
investimento per la valorizzazione delle professionalità socio-sanitarie e
del lavoro di cura, come presupposto per una qualificazione dell’intero
servizio. Investimento che richiede un riconoscimento in termini retributivi
e di diritti. Da questo punto di vista diventa necessario ragionare di
indicatori della ricchezza oltre i termini e le forme tradizionali:
quantificare, ad esempio, quanto il lavoro di cura, retribuito e non
retribuito, incide sul Pil comporterebbe una rivisitazione di tanti
parametri, non ultimi quelli stabiliti a Maastricht.
10. Proprio il valore che noi attribuiamo alla
dimensione locale, non subita ma assunta come decisiva per conoscere la
realtà e la dimensione dei bisogni, conferma la nostra azione di contrasto
verso la riforma costituzionale in via di approvazione. È, questo, un atto
che produce una rottura dell’unità del paese e del carattere universalistico
delle prestazioni sociali; si approfondiscono le disuguaglianze
territoriali; si afferma un’idea della sussidiarietà tra i diversi livelli
istituzionali in cui lo Stato rinuncia a funzioni e competenze decisive nei
campi fondamentali della sanità, dell’istruzione e della casa. Si afferma un
principio di competizione tra le diverse realtà territoriali a scapito,
naturalmente, di quelle meno forti economicamente e socialmente. Anziché una
sinergia tra i diversi attori economici, pubblici, privati, no-profit, si
afferma una subalternità e un arretramento del pubblico in un campo
delicato come quello della produzione di servizi e prestazioni sociali. In
questa ottica il pubblico è sussidiario al privato.
10.1 Per noi, al contrario, sono proprio
universalismo ed equità che danno senso e valorizzano la dimensione locale.
Per questo è importante che lo Stato definisca i diritti e la loro
esigibilità, attraverso la definizione dei Livelli essenziali di assistenza
(Lea) e il corredo di risorse per renderli realizzabili su tutto il
territorio, superando i gravi squilibri che penalizzano in particolare i
cittadini del Mezzogiorno; alle Regioni e agli enti locali spetta
l’organizzazione della loro fruibilità. Il prelievo regionale e locale deve
integrare tali risorse e coprire servizi aggiuntivi a quelli previsti dai
livelli essenziali.
In questo modo si fa convivere l’interesse e
la solidarietà nazionali, con la vitalità di sistemi territoriali che
rendono il loro welfare fattore di sicurezza e di sviluppo.
10.2 Un ruolo efficace, autorevole, del
pubblico consente di integrare e valorizzare le esperienze del privato,
profit e no-profit, evitando, come invece accade oggi, che esse vengano
utilizzate per comprimere i costi dei servizi e come strumento di dumping
contrattuale; ciò può essere superato anche attraverso la costruzione di
contratti di settori che riguardino lavoratori pubblici e privati con
l’obiettivo dell’omogeneizzazione dei trattamenti contrattuali normativi ed
economici. Un nuovo e diverso rapporto tra pubblico e privato può
configurarsi, invece, attraverso lo strumento dell’accreditamento.
Alcune
regioni hanno operato affinché strutture private entrassero nel “mercato”
del socio-sanitario, indipendentemente da ogni accertamento sui requisiti di
legge e con l’unico obiettivo di spostare risorse dal pubblico al privato.
Un uso corretto e razionale dell’accreditamento consente di ribaltare questa
logica. L’accreditamento infatti va subordinato alla programmazione
regionale e al possesso di requisiti di qualità e di appropriatezza delle
prestazioni. È così che si evitano costi pesanti alla collettività e il
privato s’integra agli indirizzi definiti dalla programmazione regionale.
Inoltre, le politiche di corresponsione di buoni e voucher alle famiglie
vanno ripensate proprio per evitare che, invece di essere elemento di
“personalizzazione” nell’offerta di servizi, diventino semplicemente un
veicolo per il ridimensionamento dell’offerta pubblica di questi e veicolo
strisciante di privatizzazione e mercificazioni degli stessi.
11. Nel territorio, inoltre, può e deve
trovare espressione piena la partecipazione democratica dei cittadini e
delle loro associazioni. Non solo per esercitare una puntuale verifica
sull’attività svolta e sulla qualità delle prestazioni erogate ma anche per
affermare un principio: il destinatario di un servizio è portatore anche
d’idee, competenze, risorse che possono e devono entrare in una compiuta
relazione con il servizio stesso. Da questo punto di vista la partecipazione
è parte fondamentale del servizio stesso. Occorre applicare positivamente
quanto previsto dall’articolo 118 della Costituzione, che assegna allo
Stato, alle Regioni e alle città metropolitane il compito di favorire
l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per attività di
interesse generale. E’ questo il terreno su cui si rafforza il ruolo del
volontariato, dell’associazionismo e della cooperazione sociale, in quanto
soggetti in grado di intercettare e interpretare le esigenze della comunità
locale e fornire proposte e progetti adeguati a soddisfarle. Il protagonismo
e la partecipazione effettiva delle forze sociali e del terzo settore alla
realizzazione di un’efficiente rete di servizi richiede una amministrazione
pubblica forte ma non autoreferenziale, che incoraggi, sostenga e regoli
l’iniziativa di chi s’impegna nella società civile, che indichi e faccia
rispettare parametri di qualità dei servizi al fine di soddisfare i bisogni
dei cittadini e i diritti di chi lavora, e di utilizzare al meglio le
risorse di coloro che dedicano una parte del loro temo al lavoro volontario.
Proprio la responsabilità pubblica, infatti, garantisce la corretta
diffusione di esperienze di cittadinanza attiva ad integrazione della rete
dei servizi pubblici.
12. Tutto questo rende necessario dare forza e
qualità alla contrattazione. Per rendere sempre più concreta ed efficace la
battaglia del sindacato per la difesa e l’estensione dei diritti diventa
fondamentale la contrattazione territoriale sulle politiche sociali. In
primo luogo, perché qui si contrattano temi e questioni sempre più centrali
per la qualità della vita delle persone e delle famiglie. In secondo luogo,
la contrattazione deve essere sempre più confederale e capace di rendere
piena la partecipazione dei soggetti interessati, a partire dallo Spi e
dalle categorie, in particolare quelle che rappresentano i lavoratori
direttamente coinvolti.
La contrattazione inoltre può costituire
un'occasione importante di confronto con le realtà associative, a partire da
quelle di volontariato, presenti sul territorio; ciò può concorrere da un
lato all'arricchimento delle piattaforme e dall'altro a favorire il percorso
partecipativo. In tal modo la titolarità negoziale di ogni struttura
acquista più forza e qualità in quanto realizza “confederalità”, la capacità
cioè di rappresentare interessi diversi e portarli a sintesi: lavoratori,
operatori, utenti, giovani, donne, anziani, migranti. Interessi diversi che
vanno rappresentati in un progetto capace di tutelare ed estendere i diritti
civili e sociali, individuali e collettivi.
E’ in questo contesto che va sviluppata
l’azione di tutela individuale indispensabile a garantire l’esigibilità dei
diritti civili e sociali individuali e collettivi, attraverso un sistema di
servizi integrato, fortemente connesso all’azione confederale e delle
categorie. Per consentire ciò è necessario ribadire la complementarietà tra
le funzioni collettive della rappresentanza e della contrattazione e le
attività di tutela individuale. I servizi offerti dalla Cgil rappresentano
una condizione essenziale per la piena realizzazione dei diritti, oltre che
un potente strumento di comunicazione e proselitismo. Infatti, a fronte di
una crescente frammentazione dei processi produttivi, si riducono gli ambiti
di tutela collettiva: un numero sempre più consistente di lavoratori oggi
incontra la Cgil solo attraverso la rete dei servizi, nel momento in cui si
concretizza il bisogno. Vanno individuate insieme alle categorie le aree di
intervento più significative.
Anche
in relazione a ciò è fondamentale che si varino i decreti attuativi della
legge 152 di riforma dei Patronati
TESI
8
LE POLITICHE CONTRATTUALI
1. La nostra proposta sulle politiche
contrattuali deve essere rigorosa e funzionale all’insieme della linea
politica assunta su tutto ciò che riguarda la nostra rappresentanza e il
nostro ruolo di sindacato generale.
Essa non può prescindere da luci e ombre che
hanno caratterizzato i risultati della contrattazione negli anni più
recenti.
1.1 Vi è stata mediamente una dinamica delle
retribuzioni nette inferiore a quella inflazionistica, per effetto di
un’iniqua politica fiscale e per la mancata restituzione del fiscal drag che
ha prodotto una reale erosione delle retribuzioni, nonché per un’esigua
distribuzione della produttività. A ciò va aggiunto un sistema parametrale e
d’inquadramento fermo nel tempo; il ritorno a un addensamento sostanziale
nei livelli di minor professionalità, collegato al diffondersi di varie
forme di lavoro precario e atipico; il sistematico ritardo nei rinnovi dei
Ccnl, per responsabilità delle controparti pubbliche e private che hanno di
fatto prodotto un allungamento dei tempi di rinnovo; la mancata revisione
del meccanismo di calcolo dell’inflazione riferita ai meccanismi Istat e
quindi alla composizione e al peso delle voci del paniere.
1.2 Contro questi effetti negativi, che hanno
pesato sulla tenuta dei salari, la Cgil ha condotto una convinta battaglia a
sostegno dei redditi e per la difesa del Ccnl, a partire dal superamento
delle regole sull’inflazione programmata. L’articolazione dei risultati va
inserita nel contesto e nelle responsabilità politiche sopra descritte.
2. La contrattazione di secondo livello
nell’ultimo decennio è stata prevalentemente insufficiente, con risultati
diversificati all’interno delle categorie e fra Nord, Centro e Sud, e ha
risentito dell’incidenza della profonda crisi industriale, in particolare
degli ultimi 4 anni.
2.1 I dati disponibili indicano una copertura
media nazionale pari a un terzo dei lavoratori e delle lavoratrici e
sull’insieme dei comparti. I risultati ottenuti evidenziano differenze
qualitative e quantitative fra aziende, settori e territori, anche per le
diverse modalità e struttura contrattuale con le quali si è esercitata la
contrattazione decentrata.
2.2 Nel pubblico impiego, nei settori
dell’istruzione, dell’università e della ricerca la generalizzazione della
contrattazione decentrata è stata resa possibile dalla definizione per legge
del sistema della rappresentanza sindacale e delle Rsu.
Oggetto della contrattazione è stato
l’intervento sull’insieme delle condizioni delle prestazioni del lavoro,
sulle questioni retributive e professionali, messe in discussione anche dal
taglio dei trasferimenti finanziari al sistema delle autonomie locali e
dall’attacco al sistema dell’istruzione e della ricerca pubblica.
2.3 Nello stesso settore dell’impiego pubblico
si assiste a un attacco al sistema contrattuale attraverso il tentativo di
tornare indietro dalla contrattualizzazione del rapporto di lavoro, che
rimane punto fermo per il sindacato, per un sistema fatto di interventi
legislativi che snaturano il ruolo e la funzione della contrattazione in
nome di “un primato” dell’interesse della politica non solo sulle tematiche
relative al rapporto di lavoro (come è successo per il Corpo nazionale dei
Vigili del fuoco o come il governo intende prefigurare per i docenti, dopo
la cancellazione della contrattazione e delle Rsu), ma con la massiccia
estensione dello spoils system, che stravolge i princìpi d’imparzialità e di
interesse generale sui quali si basa l’agire pubblico.
3. I limiti più evidenti di cui dobbiamo
prendere atto riguardano il ruolo e lo sforzo esercitato su tutto ciò che
attiene l’organizzazione del lavoro e i cambiamenti prodotti dai numerosi
processi di ristrutturazione, trasformazione, ed esternalizzazione che hanno
modificato e frantumato buona parte del sistema delle imprese nell’ultimo
decennio. A ciò va aggiunto l’insufficiente coinvolgimento nella
contrattazione delle nuove e diverse forme di lavoro.
3.1 In questo contesto si sono altresì
accentuati i differenziali salariali tra donne e uomini. Infatti, sia la
selezione degli obiettivi del salario derivante dalla contrattazione di
secondo livello, che la caratteristica dei modelli organizzativi del lavoro
hanno limitato la partecipazione delle donne alle dinamiche del lavoro nei
singoli luoghi di lavoro.
3.2 Tali processi hanno contribuito a
indebolire il nostro ruolo contrattuale, e a favorire in molte realtà
fenomeni che devono essere rigorosamente contrastati, in particolare:
a) l’introduzione di doppi regimi
contrattuali, che hanno contrapposto lavoratori in forza a lavoratori di
futura assunzione;
b) aumenti salariali legati a parametri,
indici e obiettivi non verificabili, che hanno impedito alle Rsu di
esercitare un controllo reale sulla prestazione lavorativa;
c) l’insufficiente rapporto fra contrattazione
del salario e controllo di orari, ambiente, organizzazione del lavoro;
d) frequenti erogazioni unilaterali.
4. E’ ormai un dato incontestabile il fatto
che in Italia si è verificato uno spostamento della ricchezza prodotta verso
i profitti e le rendite e che le retribuzioni hanno complessivamente subito
un arretramento tra i più significativi in Europa.
4.1 Tutto questo in una fase in cui il
processo di ristrutturazione delle imprese a livello globale ha indebolito,
spiazzandoli, i sistemi di regolazione legislativa nazionale provocando una
tendenza alla decontrattualizzazione dei rapporti tra capitale e lavoro.
Ciò che s’intende imporre è l’assunzione di un
modello di competitività basato sulla compressione dei costi e dei diritti
quale valore assoluto nell’evoluzione aziendalistica delle relazioni
industriali.
4.2 La legislazione, di matrice “liberista”,
enfatizza il processo di frantumazione della forma impresa, nella
moltiplicazione delle tipologie dei rapporti di lavoro e nel rapporto
diretto fra azienda e singolo lavoratore. Nella tendenza
all’individualizzazione del rapporto di lavoro, così come nella
frammentazione delle figure giuridiche d’impresa, sta la crisi della stessa
“forma-contratto” quale compromesso fra interessi diversi e asimmetrici,
asimmetria che sta alla base dell’organizzazione collettiva degli interessi
più deboli.
4.3 Vi è quindi la necessità di far fronte
alla linea di decontrattazione e di individualizzazione, attraverso il
superamento e la sostituzione di tale legislazione “liberista”.
4.4 Anche per queste ragioni il sindacato deve
saper mettere in campo una proposta alta di politica contrattuale, per
ristabilire autorità negoziale, autorità salariale, autorità normativa, a
tutti i livelli della contrattazione e per tutte le tipologie di lavoro, in
linea con le nostre politiche sul mercato del lavoro.
5. Il nostro congresso si caratterizza nella
centralità del valore del lavoro. La politica contrattuale, le sue funzioni,
i suoi compiti e il ruolo del sindacato ne sono una parte determinante.
5.1 Il nostro punto di riferimento deve essere
il lavoro e le opzioni prodotte in questi anni, che hanno avuto la loro
massima espressione all’assemblea di Chianciano nel maggio del 2004 e nel
documento del Direttivo nazionale del 30 settembre 2004.
5.2 Occorre rilanciare una campagna di
rinnovata politica contrattuale, in grado di riunificare il valore del
lavoro, che abbia carattere acquisitivo e non solo difensivo, sia per le
retribuzioni che per i diritti, rivendicando altresì investimenti per
l’innovazione di prodotto e di processo quale fattore determinante per
assicurare qualità e continuità produttiva e salvaguardia dell’occupazione.
6. La Cgil, nel ribadire che il sistema di
regole contrattuali deve essere unico per tutti i contratti pubblici e
privati, ritiene prioritario definire ruolo, compiti e funzioni: del
contratto nazionale; della contrattazione decentrata; del collegamento con
le politiche negoziali in Europa; della contrattazione confederale
territoriale.
Pertanto la Cgil conferma che:
6.1 Ferma restando la necessità di rivendicare
e verificare una nuova e diversa politica redistributiva a sostegno del
lavoro dipendente e l’intervento per la fiscalizzazione contributiva dei
salari più bassi, il contratto collettivo nazionale di lavoro rimane lo
strumento universale e indispensabile per concorrere alla difesa e
all’incremento del potere d’acquisto delle retribuzioni e per aumentare i
salari contrattuali, nonché per garantire pari diritti su tutto il
territorio nazionale, per tutte le lavoratrici e i lavoratori.
6.2 Occorrono regole, parametri e criteri
certi di riferimento per tutti i contratti collettivi nazionali di lavoro, a
partire dall’inflazione effettiva e prevedendo altresì l’utilizzo di quote
di produttività, affinché le categorie, nella loro autonomia, definiscano le
piattaforme per i rinnovi dei Ccnl, al fine di stabilire le richieste
salariali e dare risposte alle esigenze di modifica delle parti normative e
alla revisione degli inquadramenti professionali.
6.3 Per incrementare il reale potere
d’acquisto ed estendere i diritti, vanno respinte regole e modelli che
portano a un federalismo contrattuale finalizzato a determinare differenze
per aree geografiche e territori, oltre a ridurre la possibilità di
accrescere le condizioni di parità di trattamento e di tutela per tutti i
lavoratori e le lavoratrici, indipendentemente dalle caratteristiche del
rapporto di lavoro.
6.4 Il livello nazionale della contrattazione
non va depotenziato, alla luce degli assetti istituzionali e della
titolarità delle competenze introdotte già con la riforma del titolo V°
della Costituzione e attribuite alle Regioni e alle Autonomie Locali
soprattutto a seguito dell’inaccettabile ipotesi di stravolgimento della
Costituzione, in particolare con la “devolution” in tema di sanità e
assistenza; istruzione; polizia locale.
6.5 Il contratto nazionale rimane garante
delle modalità concrete con le quali la valorizzazione del lavoro
contribuisce all’uniformità delle prestazioni su tutto il territorio
nazionale. Anche queste motivazioni rafforzano la nostra contrarietà al
cosiddetto “federalismo contrattuale”.
6.6 Al
contrario, occorre un progetto che indichi modalità e qualità di
riaggregazione del ciclo produttivo, per consentire parità di costi
contrattuali e contributivi. Riduzione significativa delle tipologie e del
numero dei contratti, definendo percorsi condivisi per regole che vincolano
l’individuazione delle aree o delle filiere contrattuali di riferimento, al
fine di consolidare la contrattazione sull’intera organizzazione del lavoro,
evitando la pluralità contrattuale e rispondendo alle nostre proposte di
politiche produttive e di sviluppo.
6.7 Il ricorso a continue esternalizzazioni e
frantumazioni, ad appalti e subappalti prevalentemente per ridurre il costo
del lavoro e introdurre precarietà, ha contribuito ad attivare un
insopportabile dumping contrattuale. Una nuova e più incisiva legislazione
sugli appalti può contribuire alla difesa di diritti, salute, sicurezza,
legalità.
7. Per rafforzare l’autorità normativa occorre
inoltre:
7.1 Realizzare un sistema informativo in un
quadro di democrazia industriale in grado di rendere esigibile il diritto
alla conoscenza preventiva, al fine di consentire la contrattazione
d’anticipo a monte dei processi di ristrutturazione e quindi delle strategie
d’impresa.
Nella disponibilità di strumenti per la
contrattazione d’anticipo, si colloca il nostro ruolo per il governo dei
processi, che non può declinarsi né con la presenza del sindacato nei
consigli di amministrazione né tanto meno con forme di partecipazione
azionaria dei lavoratori.
7.2 Affermare e individuare strumenti e sedi,
a partire dagli osservatori, nei quali le parti sociali possono monitorare,
verificare e controllare l’andamento della produttività e la sua
distribuzione.
7.3 Introdurre nel Ccnl normative sulla
politica degli orari, in grado di contenere tutti gli aspetti di
deregolamentazione introdotti dalla legislazione italiana e stabilire regole
di sostegno alla contrattazione di secondo livello.
Il sistema degli orari, delle turnazioni e
delle flessibilità deve favorire la possibilità di conciliare per uomini e
donne il tempo di vita e il tempo di lavoro, e ricostruire organicamente una
strategia di riduzione del tempo di lavoro.
Sulla politica degli orari, la Cgil è
impegnata al controllo e all’intervento rigoroso sulle direttive e sui
dispositivi europei e ritiene indispensabile impedire che si sviluppi una
pratica derogativa “in pejus” rispetto alla stessa normativa europea.
E’ inoltre importante riprendere il controllo
degli orari di fatto e del ricorso agli straordinari nonché rilanciare la
strategia dei contratti di solidarietà quale uno degli strumenti per
contenere le riduzioni del personale, e al tempo stesso difendere
l’integrità dell’impresa in una fase di crisi industriale e di aumento delle
delocalizzazioni.
7.4 Ridefinire un sistema classificatorio
nazionale per l’individuazione delle professionalità, nonché un sistema di
regole e di rimandi alla contrattazione aziendale per il loro
riconoscimento.
7.5 Realizzare azioni positive per pari
opportunità per le lavoratici al fine di impedire discriminazioni di genere.
7.6 Istituire un osservatorio nazionale, con
articolazioni decentrate, sulle discriminazioni razziali o etniche, per
promuovere azioni finalizzate a eliminare comportamenti discriminatori nei
luoghi di lavoro.
7.7 Puntare su formazione e riqualificazione
prevedendo, nei rimandi a livello decentrato, normative (orari, luoghi,
modalità) in grado di rendere esigibile questo diritto a tutti i lavoratori
e alle lavoratrici, facendo sì che sia compatibile con i carichi familiari,
che incidono prevalentemente sulle donne.
7.8 Portare avanti un sistema di
contrattazione e di controllo su tutto ciò che attiene ai piani della
sicurezza e ad azioni preventive per la tutela della salute e per impedire
infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro
7.9 Bilateralità: gli enti bilaterali non sono
sede di contrattazione e pertanto non possono sostituirsi a essa, ma devono
al contrario applicare le intese avvenute tra le parti sociali nelle sedi
proprie del negoziato.
Gli enti bilaterali non devono svolgere
funzioni di certificazione a partire dai rapporti di lavoro, né tanto meno
gestire il mercato del lavoro.
8. La contrattazione decentrata va estesa e
riqualificata, a partire da quella aziendale o di gruppo, di posti di lavoro
nel caso del pubblico impiego, del sistema dell’istruzione e della ricerca.
Essa non va ridimensionata ma al contrario resta per noi la scelta centrale
per consegnare ai delegati, ai lavoratori e alle lavoratrici un ruolo
effettivo d’intervento e di negoziato su organizzazione del lavoro, salute e
sicurezza, condizioni di lavoro, orari, riconoscimento della professionalità
e tutto ciò che il Ccnl demanda ai luoghi di lavoro, nonché distribuire
aumenti salariali variabili e con quote da consolidare attraverso
l’individuazione di obiettivi raggiungibili, parametri e indicatori da
concordare nella contrattazione, collegati ai risultati del lavoro e della
sua organizzazione, in grado di consentire la loro verificabilità e il loro
controllo.
8.1 L’esigenza è quella di mettere in campo
una contrattazione che superi in via definitiva la contraddizione che vuole
gli stessi lavoratori attenti e responsabili, mentre nello stesso tempo li
si priva sia di certezze attraverso le tante forme di lavoro precario, che
di autonomia attraverso la perdita del governo del proprio tempo di lavoro e
di vita, con particolare riferimento alle lavoratrici.
8.2 Questa riconquista della capacità
d’intervento autonomo dei lavoratori sulle loro condizioni di lavoro,
sull’organizzazione della produzione o delle modalità di offerta dei servizi
pubblici, è tanto più importante se consideriamo che in conseguenza di una
ricerca esasperata da parte delle imprese, e in buona parte della pubblica
amministrazione, di una competitività fondata sui costi, si è determinato un
intervento unilaterale, solo in parte contrastato dalla contrattazione, che
ha fatto arretrare prassi condivise sulla gestione degli orari di lavoro,
sui carichi di lavoro, sulla qualità del lavoro in gran parte espressa con
l’uso di una diffusa precarietà.
8.3 Nella contrattazione di secondo livello
vanno riaffermati i valori di solidarietà, equità, uguaglianza, di rispetto
delle differenze (di genere, etniche ecc.) come fondamento per un’iniziativa
di portata strategica, e coerente con l’iniziativa della Cgil, che abbia
l’obiettivo di realizzare percorsi d’inclusione, nel ciclo produttivo e
organizzativo dell’impresa, di tutti i lavoratori precari e ai margini del
ciclo per effetto delle riorganizzazioni dell’impresa, dei limiti avuti
nelle contrattazioni precedenti e per effetto dei danni provocati dalla
nuova produzione legislativa.
8.4 Nel lavoro pubblico la contrattazione
integrativa deve rappresentare lo strumento principale per valorizzare il
lavoro, costruendo un rapporto fra la contrattazione ed un nuovo spazio
pubblico sul versante della tutela dei diritti delle persone, dell’efficacia
e della trasparenza dell’agire pubblico.
9. La contrattazione territoriale, di sito, di
distretto, di filiera.
9.1 Ferma restando la scelta prioritaria del
livello aziendale, la Cgil, al fine di estendere la contrattazione
decentrata, in particolare nelle piccole imprese, ritiene che i contratti
nazionali di categoria potranno prevedere il ricorso anche a questo livello
decentrato, il suo confine e le materie ad esso demandate. Non deve essere
un livello aggiuntivo a quello aziendale, né tanto meno contrapposto.
Saranno i singoli comparti e i relativi Ccnl, sulla base della struttura del
modello produttivo, le sue articolazioni e i cambiamenti verificatisi in
questi anni sia nel pubblico che nel privato e nel terziario, a individuare
le modalità, le caratteristiche e gli strumenti dell’eventuale livello
territoriale.
9.2 Alcune esperienze si sono consolidate,
altre vanno ridefinite individuando ambiti di sperimentazione, anche per far
fronte a una filiera produttiva lunga e articolata in più tipologie
contrattuali. La Cgil ritiene pertanto utile – al fine di respingere la
logica del supermarket contrattuale, che produce dumping a sfavore dei
lavoratori – dare vita a una stagione che, nell’ambito della contrattazione
decentrata, sperimenti azioni contrattuali intercategoriali, fermo restando
le rispettive titolarità contrattuali.
9.3 In questo contesto, la contrattazione di
sito dovrà mettere in rete le varie strutture sindacali aziendali presenti
nell’unità produttiva, per apportare politiche rivendicative in grado di
armonizzare e migliorare le condizioni di lavoro.
9.4 L’obiettivo di consolidare ed estendere
l’esercizio della contrattazione per i livelli decentrati (territoriali,
sito, distretto, filiera) impone l’individuazione di forme organizzative in
grado di assicurare un allargamento della rappresentanza e dei diritti
sindacali.
10. La Cgil considera vincolante la
validazione certificata dei lavoratori e delle lavoratrici su tutto ciò che
attiene sia le piattaforme che gli accordi in cui sono coinvolti.
11. L’Europa.
11.1 Fermo restando ciò che viene proposto
nelle tesi sulle politiche europee, occorre prevedere un livello
contrattuale per la dimensione sovranazionale dell’impresa, che affronti la
nuova dimensione societaria in ambito europeo, che intervenga su tutto ciò
che ha prodotto la forte delocalizzazione e il nuovo assetto delle
multinazionali, che preveda strumenti e regole per le direttive sul lavoro e
sul ruolo dei Cae, degli organismi previsti dalle direttive sulla Società
europea, che consegni al sindacato una funzione contrattuale e non solo
informativa.
11.2 La Ces deve svolgere un ruolo di soggetto
negoziale, al fine di promuovere azioni utili alla realizzazione di una
politica di coesione sociale a livello europeo.
11.3 Una delle questioni più importanti che va
messa al centro del confronto negoziale sovranazionale, in particolare per
le imprese multinazionali riguarda la responsabilità sociale dell’impresa
nei confronti dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, dell’ambiente
e dell’economia, in tutti i paesi in cui opera.
12. Il ruolo confederale nella contrattazione
territoriale e sociale.
12.1 Dalle politiche di sviluppo alle
politiche contrattuali emerge con forza la necessità di aprire una nuova
fase per la contrattazione confederale nel territorio, anche attraverso
processi democratici di coinvolgimento dei lavoratori, delle lavoratrici,
dei pensionati, delle pensionate.
12.2 Tale scelta è ancora più urgente per il
peso che le politiche sociali territoriali e di sostenibilità e sicurezza
ambientale hanno assunto, sia per quanto riguarda gli effetti della
redistribuzione del reddito, sia per quanto riguarda le più specifiche
politiche dello sviluppo locale. Per tale obiettivo è necessario coinvolgere
le associazioni che possono contribuire alla costruzione di uno sviluppo di
qualità sia dal punto di vista sociale, occupazionale, ambientale.
12.3 Il fine è quello di progettare e di
definire politiche di sviluppo locale del territorio, affrontando i temi
della reindustrializzazione, della finalizzazione specialistica di filiera,
di nuovi insediamenti industriali, della riunificazione del lavoro, dello
sviluppo sostenibile quindi legato ai problemi dell’ambiente e della tutela
del territorio, della crescita professionale con la formazione d’anticipo e
i fabbisogni formativi; e affrontando le politiche sociali e dei servizi
come fattore di sviluppo nel territorio.
12.4 La programmazione negoziata e la
contrattazione sono necessarie affinché vi sia un uso delle risorse che
premino il territorio ed evitino dispersioni a pioggia, responsabilizzando
le istituzioni in una funzione di effettiva promozione dello sviluppo.
12.5 L’intreccio di queste politiche deve
vedere la confederazione assumerle in accordo con le categorie, compreso lo
Spi, trovando risposte di rappresentanza e di reinsediamento confederale nel
territorio.
12.6 Contrattazione confederale territoriale,
da un lato, e contrattazione nei posti di lavoro, dall’altro, devono
consentire all’insieme del sindacato di elevare la sua capacità di
rappresentanza e di riunificazione degli interessi di uomini e donne, siano
essi lavoratori, cittadini, studenti, pensionati, immigrati, ragazzi e
ragazze che costituiscono il nuovo contesto del mondo del lavoro e della
società in cui viviamo.
13. Le nostre proposte sulle politiche della
contrattazione e sul ruolo negoziale del sindacato dovranno continuare a
misurarsi con Cisl e Uil al fine di costruire obiettivi comuni e progetti
unitari in grado di sostenere e difendere le esigenze e i bisogni delle
lavoratrici, dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati del nostro
paese.
TESI 8
ALTERNATIVA (Rinaldini)
LE POLITICHE CONTRATTUALI
1. La nostra proposta sulle politiche
contrattuali deve essere rigorosa e coerente all’insieme della linea
sindacale e politica che assume la centralità del lavoro, e la sua autonoma
espressione, come scelta fondamentale per un nuovo progetto sociale.
La stagnazione economica italiana è anche il
frutto di una politica economica e industriale che ha scelto di competere
nell’economia globale sul terreno dei costi, sul peggioramento delle
condizioni di lavoro, sulla precarizzazione e sui bassi salari. Oggi occorre
superare l’impostazione monetarista che vede nel taglio della spesa pubblica
e delle retribuzioni gli strumenti per favorire lo sviluppo. Esiste un
rapporto positivo tra la necessità di affermare una nuova politica economica
e industriale e la necessità di invertire il processo in atto nella
redistribuzione della ricchezza, oggi a tutto vantaggio delle rendite e dei
profitti.
1.1 Nel corso di questi anni le scelte
compiute dal governo con il sostegno della Confindustria su fisco, lavoro,
Stato sociale hanno determinato una redistribuzione del reddito contro il
lavoro e le pensioni e hanno generato precarizzazione della vita e del
lavoro. Il sistema delle imprese, inoltre, ha utilizzato profitti e
produttività per attuare, a partire dalle grandi imprese, operazioni di
natura prevalentemente finanziaria piuttosto che di carattere industriale.
1.2 In questo contesto politico e sociale la
Cgil ha condotto una convinta battaglia a sostegno dei redditi, contro la
legge 30 e per la difesa del contratto nazionale di lavoro, a partire dal
superamento delle regole sull’inflazione programmata. Ciò è avvenuto anche a
fronte della pratica degli accordi separati.
2. La contrattazione di secondo livello, pur
con risultati diversificati all’interno delle categorie e nelle aree
territoriali, è stata complessivamente insufficiente.
2.1 La copertura dell’insieme delle
lavoratrici e dei lavoratori dipendenti con la contrattazione rimane un
obiettivo della nostra iniziativa, non scindibile dalla riunificazione del
lavoro a fronte di processi sempre più estesi di frammentazione e
frantumazione del ciclo del prodotto. La situazione attuale evidenzia una
copertura contrattuale differenziata anche per le diverse modalità e
struttura contrattuale con le quali si esercita la contrattazione
decentrata.
2.2 Nel pubblico impiego, nei settori
dell’istruzione, dell’università e della ricerca la generalizzazione della
contrattazione decentrata è stata resa possibile dalla definizione per legge
del sistema della rappresentanza sindacale e delle Rsu. Oggetto della
contrattazione è stato l’intervento sull’insieme delle condizioni di lavoro,
sulle questioni retributive e professionali, messe in discussione anche dal
taglio dei trasferimenti finanziari al sistema delle autonomie locali e
dall’attacco al sistema dell’istruzione e della ricerca pubblica.
2.3 Nello stesso tempo nel settore
dell’impiego pubblico si assiste a un attacco al sistema contrattuale
attraverso il tentativo di revocare la contrattualizzazione del rapporto di
lavoro, che rimane punto fermo per il sindacato, per riesumare un sistema
fatto d’interventi legislativi che snaturano il ruolo e la funzione della
stessa contrattazione in nome di «un primato» dell’interesse della politica,
non solo sulle tematiche relative al rapporto di lavoro (com’è successo per
il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, o come il governo intende
prefigurare per i docenti dopo la cancellazione della contrattazione e delle
Rsu), ma con la massiccia estensione dello Spoils system, che stravolge i
princìpi d’imparzialità e d’interesse generale sui quali si basa l’agire
pubblico.
3. I limiti più evidenti della nostra
iniziativa contrattuale riguardano l’intervento su tutto ciò che attiene
all’organizzazione del lavoro e ai cambiamenti prodotti dai processi di
trasformazione e di esternalizzazione delle imprese. A ciò va aggiunto
l’insufficiente coinvolgimento, a partire dall’elaborazione delle
piattaforme, delle nuove e diverse forme del lavoro.
3.1 In questo contesto si sono altresì
accentuati i differenziali salariali tra donne e uomini. Infatti, sia la
selezione degli obiettivi del salario derivante dalla contrattazione di
secondo livello, che la caratteristica dei modelli organizzativi del lavoro
hanno limitato la partecipazione delle donne alle dinamiche del lavoro nei
singoli luoghi lavorativi.
3.2 Tali processi, che avvengono nell’ambito
di una situazione di crisi del sistema industriale, hanno contribuito a
indebolire il nostro ruolo contrattuale favorendo in molte realtà fenomeni
che devono essere rigorosamente contrastati, in particolare:
3.3 l’introduzione di doppi regimi
contrattuali che hanno contrapposto lavoratori in forza a lavoratori di
futura assunzione;
3.4 aumenti salariali legati a parametri,
indici e obiettivi non verificabili che hanno impedito alla Rsu di
esercitare un controllo reale sulla prestazione lavorativa;
3.5 l’insufficiente rapporto fra
contrattazione del salario e controllo degli orari, ambiente e
organizzazione del lavoro;
3.6 accordi sull’utilizzo degli impianti che
scaricano gli orari più disagiati su determinate fasce di lavoratrici e
lavoratori;
3.7 aumenti salariali legati a parametri di
presenza, a carattere individuale e/o collettivo;
3.8 frequenti erogazioni unilaterali.
4. È ormai un dato incontestabile il fatto che
in Italia si è verificato uno spostamento della ricchezza prodotta verso i
profitti e le rendite e che le retribuzioni hanno subìto un arretramento tra
i più significativi in Europa.
4.1 Tutto questo in una fase in cui il
processo di ristrutturazione delle imprese a livello globale ha indebolito,
spiazzandoli, i sistemi di regolazione legislativa nazionale provocando una
tendenza alla decontrattualizzazione dei rapporti tra capitale e lavoro. Ciò
che si intende imporre è l’assunzione di un modello di competitività basato
sulla compressione dei costi e dei diritti quale valore assoluto
nell’evoluzione aziendalistica delle relazioni industriali.
4.2 La legislazione, di matrice liberista,
enfatizza il processo di frantumazione della forma impresa, nella
moltiplicazione delle tipologie dei rapporti di lavoro e nel rapporto
diretto fra azienda e singolo lavoratore. Nella tendenza
all’individualizzazione del rapporto di lavoro sta la crisi della stessa
«forma-contratto» quale compromesso tra interessi diversi e asimmetrici che
sta alla base della tutela collettiva degli interessi più deboli. Vi è
quindi la necessità di una nuova legislazione sul lavoro che sostituisca e
abolisca quella esistente.
4.3. Anche per queste ragioni il sindacato
deve saper mettere in campo una proposta alta di politica contrattuale per
ristabilire autorità negoziale, salariale e normativa a tutti i livelli
della contrattazione e per tutte le tipologie di lavoro, in coerenza con le
nostre politiche sul mercato del lavoro.
5. Il nostro Congresso si caratterizza sulla
centralità del lavoro. La politica contrattuale, le sue funzioni, i suoi
compiti e il ruolo del sindacato ne sono parte determinante.
Il problema della ridefinizione delle regole
contrattuali è posto. È dunque necessario definire i criteri di una nostra
proposta che sia funzionale ai nostri obiettivi, nella consapevolezza che
l’obiettivo della Confindustria è quello di ridurre e modificare
strutturalmente funzione e ruolo della contrattazione collettiva a livello
nazionale e a livello decentrato.
Un sistema di regole contrattuali non è un
problema tecnico, di ingegneria contrattuale, né tanto meno può essere
ridotto a un fatto di congiuntura sociale e politica, ma inerisce ruolo e
funzione della contrattazione per un non breve periodo.
La logica liberista vuole ridisegnare la
stessa funzione della rappresentanza sociale e ne subordina il ruolo a pura
funzione rispetto a un solo punto di vista, quello delle imprese e del
mercato. È questa la radice più profonda della messa in discussione del
ruolo della contrattazione e delle relazioni industriali in buona parte dei
paesi industrializzati ed è questo l’obiettivo che persegue la Confindustria
con la definizione di un nuovo sistema di regole contrattuali. Assumere la
centralità del lavoro significa volere affermare coerentemente l’espressione
di un altro punto di vista, autonomo e democratico che è quello del lavoro,
della sua valorizzazione e della solidarietà che deve poter vivere nella
contrattazione.
Questo è il valore che assegniamo alle scelte
e alle opzioni che abbiamo prodotto in questi anni come Cgil dall’Assemblea
di Chianciano al Comitato direttivo del 30 settembre 2004.
5.1 Occorre rilanciare una campagna di
rinnovata politica contrattuale in grado di riunificare il lavoro, che abbia
carattere acquisitivo e non solo difensivo, sia per le retribuzioni che per
i diritti, rivendicando altresì investimenti per l’innovazione di prodotto e
di processo quale fattore determinante per assicurare qualità, continuità
produttiva e salvaguardia dell’occupazione.
6. La Cgil nel ribadire che il sistema di
regole contrattuali deve essere unico per tutti, ritiene prioritario
definirne ruolo, compito e funzioni, essendo oramai evidente la crisi
dell’attuale sistema contrattuale.
Non si tratta di definire le regole del
prossimo contratto nazionale con un accordo quadro, bensì di definire una
politica contrattuale e un sistema contrattuale, che segnerà per un periodo
non breve le relazioni industriali e quindi ruolo e funzione della
rappresentanza sociale.
- Contratto nazionale;
- contrattazione decentrata;
- collegamento con le politiche negoziali in
Europa;
- contrattazione confederale territoriale.
6.1 Il contratto nazionale rappresenta lo
strumento assolutamente decisivo, in cui il lavoro esercita il massimo e più
unificante ruolo di solidarietà generale sulle retribuzioni e sui diritti.
6.2. Per questo il livello nazionale della
contrattazione va rafforzato e vanno respinte regole e modelli che portano a
un federalismo contrattuale finalizzato a determinare differenze per aree
geografiche e territori e a provocare un più generale smantellamento dei
diritti universalistici.
Così come il livello nazionale non va
depotenziato alla luce degli assetti istituzionali e delle titolarità
introdotte già con la riforma del titolo V della Costituzione e attribuite
alle Regioni e alle Autonomie locali, soprattutto a seguito
dell’inaccettabile ipotesi di stravolgimento della Costituzione, in
particolare con la «devolution» in tema di sanità e assistenza, istruzione,
polizia locale.
6.3 Contratto, fisco, politiche sociali devono coerentemente
essere affrontati con l’obiettivo di invertire l’attuale tendenza e
recuperare, nella distribuzione della ricchezza, quote verso il lavoro e le
pensioni. La redistribuzione della ricchezza verso profitti, rendita e
finanza non viene registrata dagli indici d’inflazione anche se poi essa si
manifesta come condizione sociale e potere d’acquisto sociale. Il potere
d’acquisto, la situazione economica, quote di produttività e la
distribuzione della ricchezza devono essere i criteri di riferimento del
contratto nazionale. Starà all’autonoma valutazione delle organizzazioni
sindacali decidere come equilibrare le proprie richieste nazionali rispetto
all’insieme della situazione sociale ed economica, fermo restando
l’obiettivo della redistribuzione della ricchezza e dell’aumento delle
retribuzioni reali in sede nazionale.
6.4. Un contratto nazionale che allarga le
competenze è la condizione necessaria per puntare nella contrattazione
articolata alla riunificazione della rappresentanza del lavoro, con una
vertenzialità di sito industriale, di filiera, di prodotto, di servizio.
Per questo accanto alla contrattazione
aziendale e di gruppo, bisogna prevedere un forte coordinamento tra
obiettivi e sedi di rappresentanza e di trattativa: a livello di sito e a
livello di filiera.
Una nuova e più incisiva legislazione sugli
appalti può contribuire alla difesa dei diritti, salute, sicurezza,
legalità.
6.5 È necessario introdurre strumenti che
incentivino il rispetto da parte delle controparti pubbliche e private dei
rinnovi contrattuali, a tal fine va incrementato il valore dell’indennità di
vacanza contrattuale con una tempistica e gradualità che abbia come
riferimento il prolungarsi dei tempi della trattativa.
Una valutazione a parte merita poi la
questione per la quale i Ccnl pubblici vengono sempre rinnovati in ritardo
rispetto alle loro scadenze e, una volta sottoscritti, diventano esigibili
dalle lavoratrici e dai lavoratori in tempi lunghi e comunque superiori alle
stesse disposizioni legislative in materia.
È necessario introdurre strumenti che
incentivino il rispetto da parte del governo e di tutte le controparti
pubbliche delle scadenze e tempistiche previste. In particolare dopo i
novanta giorni dalla scadenza del Ccnl, nel caso in cui le trattative non
siano state ancora aperte, le eventuali azioni di lotta proclamate dalle
organizzazioni sindacali potranno derogare dai contenuti della Legge 83/2000
sulla regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici a
eccezione della garanzia sui servizi minimi essenziali che andrà comunque
mantenuta. Inoltre dopo la sottoscrizione il Contratto nazionale si
intenderà definitivamente approvato e quindi esigibile se entro 45 giorni
dalla sua firma i comitati di settore e gli organi di controllo non avranno
espresso esplicite riserve o dinieghi.
7. Per rafforzare l’autorità normativa occorre
inoltre realizzare:
7.1 Una normativa nel Ccnl sulla politica
degli orari, in grado di contrastare tutti gli aspetti di deregolamentazione
introdotti dalla legislazione e stabile regole di sostegno alla
contrattazione di secondo livello.
Il sistema degli orari delle turnazioni e
delle flessibilità deve favorire la possibilità di conciliare per uomini e
donne complessivamente il tempo di vita ricostruendo organicamente una
strategia di riduzione del tempo di lavoro a 35 ore settimanali.
Per questo deve essere confermato l’orario
settimanale e rafforzato il ruolo contrattuale delle Rsu nella definizione
degli orari plurisettimanali.
L’offensiva della Confindustria per la
gestione unilaterale del tempo di lavoro è l’espressione più evidente della
volontà di ridurre la contrattazione collettiva a un fatto residuale,
puramente adattiva a un unico punto di vista, quello dell’impresa
esautorando le Rsu di qualsiasi prerogativa negoziale.
La Cgil è impegnata al controllo degli orari e a respingere
l’uso strumentale della direttiva e dei dispositivi europei sugli orari e
ritiene inaccettabile che si possa affermare a livello europeo a partire
dall’annualizzazione degli orari una pratica derogativa in pejus rispetto ai
contratti nazionali.
Si tratta di riprendere il controllo degli
orari di fatto e del ricorso agli straordinari, nonché di rilanciare la
strategia dei contratti di solidarietà quale strumento per difendere
l‘occupazione e la stessa integrità dell’impresa in una fase di crisi
industriale e di aumento delle delocalizzazioni, rifiutando qualsiasi
procedura di riduzione occupazionale che preveda i licenziamenti.
7.2 Coerentemente con le scelte compiute
contro la legge 30 nella contrattazione, va perseguito l’obiettivo di
renderne inefficace l’applicazione. Il sindacato deve operare anche sul
piano contrattuale per l’abrogazione della legge 30, in particolare
contrastando quelle norme che liberalizzano gli appalti e introducono nuove
figure di precarietà come il lavoro a chiamata e il lavoro in affitto a
tempo indeterminato e stabilire regole e diritti per tutti i lavoratori con
l’obiettivo generale della trasformazione a tempo indeterminato di tutti i
rapporti di lavoro precari superando in questo modo gli effetti della
legislazione sul lavoro.
7.3 Va ridefinito un sistema informativo che
in un quadro di democrazia industriale, fornisca gli strumenti per rendere
esigibile il diritto alla conoscenza preventiva al fine di consentire la
contrattazione d’anticipo a monte dei processi di ristrutturazione e quindi
delle strategie d’impresa a partire dalla cessione di ramo d’azienda,
mettendo i lavoratori e le lavoratrici e le loro organizzazioni nelle
condizioni di potersi avvalere di esperti e strutture competenti di loro
scelta.
7.4 Ridefinire un sistema classificatorio
nazionale per l’individuazione delle professionalità anche attraverso un
sistema di regole che rafforzi il ruolo della contrattazione aziendale.
7.5. Azioni positive per pari opportunità, per
le lavoratrici al fine di impedire discriminazioni di genere.
7.6. Istituzione di un Osservatorio nazionale
con articolazioni decentrate aventi per finalità l’eliminazione di
comportamenti discriminatori nei luoghi di lavoro.
7.7. Formazione e riqualificazione prevedendo,
nei rimandi a livello decentrato, normative (orari, luoghi, modalità) in
grado di rendere esigibile questo diritto da tutti i lavoratori e tutte le
lavoratrici, compatibili con i carichi familiari che incidono
prevalentemente sulle donne.
7.8. Un sistema di contrattazione e di
controllo che unifichi l’insieme dei lavoratori coinvolti su tutto ciò che
attiene ai piani della sicurezza e a azioni preventive per la tutela della
salute e per impedire infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro.
7.9. Gli enti bilaterali non devono svolgere
funzioni di certificazione a partire dai rapporti di lavoro, ne tanto meno
gestire il mercato del lavoro.
8. Il secondo livello di contrattazione deve
avere per oggetto l’organizzazione del lavoro, l’ambiente di lavoro, la
produttività, la qualità, la professionalità nei luoghi lavorativi. La
contrattazione non potrà più limitarsi alla pura contrattazione del premio
di risultato. L’esperienza ci ha insegnato che, salvo importanti eccezioni
la funzione partecipativa del premio di risultato è stata nulla. La
contrattazione deve, in primo luogo, affrontare i problemi
dell’organizzazione e della condizione di lavoro, tenendo conto della
professionalità e del salario aziendale. La contrattazione deve porsi
l’obiettivo di stabilizzare la parte prevalente del premio di risultato,
partendo da quanto sinora raggiunto. Vanno superati gli indici riferiti ai
bilanci e il legame con la presenza, mentre la contrattazione della parte
variabile dovrà essere strettamente collegata a quella della prestazione e
dell’organizzazione del lavoro.
8.1 Questa riconquista della capacità di
intervento autonomo delle lavoratrici e dei lavoratori sulle proprie
condizioni di lavoro, sull’organizzazione della produzione o delle modalità
di offerta dei servizi pubblici, è tanto più importante di fronte ad una
scelta esasperata da parte delle imprese e di buona parte della Pubblica
amministrazione per una competitività fondata sui costi. Si è determinato in
questo modo un intervento unilaterale, solo in parte contrastato dalla
contrattazione, che ha fatto arretrare prassi negoziali condivise sulla
gestione degli orari di lavoro, sui carichi di lavoro, sulla qualità del
lavoro e che ha prodotto l’estensione della precarietà.
8.2 Nella contrattazione di secondo livello,
vanno riaffermati i valori di solidarietà, equità, uguaglianza, di rispetto
delle differenze (di genere, etniche ecc.) come fondamento per un’iniziativa
di portata strategica e coerente con l’iniziativa della Cgil. L’unificazione
dei diritti è l’obiettivo prioritario della nostra iniziativa. Questo
significa l’estensione a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori dei
risultati contrattuali e la definizione di percorsi e modalità per la
trasformazione dei rapporti di lavoro precari a tempo indeterminato.
8.3 Nella contrattazione va rilanciato
l’impegno della Cgil a tutela della sicurezza delle lavoratrici e dei
lavoratori, per una diversa gestione delle 626 che finora non ha portato a
concreti miglioramenti nella difesa della salute nel mondo del lavoro.
Nei luoghi di lavoro occorre realizzare ogni
anno un’assemblea retribuita esclusivamente dedicata alla tutela della
salute. Rls ed Rsu devono operare sulla base di precisi programmi di salute
e sicurezza costruiti con i lavoratori e contrattati con le imprese che
devono avere l’obbligo di fornire agli Rls tutta la documentazione
necessaria.
8.4 Nel lavoro pubblico la contrattazione
integrativa deve rappresentare lo strumento principale per valorizzare il
lavoro, costruendo un rapporto fra la contrattazione e un nuovo spazio
pubblico, sul versante della tutela dei diritti delle persone,
dell’efficacia e della trasparenza dell’agire pubblico.
9. La contrattazione territoriale, di sito, di
distretto, di filiera.
9.1. Ferma restando la scelta prioritaria del
livello aziendale, la Cgil, al fine di estendere la contrattazione
decentrata, in particolare nelle piccole imprese, ritiene che i contratti
nazionali di categoria potranno prevedere il ricorso anche a questo livello
decentrato, il suo confine e le materie a esso demandate. Non deve trattarsi
di un livello aggiuntivo a quello aziendale, né tanto meno contrapposto.
Saranno i singoli comparti e relativi Ccnl a definire, sulla base della
struttura del modello produttivo, delle sue articolazioni e dei cambiamenti
verificatisi in questi anni sia nel pubblico che nel privato e nel
terziario, a individuare le modalità, le caratteristiche e gli strumenti
dell’eventuale livello territoriale.
9.2 Alcune esperienze si sono consolidate,
altre vanno ridefinite individuando ambiti di sperimentazione anche per far
fronte a una filiera produttiva lunga e articolata in più tipologie
contrattuali. La Cgil ritiene pertanto utile – al fine di respingere la
logica del supermarket contrattuale che produce dumping sociale – dare vita
a una stagione che nell’ambito della contrattazione decentrata sperimenti
azioni contrattuali intercategoriali.
Questa
sperimentazione apre la strada alla soluzione di un problema più generale. È
evidente che le categorie sindacali sono nate e si sono definite sulla base
delle diverse esigenze che le differenze dei cicli produttivi determinavano.
Oggi queste differenze sono in gran parte saltate nel settore privato e
pubblico. Tutto questo produce la necessità di ripensare l’organizzazione
sindacale rispetto all’attuale suddivisione delle categorie e dei contratti.
Si
tratta allora di ridefinire l’organizzazione corrispondente all’attuale
modello sociale e alle scelte di politica rivendicativa che vogliamo
compiere per la riunificazione del lavoro.
9.3 In questo contesto la contrattazione di
sito e di filiera, dovrà mettere in rete le varie strutture sindacali
aziendali presenti nell’unità produttiva, per apportare politiche
rivendicative in grado di armonizzare e migliorare le condizioni di lavoro.
9.4. L’obiettivo di consolidare ed estendere
l’esercizio della contrattazione per i livelli decentrati (territoriali,
sito, distretto, filiera) impone l’individuazione di forme organizzative in
grado di assicurare un allargamento della rappresentanza e dei diritti
sindacali.
10. La Cgil considera vincolante il referendum
dei lavoratori e delle lavoratrici su tutto ciò che attiene sia le
piattaforme che gli accordi in cui sono coinvolti.
11. Europa.
11.1 Fermo restando ciò che viene proposto
nelle tesi sulle politiche europee, occorre prevedere un livello
contrattuale per la dimensione sovranazionale dell’impresa, che affronti la
nuova dimensione societaria in ambito europeo, che intervenga su tutto ciò
che ha prodotto la forte delocalizzazione e il nuovo assetto delle
multinazionali, che preveda strumenti e regole per le direttive sul lavoro e
sul ruolo dei Cae, degli organismi previsti dalle direttive sulla Società
europea, che consegni al sindacato una funzione contrattuale e non solo
informativa.
11.2 La Ces deve svolgere un ruolo di soggetto
negoziale, al fine di promuovere azioni utili alla realizzazione di una
politica di coesione sociale a livello europeo.
11.3 Una delle questioni più importanti che va
messa al centro del confronto negoziale sovranazionale, in particolare per
le imprese multinazionali, riguarda la responsabilità sociale dell’impresa
nei confronti dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, dell’ambiente
e dell’economia, in tutti i paesi in cui opera.
12. Il ruolo confederale nella contrattazione
territoriale e sociale.
12.1 Dalle politiche di sviluppo alle
politiche contrattuali emerge con forza la necessità di aprire una nuova
fase per la contrattazione confederale nel territorio, anche attraverso
processi democratici di coinvolgimento dei lavoratori, delle lavoratrici,
dei pensionati e delle pensionate.
12.2 Tale scelta è ancora più urgente per il
peso che le politiche sociali territoriali e di sostenibilità e sicurezza
ambientale hanno assunto sia per quanto riguarda gli effetti della
redistribuzione del reddito sia per quanto riguarda le più specifiche
politiche dello sviluppo locale. Per tale obiettivo è necessario coinvolgere
le associazioni che possono contribuire alla costruzione di uno sviluppo di
qualità sia dal punto di vista sociale che occupazionale e ambientale.
12.3 Il fine è quello di progettare e definire
politiche di sviluppo locale del territorio, affrontando i temi della
reindustrializzazione, della finalizzazione specialistica di filiera, di
nuovi insediamenti industriali, della riunificazione del lavoro, dello
sviluppo sostenibile quindi legato ai problemi dell’ambiente e della tutela
del territorio, della crescita professionale con la formazione d’anticipo e
i fabbisogni formativi; e affrontando le politiche sociali e dei servizi
come fattore di sviluppo nel territorio.
12.4 La programmazione negoziata e la
contrattazione sono necessarie affinché vi sia un uso delle risorse che
premino il territorio ed evitino dispersioni a pioggia, responsabilizzando
le istituzioni in una funzione di effettiva promozione dello sviluppo.
12.5 L’intreccio di queste politiche devono
vedere la confederazione assumerle in accordo con le categorie compreso lo
Spi, trovando risposte di rappresentanza e di reinsediamento confederale nel
territorio.
12.6 L’insieme del ruolo della contrattazione
confederale territoriale e del ruolo della contrattazione nei posti di
lavoro, deve consentire all’insieme del sindacato di elevare la sua capacità
di rappresentanza e di riunificazione degli interessi di uomini e donne,
siano essi lavoratori, cittadini, studenti, pensionati, immigrati, ragazzi e
ragazze che costituiscono il nuovo contesto del mondo del lavoro e della
società in cui viviamo.
13. Le nostre proposte sulle politiche della
contrattazione e il ruolo negoziale del sindacato dovranno continuare a
misurarsi con Cisl e Uil al fine di costruire obiettivi comuni e progetti
unitari in grado di sostenere e difendere le esigenze e i bisogni delle
lavoratrici, dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati del nostro
paese.
TESI 9
LA PARTECIPAZIONE
QUALE ASSE STRATEGICO PER RIPROGETTARE IL PAESE E I VALORI DELLA
CONFEDERALITA’, DELL’AUTONOMIA, DELL’UNITA’
1. La società italiana ha bisogno di più
partecipazione. Occorre, perciò, invertire il trend di questi ultimi anni,
contrassegnato da una progressiva e costante riduzione degli spazi di
partecipazione, conseguenza, anche, dell’avanzare di quell’idea di
democrazia plebiscitaria che ha connotato la politica del centro-destra. Una
prova decisiva di questa tendenza è rappresentata dall’allontanamento,
sempre più marcato, dalla vita politica e sociale di soggetti che ne erano
stati protagonisti, come le donne. Ma il problema c’è stato e c’è anche per
il mondo del lavoro. Allargare, quindi, gli spazi di partecipazione per
rendere più forte la democrazia.
1.1 Occorre riattualizzare tutti i canali che
hanno consentito, anni addietro, una grande e proficua stagione di
partecipazione democratica, a livello istituzionale, politico e sociale.
Bisogna intanto colmare il deficit di democrazia e di rappresentanza
determinato dall’assenza delle donne, ai vari livelli politici, sociali e
istituzionali del paese. E’ necessario invertire una tendenza, nient’affatto
intrinseca alle riforme istituzionali ed elettorali decise per il sistema
delle Regioni e delle autonomie locali. L’elezione diretta dei sindaci, dei
presidenti di Regioni e Province non determina, infatti, in sé una caduta di
partecipazione. In tutti i casi occorre battersi contro ogni insorgere di
problemi di questa natura – ridando in particolare ruolo e funzione alle
assemblee elettive – e sviluppare iniziative che consentano a ogni cittadino
e a ogni cittadina di concorrere da protagonista ai processi decisionali.
Allo stesso modo occorre riaprire canali di partecipazione effettiva
dell’utenza nei grandi sistemi pubblici – sanità, scuola e politiche
sociali, innanzitutto – attraverso le loro associazioni di rappresentanza.
Così come il terzo settore – per il quale si conferma la necessità, prevista
anche nella recente intesa Cgil Cisl Uil e Forum del terzo settore, di
garantire ai lavoratori che vi operano diritti e piena applicazione dei
contratti di lavoro –, innanzitutto nella sua componente di volontariato,
deve effettivamente rappresentare esso stesso uno strumento della
partecipazione democratica, in particolare alla progettazione della politica
sociale. Ma non vi può essere partecipazione diffusa se non si realizzano
condizioni che ne favoriscano lo sviluppo anche nei partiti. C’è bisogno che
i nuovi partiti, nati negli ultimi quindici anni e che hanno cambiato
radicalmente la fisionomia delle vecchie forme di rappresentanza, siano
luoghi di rappresentanza dei cittadini e delle cittadine e di promozione di
idee, culture e valori, a partire dalla riaffermazione di una nuova
centralità del lavoro.
1.2 Più partecipazione deve significare anche
più contrattazione e quindi più sindacato. C’è bisogno di consolidare,
estendere e qualificare la contrattazione. C’e bisogno, in sostanza, anche
in questo caso, d’invertire una tendenza di questi ultimi anni, in
particolare relativamente agli orientamenti del governo centrale e di quelli
regionali e del sistema delle autonomie che lo hanno imitato. Occorre,
perciò, più contrattazione territoriale e sociale in grado non solo di
meglio tutelare e difendere le condizioni di vita e di reddito delle
lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, ma anche di
incidere sugli assetti economici, sociali, ambientali e di potere di un
territorio. E’ in questo modo che si completa il già citato quadro di
partecipazione e di protagonismo nell’assetto dei grandi sistemi pubblici.
Allo stesso modo c’è bisogno anche di relazioni sindacali strutturate –
entro le quali ricondurre anche la legge 146/90 e i suoi interventi
correttivi allo stretto ambito dei servizi essenziali e superando la logica
dell’iter di regolamentazione – e improntate a un’effettiva volontà di
considerare il sindacato un elemento essenziale e imprescindibile della
dialettica impresa-lavoro.
A tali relazioni sindacali va ricondotta anche
la legge 146/90 (e le sue successive modifiche), con l'obiettivo di
circoscriverne l'applicazione ai soli servizi essenziali, e quindi
unicamente alle attività strettamente connesse alla loro erogazione. La
casistica di applicazione e la durata degli intervalli minimi tra scioperi,
la previsione dei termini di preavviso e delle procedure di raffreddamento e
conciliazione, che non devono essere meri espedienti per allungare i tempi
di proclamazione dello sciopero, la definizione delle prestazioni
indispensabili e dei presidi necessari, la possibilità di azioni di lotta
diversificate nell'ambito della stessa vertenza sono materie non definibili
in astratto, ma devono essere appropriate alle tipicità di ciascun settore
interessato, affinché sempre sia assicurato l'equilibrio tra la tutela dei
diritti costituzionali degli utenti e l'efficacia del diritto di sciopero.
Devono pertanto essere le parti sociali in
ciascun settore a definire per via negoziale la regole più appropriate da
questo punto di vista, riconoscendo alla Commissione di garanzia il ruolo di
validazione, vigilanza e controllo e non quello di regolatore della materia.
Modifiche che accolgano le esigenze suddette,
insieme con altre che adeguino le sanzioni verso le imprese, nei casi
previsti, che limitino la durata delle regolamentazioni provvisorie, vanno
apportate alla legge 146, che con le sue eccessive rigidità e
semplificazioni ha reso problematico l'esercizio efficace dello sciopero
1.3 Nei luoghi di lavoro la democrazia e la
partecipazione rappresentano l’asse strategico per definire nuovi assetti di
potere. Se l’imperativo oggi è la valorizzazione del lavoro; se rimane di
prima grandezza l’obiettivo di accrescere il potere dei lavoratori nei
luoghi della produzione e negli uffici; se libertà e uguaglianza passano
anche dalla conquista del diritto alla formazione permanente e alla piena
accessibilità da parte dei lavoratori ai processi formativi acquisitivi di
nuovi saperi; se la disarticolazione del mercato del lavoro ci consegna una
battaglia per nuovi diritti e tutele, è vitale, innanzitutto, affermare il
valore della democrazia e allargarne progressivamente gli spazi. Allo stesso
modo occorre operare su tre fronti assolutamente distinti:
a)
estendere la contrattazione ben
oltre i confini finora definiti;
b)
completare l’elezione dei
Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e di quelli territoriali;
c)
generalizzare le Rappresentanze
sindacali unitarie, anche tramite l’elezione nelle aziende fino a 15
dipendenti di RSU interaziendali di filiera, mutualizzando le ore di
permesso tra le aziende di riferimento che hanno formato il collegio
elettorale al fine di renderne più forte e qualificato l’esercizio del
potere contrattuale e la rappresentanza, anche attraverso l’acquisizione
delle necessarie competenze sociali per intercettare la condizione di
disagio sempre più diffusa fra i lavoratori. Infine occorre conquistare
nuove forme di partecipazione che definiscano un’effettiva democrazia
industriale, in grado di affermare diritti certi ed esigibili, innanzitutto,
d’informazione sulle strategie di impresa.
1.4 Il tema della partecipazione democratica
dei lavoratori rappresenta una priorità di prima grandezza. La democrazia
sindacale è condizione per una rappresentanza e rappresentatività del
sindacato più forte, limpida e misurabile. In questi anni la ricerca delle
forme per una democrazia compiuta ha molto impegnato le categorie e la
confederazione. In generale, si sono trovate soluzioni che hanno
positivamente spostato più in avanti la stessa riflessione unitaria.
In questo quadro, emblematica e assai
importante è stato il percorso della legge per il pubblico impiego, in
particolare relativamente a tre aspetti: si è resa certa e quantificabile la
rappresentatività del sindacato; si sono garantite modalità di validazione
dei contratti per quanto riguarda i requisiti di rappresentatività delle
organizzazioni firmatarie e per questo via si sono impediti accordi
separati; si è consentito che milioni di lavoratori potessero votare per
eleggere, in migliaia di posti di lavoro pubblici, le proprie Rappresentanze
Sindacali Unitarie. La stessa tenuta unitaria complessiva nelle categorie
del pubblico impiego ne è uscita arricchita e ha consentito, anche in
momenti difficili, di garantire la contrattazione in tutti i comparti della
pubblica amministrazione.
Le categorie del privato hanno anch’esse
costruito modalità che hanno reso via via più forte e partecipato il
protagonismo dei lavoratori. Da ultimo, l’intesa tra Fim, Fiom e Uilm sulle
regole rappresenta un contributo assai importante.
L’iniziativa della Cgil deve, quindi,
orientarsi con determinazione verso due sbocchi positivi, per dare risposta
anche ai troppi lavoratori ancora senza rappresentanza, esposti a rischi di
precarietà, assenza di diritti e licenziamento ingiustificato.
Il primo sbocco è concludere con Cisl e Uil
un’intesa endosindcale. Essa deve portare a sintesi confederalmente le
diverse e positive esperienze maturate in questi anni e rendere
universalmente esigibile la soluzione che si troverà. Particolare attenzione
andrà posta ai seguenti punti:
1. generalizzazione delle Rappresentanze
Sindacali Unitarie garantendo l’estensione del diritto di voto a tutti i
lavoratori del settore, che prescinda dalla tipologia del rapporto di lavoro
e superi la riserva del terzo a favore delle organizzazioni sindacali,
confermando le modalità del voto segreto;
2. ampliamento dei poteri delle Rappresentanze
Sindacali Unitarie, anche in ordine ai processi di validazione delle
piattaforme e degli accordi relativi ai CCNL, e automatico rinnovo delle
Rappresentanze Sindacali Unitarie stesse alla scadenze del periodo
concordato;
3. forme certe della validazione di tutti gli
accordi e dei contratti ad opera delle lavoratrici e dei lavoratori.
In questo ambito, andranno anche definite
modalità e forme per il ricorso allo strumento referendario.
Il secondo sbocco è realizzare, nella prossima
legislatura, una rivendicazione che ormai da anni la Cgil persegue circa la
necessità di una legislazione della democrazia sindacale.
Lo stesso accordo endosindacale renderà più
facile questo sbocco.
Infine l’estendersi e il consolidarsi della
contrattazione sociale sul territorio impongono di definire forme di
validazione democratica delle piattaforme rivendicative e delle intese che
si determinano sul territorio stesso.
2. Più partecipazione e più politica per il
sindacato significano necessariamente anche più confederalità. La profondità
della crisi e le grandi trasformazioni degli assetti produttivi nel mercato
del lavoro, in generale nell’economia e nella società, rimandano, infatti, a
un nuovo grande problema di riunificazione del mondo del lavoro. Si
riproducono, cioè, condizioni che la Cgil ha già affrontato nel passato,
ponendosi, anche allora, esattamente lo stesso obiettivo – l’unificazione
del mondo del lavoro – che ci prefiggiamo oggi. Rappresentare e difendere
gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei
pensionati, nelle condizioni attuali, significa perciò innanzitutto darsi
strategie, obiettivi e pratiche rivendicative che ricompongano un quadro di
unità di ciò che il neo-liberismo intende frantumare. E ciò è possibile solo
rendendo ancor più forte l’idea di confederalità che rappresenta la
caratteristica principale della storia e della cultura del sindacalismo
italiano.
2.1 Un’idea alta di confederalità s’invera
dentro una progettualità che ne definisca con precisione l’identità e la
proposta politica. La scelta di caratterizzarci come sindacato di programma,
definita al XII Congresso, mantiene inalterata la sua attualità; anzi, dalla
crisi del paese trae ancor più forza. E, allo stesso modo, la centralità dei
diritti decisa dall’ultimo Congresso, rappresenta l’orizzonte valoriale
entro il quale praticare oggi politiche per l’unificazione del mondo del
lavoro.
2.2 Tale progettualità rappresenta, altresì,
condizione per l’autonomia del sindacato. Le ragioni dell’autonomia
affondano certamente nella storia della Cgil e non solo; così come la sua
difesa, nelle varie fasi storiche, ha poggiato su diverse motivazioni; è
stata garantita dall’impegno personale delle compagne e dei compagni che ne
hanno portato la responsabilità, ma oggi, accanto a tutto ciò, prevale
certamente l’aspetto della progettualità intesa come idea generale di
società e proposta politica concreta per realizzarla. In questo senso va
assunta come vincolo essenziale. E questo, soprattutto, in presenza
dell’evolversi del sistema politico italiano. Il formarsi di schieramenti
politico-programmatici fra loro alternativi rende, infatti, ancor più
indispensabile la definizione di un progetto sindacale con il quale
interloquire – pena l’essere esposti, in particolare agli occhi di chi
rappresentiamo, a rischi oggettivi di subalternità – per verificarne la
vicinanza o la distanza dai programmi degli schieramenti. Nessuna
indifferenza, di conseguenza, ma autonomia piena. Naturalmente la
definizione di un tale progetto non riguarda solo la Cgil. Anzi, in questo
senso, la ricerca unitaria di convergenze su obiettivi programmatici
rappresenta un punto essenziale per difendere con più efficacia l’identità
del sindacalismo italiano di soggetto sociale, di natura confederale,
pienamente autonomo.
2.3 La stessa unità sindacale non può
prescindere dalla costruzione di un progetto comune. Lo stesso
insopprimibile pluralismo esistente fra le Confederazioni – e che poggia su
ragioni eminentemente sindacali, relative, tra l’altro, a come storicamente
ciascuna ha inteso l’esercizio della funzione sindacale – se non si misura
con questa ricerca comune, anziché rappresentare – come effettivamente
rappresenta – una ricchezza, rischia di costituire un ostacolo
insormontabile. Per questo avanziamo a Cisl e Uil la proposta di lavorare
assieme alla definizione di una Carta programmatica dei valori del sindacato
confederale. Valori che, nel caso dell’assoluto rispetto del pluralismo e
della gelosa difesa dell’autonomia, sono comuni da tempo, anche se declinati
in modo diverso all’interno di ogni organizzazione. La Carta programmatica
pare a noi un modo serio – che non rimuove problemi, difficoltà, rotture di
questi anni, per la cui soluzione o ricomposizione non vi è alternativa se
non nella ricerca convinta di una necessaria, limpida e democratica pratica
di mediazione – per non rassegnarsi a un’idea di divisione.
TESI 9 ALTERNATIVA (Patta)
PER
RILANCIARE I VALORI DELLA CONFEDERALITA’, L’AUTONOMIA E L’UNITA’
1. La società italiana ha bisogno di più
partecipazione. Occorre, perciò, invertire il trend di questi ultimi anni,
contrassegnato da una progressiva e costante riduzione degli spazi di
partecipazione, conseguenza, anche, dell’avanzare di quell’idea di
democrazia plebiscitaria che ha connotato la politica del centro-destra. Una
prova decisiva di questa tendenza è rappresentata dall’allontanamento,
sempre più marcato, dalla vita politica e sociale di soggetti che ne erano
stati protagonisti, come le donne. Ma il problema c’è stato e c’è anche per
il mondo del lavoro. Allargare, quindi, gli spazi di partecipazione per
rendere più forte la democrazia.
1.1 Occorre riattualizzare tutti i canali che
hanno consentito, anni addietro, una grande e proficua stagione di
partecipazione democratica, a livello istituzionale, politico e sociale.
Bisogna intanto colmare il deficit di democrazia e di rappresentanza
determinato dall’assenza delle donne, ai vari livelli politici, sociali e
istituzionali del paese. E’ necessario invertire una tendenza, nient’affatto
intrinseca alle riforme istituzionali ed elettorali decise per il sistema
delle Regioni e delle autonomie locali. L’elezione diretta dei sindaci, dei
presidenti di Regioni e Province non determina, infatti, in sé una caduta di
partecipazione. In tutti i casi occorre battersi contro ogni insorgere di
problemi di questa natura – ridando in particolare ruolo e funzione alle
assemblee elettive – e sviluppare iniziative che consentano a ogni cittadino
e a ogni cittadina di concorrere da protagonista ai processi decisionali.
Allo stesso modo occorre riaprire canali di partecipazione effettiva
dell’utenza nei grandi sistemi pubblici – sanità, scuola e politiche
sociali, innanzitutto – attraverso le loro associazioni di rappresentanza.
Così come il terzo settore – per il quale si conferma la necessità, prevista
anche nella recente intesa Cgil Cisl Uil e Forum del terzo settore, di
garantire ai lavoratori che vi operano diritti e piena applicazione dei
contratti di lavoro –, innanzitutto nella sua componente di volontariato,
deve effettivamente rappresentare esso stesso uno strumento della
partecipazione democratica, in particolare alla progettazione della politica
sociale. Ma non vi può essere partecipazione diffusa se non si realizzano
condizioni che ne favoriscano lo sviluppo anche nei partiti. C’è bisogno che
i nuovi partiti, nati negli ultimi quindici anni e che hanno cambiato
radicalmente la fisionomia delle vecchie forme di rappresentanza, siano
luoghi di rappresentanza dei cittadini e delle cittadine e di promozione di
idee, culture e valori, a partire dalla riaffermazione di una nuova
centralità del lavoro.
1.2 Più partecipazione deve significare anche
più contrattazione e quindi più sindacato. C’è bisogno di consolidare,
estendere e qualificare la contrattazione. C’e bisogno, in sostanza, anche
in questo caso, d’invertire una tendenza di questi ultimi anni, in
particolare relativamente agli orientamenti del governo centrale e di quelli
regionali e del sistema delle autonomie che lo hanno imitato. Occorre,
perciò, più contrattazione territoriale e sociale in grado non solo di
meglio tutelare e difendere le condizioni di vita e di reddito delle
lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, ma anche di
incidere sugli assetti economici, sociali, ambientali e di potere di un
territorio. E’ in questo modo che si completa il già citato quadro di
partecipazione e di protagonismo nell’assetto dei grandi sistemi pubblici.
Allo stesso modo c’è bisogno anche di relazioni sindacali strutturate –
entro le quali ricondurre anche la legge 146/90 e i suoi interventi
correttivi allo stretto ambito dei servizi essenziali e superando la logica
dell’iter regolamentazione – e improntate a una effettiva volontà di
considerare il sindacato un elemento essenziale e imprescindibile della
dialettica impresa-lavoro.
1.3 Nei luoghi di lavoro la democrazia e la
partecipazione rappresentano l’asse strategico per definire nuovi assetti di
potere. Se l’imperativo oggi è la valorizzazione del lavoro; se rimane di
prima grandezza l’obiettivo di accrescere il potere dei lavoratori nei
luoghi della produzione e negli uffici; se libertà e uguaglianza passano
anche dalla conquista del diritto alla formazione permanente e alla piena
accessibilità da parte dei lavoratori ai processi formativi acquisitivi di
nuovi saperi; se la disarticolazione del mercato del lavoro ci consegna una
battaglia per nuovi diritti e tutele, è vitale, innanzitutto, affermare il
valore della democrazia e allargarne progressivamente gli spazi. Allo stesso
modo occorre operare su tre fronti assolutamente distinti: estendere la
contrattazione ben oltre i confini finora definiti; completare l’elezione
dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e di quelli territoriali,
e generalizzare le Rappresentanze sindacali unitarie e renderne più forte e
qualificato l’esercizio del potere contrattuale e la rappresentanza, anche
attraverso l’acquisizione delle necessarie competenze sociali per
intercettare la condizione di disagio sempre più diffusa fra i lavoratori;
conquistare nuove forme di partecipazione che definiscano un’effettiva
democrazia industriale, in grado di affermare diritti certi ed esigibili,
innanzitutto, d’informazione sulle strategie di impresa.
1.4 Diritti nel lavoro e democrazia sindacale
sono sempre stati elemento determinante della qualità della democrazia del
nostro paese. Con la conquista dello Statuto dei lavoratori e con la
successiva battaglia per la sua applicazione, diritti e democrazia
riuscirono a varcare i cancelli dei luoghi di lavoro. L'affermarsi dei
diritti sindacali nei luoghi di lavoro contribuì a dare vita a un’importante
stagione di democrazia, partecipazione e diritti sociali nel paese.
Anche oggi si pone l'esigenza, non più
rinviabile, di dare certezza alle lavoratrici e ai lavoratori, di poter
contare e decidere sulle proprie condizioni.
Un eventuale accordo tra sindacati non può
essere sostitutivo di una normativa legislativa, che ha la caratteristica di
essere comunque esigibile dai lavoratori e dalle lavoratrici, anche nel caso
di dispareri tra le organizzazioni sindacali. Per queste ragioni la Cgil
riconferma la necessità di una legge su rappresentanza, rappresentatività e
democrazia sindacale e perseguirà in ogni caso tale obiettivo. E’ altresì
necessario per i lavoratori e le lavoratrici dei servizi a rilevanza
pubblica garantire l’effettivo diritto all’esercizio dello sciopero,
riconducendo la legge 146/90 e i suoi decreti attuativi unilaterali che lo
hanno limitato pesantemente, nell’ambito dei veri servizi essenziali.
La Cgil intende ricercare con Cisl e Uil un
accordo sui contenuti della legge, come già avvenuto per il pubblico
impiego, che rappresenterebbe la condizione migliore per il suo ottenimento.
Tale accordo ha lo scopo di realizzare un
sostanziale avanzamento nella costruzione di un processo unitario,
democratico e partecipativo, per l'affermazione della parità dei diritti e
delle garanzie democratiche per i lavoratori e le loro associazioni e per la
verifica della rappresentatività e della piena titolarità alla
rappresentanza.
La Cgil avanza pertanto le seguenti proposte,
da realizzare in parte per via legislativa e in parte per accordo tra
organizzazioni sindacali.
1. Generalizzazione dell'elezione delle Rsu
(Rappresentanze sindacali unitarie) in tutti i luoghi di lavoro e
contestuale certificazione degli eletti, superando il concetto delle quote
riservate ai delegati nominati dalle organizzazioni sindacali. Rsu elette
con voto libero, segreto e con sistema proporzionale, garantendo un’adeguata
presenza di genere, dotate di poteri certi di contrattazione in ambito
aziendale e territoriale.
2. Deve essere assunta la prassi di eleggere
delegazioni trattanti certificate composte da Rsu titolate a condurre con le
organizzazioni sindacali la contrattazione e alle quali viene riconosciuto
il diritto di voto sui risultati conseguiti prima che essi siano sottoposti
all'insieme delle lavoratrici e lavoratori, nonché il diritto alla
circolazione di eventuali posizioni differenti.
3. L’insieme dei delegati e delle delegate
eletti/e nelle Rsu e regolarmente certificati esprimono con voto la propria
valutazione di merito, rispetto a piattaforme e ipotesi di accordo. Tale
valutazione, unitamente a quella delle organizzazioni sindacali, viene
consegnata alle assemblee dei lavoratori.
4. Le piattaforme e le ipotesi d’accordo
devono essere presentate in tutti i luoghi di lavoro, discusse e votate in
modo certificato dai lavoratori e dalle lavoratrici in assemblea per la loro
convalida. L'esito del voto è vincolante per le organizzazioni sindacali.
5. Le organizzazioni sindacali sono tenute a
indire la consultazione referendaria a scrutinio segreto fra tutti
lavoratori e lavoratrici qualora essa sia richiesta da una percentuale
minima di lavoratrici e lavoratori (che potrà variare da settore a settore)
oppure da una percentuale minima di delegati e delegate eletti e
regolarmente certificati. La consultazione referendaria sarà indetta anche
qualora ne facesse richiesta una delle organizzazioni sindacali
rappresentative.
E’
altresì necessario realizzare una validazione democratica delle piattaforme
rivendicative e degli accordi raggiunti nella contrattazione sociale
territoriale.
La Cgil, in ogni caso, fino alla conquista
della legge, considererà vincolanti e applicherà questi principi nell'ambito
dei propri iscritti, rendendo cogente quanto già previsto dal proprio
Statuto.
Democrazia e rappresentanza sindacale debbono
essere diritti di tutti i lavoratori e lavoratrici del paese: per questo è
necessario estenderli anche nelle imprese sotto i 16 dipendenti, alle quali
va esteso l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
2. Più partecipazione e più politica per il
sindacato significano necessariamente anche più confederalità. La profondità
della crisi e le grandi trasformazioni degli assetti produttivi nel mercato
del lavoro, in generale nell’economia e nella società, rimandano, infatti, a
un nuovo grande problema di riunificazione del mondo del lavoro. Si
riproducono, cioè, condizioni che la Cgil ha già affrontato nel passato,
ponendosi, anche allora, esattamente lo stesso obiettivo – l’unificazione
del mondo del lavoro – che ci prefiggiamo oggi. Rappresentare e difendere
gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei
pensionati, nelle condizioni attuali, significa perciò innanzitutto darsi
strategie, obiettivi e pratiche rivendicative che ricompongano un quadro di
unità di ciò che il neo-liberismo intende frantumare. E ciò è possibile solo
rendendo ancor più forte l’idea di confederalità che rappresenta la
caratteristica principale della storia e della cultura del sindacalismo
italiano.
2.1 Un’idea alta di confederalità s’invera
dentro una progettualità che ne definisca con precisione l’identità e la
proposta politica. La scelta di caratterizzarci come sindacato di programma,
definita al XII Congresso, mantiene inalterata la sua attualità; anzi, dalla
crisi del paese trae ancor più forza. E, allo stesso modo, la centralità dei
diritti decisa dall’ultimo Congresso, rappresenta l’orizzonte valoriale
entro il quale praticare oggi politiche per l’unificazione del mondo del
lavoro.
2.2 Tale progettualità rappresenta, altresì,
condizione per l’autonomia del sindacato. Le ragioni dell’autonomia
affondano certamente nella storia della Cgil e non solo; così come la sua
difesa, nelle varie fasi storiche, ha poggiato su diverse motivazioni; è
stata garantita dall’impegno personale delle compagne e dei compagni che ne
hanno portato la responsabilità, ma oggi, accanto a tutto ciò, prevale
certamente l’aspetto della progettualità intesa come idea generale di
società e proposta politica concreta per realizzarla. In questo senso va
assunta come vincolo essenziale. E questo, soprattutto, in presenza
dell’evolversi del sistema politico italiano. Il formarsi di schieramenti
politico-programmatici fra loro alternativi rende, infatti, ancor più
indispensabile la definizione di un progetto sindacale con il quale
interloquire – pena l’essere esposti, in particolare agli occhi di chi
rappresentiamo, a rischi oggettivi di subalternità – per verificarne la
vicinanza o la distanza dai programmi degli schieramenti. Nessuna
indifferenza, di conseguenza, ma autonomia piena. Naturalmente la
definizione di un tale progetto non riguarda solo la Cgil. Anzi, in questo
senso, la ricerca unitaria di convergenze su obiettivi programmatici
rappresenta un punto essenziale per difendere con più efficacia l’identità
del sindacalismo italiano di soggetto sociale, di natura confederale,
pienamente autonomo.
2.3 La stessa unità sindacale non può
prescindere dalla costruzione di un progetto comune. Lo stesso
insopprimibile pluralismo esistente fra le Confederazioni – e che poggia su
ragioni eminentemente sindacali, relative, tra l’altro, a come storicamente
ciascuna ha inteso l’esercizio della funzione sindacale – se non si misura
con questa ricerca comune, anziché rappresentare – come effettivamente
rappresenta – una ricchezza, rischia di costituire un ostacolo
insormontabile. Per questo avanziamo a Cisl e Uil la proposta di lavorare
assieme alla definizione di una Carta programmatica dei valori del sindacato
confederale. Valori che, nel caso dell’assoluto rispetto del pluralismo e
della gelosa difesa dell’autonomia, sono comuni da tempo, anche se declinati
in modo diverso all’interno di ogni organizzazione. La Carta programmatica
pare a noi un modo serio – che non rimuove problemi, difficoltà, rotture di
questi anni, per la cui soluzione o ricomposizione non vi è alternativa se
non nella ricerca convinta di una necessaria, limpida e democratica pratica
di mediazione – per non rassegnarsi a un’idea di divisione.
TESI 9
ALTERNATIVA (Rinaldini)
LA PARTECIPAZIONE
QUALE ASSE STRATEGICO PER RIPROGETTARE IL PAESE E I VALORI DELLA
CONFEDERALITA’, DELL’AUTONOMIA, DELL’UNITA’
1. La società italiana ha bisogno di più
partecipazione. Occorre, perciò, invertire il trend di questi ultimi anni
contrassegnato da una progressiva e costante riduzione degli spazi di
partecipazione, conseguenza, anche, dell’avanzare di quell’idea di
democrazia plebiscitaria che ha connotato la politica del centro-destra. Una
prova decisiva di questa tendenza è rappresentata dall’allontanamento,
sempre più marcato, dalla vita politica e sociale di soggetti che ne erano
stati protagonisti, come le donne. Il problema è di assoluta evidenza per il
mondo del lavoro. La scelta perseguita nel corso di questi anni della
precarizzazione e individualizzazione dei rapporti di lavoro, la
scomposizione del ciclo lavorativo e l’offensiva nei riguardi della
contrattazione collettiva, sono parte integrante e determinante di questo
processo. Estendere, quindi, gli spazi di partecipazione per rendere più
forte la democrazia, vuole dire anche abrogare e sostituire l’attuale
legislazione sul lavoro.
1.1. Occorre riattualizzare tutti i canali che
hanno consentito anni addietro una grande e proficua stagione di
partecipazione democratica, a livello istituzionale, politico e sociale.
Bisogna intanto colmare il deficit di democrazia e rappresentanza
determinato dall’assenza delle donne, ai vari livelli politici, sociali e
istituzionali del paese. È necessario invertire una tendenza. L’elezione
diretta dei sindaci, dei presidenti di Regioni e Province non determina in
sé una caduta di partecipazione. In tutti i casi occorre battersi contro
ogni insorgere di problemi di questa natura – ridando in particolare ruolo e
funzione alle assemblee elettive – e sviluppare iniziative che consentano a
ogni cittadino e a ogni cittadina di concorrere da protagonista ai processi
decisionali. Allo stesso modo occorre riaprire canali di partecipazione
effettiva dell’utenza nei grandi sistemi pubblici – sanità, scuola e
politiche sociali, innanzitutto – attraverso le loro associazioni di
rappresentanza. Così come il terzo settore – per il quale si conferma la
necessità, prevista anche nella recente intesa Cgil Cisl Uil e Forum del
terzo settore, di garantire ai lavoratori che vi operano diritti e piena
applicazione dei contratti di lavoro – innanzitutto nella sua componente di
volontariato, deve effettivamente rappresentare esso stesso uno strumento
della partecipazione democratica, in particolare alla progettazione della
politica sociale. Ma non vi può essere partecipazione diffusa se non si
realizzano condizioni che ne favoriscano lo sviluppo anche nei partiti. C’è
bisogno che i nuovi partiti, nati negli ultimi quindici anni e che hanno
cambiato radicalmente la fisionomia delle vecchie forme di rappresentanza,
siano luoghi di rappresentanza dei cittadini e delle cittadine e di
promozione d’idee, culture e valori, a partire dalla riaffermazione di una
nuova centralità del lavoro. Anche nel corso di questi anni si è accentuata
la distanza tra la politica e le dinamiche che coinvolgono il lavoro,
contribuendo a determinare la percezione d’isolamento delle lavoratrici, dei
lavoratori e degli strati sociali più deboli.
1.2. Più partecipazione deve significare anche
più contrattazione e quindi più sindacato. C’è bisogno di consolidarla,
estenderla e qualificarla. C’è bisogno, in sostanza, anche in questo caso,
di invertire una tendenza di questi ultimi anni, in particolare
relativamente agli orientamenti del governo centrale e di quelli regionali e
del sistema delle autonomie che lo hanno imitato. Occorre, perciò, più
contrattazione territoriale e sociale in grado non solo di meglio tutelare e
difendere le condizioni di vita e di reddito delle lavoratrici e dei
lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, ma anche di incidere sugli
assetti economici, sociali, ambientali e di potere di un territorio. È in
questo modo che si completa il già citato quadro di partecipazione e di
protagonismo nell’assetto dei grandi sistemi pubblici. Allo stesso modo c’è
bisogno anche di relazioni sindacali strutturate – entro le quali ricondurre
anche la legge 146/90 e i suoi interventi correttivi allo stretto ambito dei
servizi essenziali, superando la logica dell’iter di regolamentazione – e
improntate a un’effettiva volontà di considerare il sindacato un elemento
essenziale e imprescindibile della dialettica impresa-lavoro.
1.3. Nei luoghi di lavoro la democrazia e la
partecipazione rappresentano l’asse strategico per definire nuovi assetti di
potere. Se l’imperativo oggi è la valorizzazione del lavoro, se rimane di
prima grandezza l’obiettivo di accrescere il potere dei lavoratori nei
luoghi della produzione e negli uffici, se libertà e uguaglianza passano
anche dalla conquista del diritto alla formazione permanente e alla piena
accessibilità dei lavoratori ai processi formativi acquisitivi di nuovi
saperi, se la disarticolazione del mercato del lavoro ci consegna una
battaglia per nuovi diritti e tutele, è vitale, innanzitutto, affermare il
valore della democrazia e allargarne progressivamente gli spazi. Sullo
stesso terreno della democrazia sindacale e cioè del rapporto tra le
organizzazioni sindacali i lavoratori e le lavoratrici l’esperienza di
questi anni ci consegna il problema irrisolto. Le forme e le modalità di
approvazione delle piattaforme e degli accordi a livello confederale e di
categoria sono state diverse, consegnandoci la fotografia di molteplici
procedure democratiche a disposizione dei gruppi dirigenti e dei mutevoli
rapporti tra le organizzazioni sindacali. Ciò è avvenuto anche a fronte dei
momenti più alti di espressione della democrazia sindacale come è stato il
referendum sulla riforma delle pensioni promosso da Cgil, Cisl, Uil nel
1995. Il problema non è più eludibile. La Cgil ritiene necessario esprimere
una propria posizione su aspetti fondamentali quali il rapporto tra validità
erga omnes dei contratti e sindacato come libera associazione, tra
legislazione e democrazia sindacale come peraltro hanno fatto le altre
organizzazione sindacali. Per la Cgil la validazione delle piattaforme e
degli accordi attraverso il voto referendario di tutte le lavoratrici e di
tutti i lavoratori rappresenta una scelta strategica. Per questo la Cgil
sostiene la necessità di una legislazione che affermi l’elezione dei
rappresentanti sindacali aziendali su base proporzionale e la validazione di
piattaforme e accordi come un diritto democratico delle lavoratrici e dei
lavoratori. Per la Cgil questo costituisce a tutti i livelli un vincolo
della propria pratica contrattuale. Le regole legislative oggi vigenti nel
pubblico impiego costituiscono da questo punto di vista un importante
riferimento, che va completato con lo strumento del referendum.
1.4. In questo contesto è necessario definire
con le altre organizzazioni sindacali forme e modalità di un percorso
democratico unitario. Ciò avrebbe un valore unitario evidente e
rappresenterebbe un riferimento assolutamente significativo per l’iniziativa
legislativa.
Un percorso democratico che definisca un
quadro di regole certe ed esigibili, che consentano la periodicità triennale
delle elezioni delle Rsu su base proporzionale e la certificazione della
rappresentatività delle organizzazioni sindacali.
Un percorso democratico su piattaforme e
accordi, che valorizzi il ruolo delle Rsu o di un’assemblea nazionale dei
delegati eletti su base proporzionale contemporaneamente al voto sulla
piattaforma, assegnando loro la responsabilità di seguire la trattativa
nelle sue diverse fasi e di esprimere la valutazione sull’ipotesi
conclusiva. Tale percorso deve esser comprensivo della validazione finale da
parte di tutti i lavoratori e lavoratrici con il voto referendario.
2. Più partecipazione e più politica per il
sindacato significa necessariamente anche più confederalità. La profondità
della crisi e le grandi trasformazioni degli assetti produttivi nel mercato
del lavoro, in generale nell’economia e nella società, rimandano, infatti, a
un nuovo grande problema di riunificazione del mondo del lavoro. Si
riproducono, cioè, condizioni che la Cgil ha già affrontato nel passato,
ponendosi, anche allora, esattamente lo stesso obiettivo – l’unificazione
del mondo del lavoro – che ci prefiggiamo oggi. Rappresentare e difendere
gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei
pensionati, nelle condizioni attuali, significa perciò innanzitutto darsi
strategie, obiettivi e pratiche rivendicative che ricompongano in un quadro
di unità ciò che il neoliberismo intende frantumare. E ciò è possibile solo
rendendo ancor più forte l’idea di confederalità che rappresenta la
caratteristica principale della storia e della cultura del sindacalismo
italiano.
2.1. Un’idea alta di confederalità s’invera
dentro una progettualità che ne definisca con precisione l’identità e la
proposta politica. La scelta di caratterizzarci come sindacato di programma
come definita nel XII Congresso mantiene inalterata la sua attualità; anzi,
dalla crisi del paese essa trae ancor più forza. E, allo stesso modo, il
significato strategico della centralità dei diritti decisa dall’ultimo
Congresso, rappresenta l’orizzonte valoriale entro il quale praticare oggi
politiche per l’unificazione del mondo del lavoro.
2.2. Tale progettualità rappresenta, altresì,
condizione per l’autonomia del sindacato. Le ragioni dell’autonomia
affondano le proprie radici nella storia della Cgil e non solo; così come la
sua difesa, nelle varie fasi storiche, ha poggiato su diverse motivazioni; è
stata garantita dall’impegno personale delle compagne e dei compagni che ne
hanno portato la responsabilità, ma oggi, accanto a tutto ciò, prevale
certamente l’aspetto della progettualità intesa come idea generale di
società e proposta politica concreta per realizzarla. In questo senso va
assunta come vincolo essenziale. E questo, soprattutto, in presenza
dell’evolversi del sistema politico italiano. Il formarsi di schieramenti
politico-programmatici fra loro alternativi rende, infatti, ancor più
indispensabile la definizione di un progetto sindacale col quale
interloquire – pena l’essere esposti, in particolare agli occhi di chi
rappresentiamo, a rischi oggettivi di subalternità – per verificarne la
vicinanza o la distanza dai programmi dei diversi schieramenti politici.
Nessuna indifferenza, di conseguenza, ma autonomia piena. Progettualità e
democrazia sono alla base della scelta dell’autonomia come indipendenza
politica e culturale. Questo comporta in primo luogo il riconoscimento di un
punto di vista del lavoro diverso da quello dell’impresa e del mercato.
Parimenti nel rapporto con il potere politico il sindacato può avere governi
avversari, ove l’esecutivo – come ha fatto il governo di centro-destra –
vari una legislazione che riduca i diritti del lavoro e pratichi la rottura
dell’unità sindacale, ma non può avere governi amici a cui delegare le
proprie funzioni.
Naturalmente la definizione di un tale
progetto non riguarda solo la Cgil. Anzi, in questo senso, la ricerca
unitaria di convergenze su obiettivi programmatici rappresenta un punto
essenziale per difendere con più efficacia l’identità del sindacalismo
italiano di soggetto sociale, di natura confederale, pienamente autonomo.
2.3. La stessa unità sindacale non può
prescindere dalla costruzione di un progetto comune. Lo stesso
insopprimibile pluralismo esistente fra le Confederazioni – e che poggia su
ragioni eminentemente sindacali, relative, tra l’altro, a come storicamente
ciascuna ha inteso l’esercizio della funzione sindacale – se non si misura
con questa ricerca comune, anziché rappresentare – come effettivamente è –
una ricchezza, rischia di costituire un ostacolo insormontabile. Per questo
avanziamo a Cisl e Uil la proposta di lavorare assieme alla definizione di
una Carta programmatica dei valori del sindacato confederale. Valori che,
nel caso dell’assoluto rispetto del pluralismo e della gelosa difesa
dell’autonomia, sono comuni da tempo, anche se declinati in modo diverso
all’interno di ogni organizzazione. La Carta programmatica pare a noi un
modo serio – che non rimuove problemi, difficoltà, rotture di questi anni,
per la cui soluzione o ricomposizione non vi è alternativa se non nella
ricerca convinta di una necessaria, limpida e democratica pratica di
mediazione – per non rassegnarsi a un’idea di divisione.
TESI 10
UNA CGIL DEMOCRATICA E RAPPRESENTATIVA
1. La Cgil in questi anni è cresciuta. E’
cresciuta numericamente; si è rafforzato il suo legame con le lavoratrici e
i lavoratori e le pensionate e i pensionati; si è esteso il suo peso
politico. Milioni di persone guardano a essa con fiducia. Il XV congresso,
forte di questi risultati, può con serenità e coraggio avviare una
riflessione seria su alcuni problemi e limiti che sono di fronte a noi – a
partire dallo sviluppo del proselitismo fra le lavoratrici e i lavoratori e
le pensionate e i pensionati – e una prima ricerca di soluzioni che i futuri
organismi dirigenti dovranno portare a compimento. Ciò presuppone la nostra
capacità di far vivere nella pratica sindacale quotidiana, nei luoghi di
lavoro e in tutte le sedi sindacali, il patrimonio di idee e valori che si
esprimono nei Congressi.
L’Assemblea Nazionale di Organizzazione, da
tenersi entro il prossimo biennio, rappresenterà la sede per affrontare
compiutamente l’insieme delle problematiche di politica organizzativa.
2. La riflessione congressuale deve
innanzitutto misurarsi col permanere di difficoltà a che l’organizzazione
possa compiutamente definirsi di donne e di uomini. Grandi passi avanti sono
stati compiuti, prima con la politica delle quote e poi con la definizione
della norma antidiscriminatoria. Ciò ha certamente consentito l’ingresso
delle donne negli organismi dirigenti ai vari livelli, ma non la loro
adeguata presenza negli esecutivi e, ancor meno, l’assunzione di
responsabilità generali. Sono questi un limite e una contraddizione,
assolutamente da superare, su quel cammino che valorizza la differenza come
l’architrave della nostra rappresentanza e democrazia.
3. La disarticolazione del mondo del lavoro, i
giganteschi processi di precarizzazione, la frammentazione dell’assetto
produttivo in piccole e piccolissime aziende, l’enorme numero di disoccupati
e di espulsi dal processo produttivo, la presenza massiccia di migranti,
pongono alla Cgil il tema della rappresentanza di queste lavoratrici e
lavoratori. La nostra struttura organizzativa è, infatti, ancora
sostanzialmente quella costruita negli anni del fordismo e del taylorismo,
scarsamente perciò incline a ridefinirsi in forme e modalità in grado di
intercettare il nuovo che emerge dalla reale composizione del mondo del
lavoro e degli assetti produttivi. In questo senso, pur confermando
l’articolazione secondo le matrici storiche – orizzontale e verticale –
nelle quali è strutturata la Confederazione, occorre, innanzitutto,
rideclinarle verso una più forte matrice a rete e realizzare un
riposizionamento strategico e funzionale in grado di corrispondere ai
processi di sviluppo ulteriore della rappresentatività della Cgil. Questa
forma organizzativa avrà bisogno di essere precisata e sperimentata,
definendo innanzitutto i confini e le relazioni che i singoli nodi della
stessa debbono essere in grado di generare, con l’obiettivo di rendere
maggiormente flessibili e adattabili le maglie di un modello organizzativo,
seppur all’interno della riaffermazione della sua organica unitarietà.
Aggregazioni di strutture preesistenti e
accorpamenti tra categorie – che comunque vanno decisi in ragione dello
sviluppo delle filiere produttive, tecnologiche, dell’affinità merceologica,
dell’indispensabile riduzione del numero dei contratti – rappresenteranno un
ulteriore elemento di adeguamento e d’innovazione del modello organizzativo.
Dall’analisi sulle modifiche intervenute nella struttura degli assetti
produttivi deriva una prima proposta relativa alla necessità/opportunità di
realizzare una integrazione fra le diverse strutture che insistono sulla
catena di formazione del valore. Gli accorpamenti di categorie andrebbero
realizzati seguendo una logica politica di ridisegno della struttura
contrattuale e della rappresentanza in grado di governare i processi in
atto.
In coerenza con gli obiettivi indicati di
ricomposizione del mondo del lavoro, la Cgil individua da subito la
necessità di adottare nell’ambito del proprio sistema di rappresentanza e
partecipazione democratica pratiche volte a ricostruire riunificazione e
solidarietà contrattuale tra lavoratori/lavoratrici. In tal senso in tutte
le situazioni di aziende o enti nelle quali vi sia presenza significativa di
fenomeni quali appalti, esternalizzazioni, frammentazioni societarie, lavoro
parasubordinato e forme simili, dovranno essere previste occasioni di
confronto congiunto tra RSU e RLS dell’azienda/ente capofila e
rappresentanze delle altre realtà, a scadenza periodica e comunque in
occasione dei rinnovi contrattuali, al fine di individuare iniziative ed
obiettivi vertenziali comuni. In tutti i casi in cui siano interessate più
federazioni di categoria, le strutture confederali assicureranno i necessari
livelli di coordinamento.
4. In tale
contesto, il sistema dei servizi rappresenta un nodo della rete di
rappresentanza attraverso il quale un numero sempre maggiore di lavoratori e
di lavoratrici
incontra la Cgil. Il sistema dei servizi della Cgil è parte integrante
dell'azione sindacale e concorre con pari dignità alla realizzazione delle
finalità e strategie complessive della Cgil. Va per questo riconfermato ed
ulteriormente articolato l'obiettivo di realizzare compiutamente un sistema
integrato dei servizi a direzione confederale, così come indicato dalla
Conferenza nazionale dei Servizi di Fiuggi. I servizi sono oggi una realtà
importante della e nella Cgil, un pilastro fondamentale delle nostre
attività di tutela individuale. In questo senso va ribadita la
complementarietà tra le funzioni collettive della rappresentanza e della
contrattazione e le attività di tutela individuale. In questo ambito la
tutela vertenziale e legale, previdenziale e medico
legale deve rinsaldare il rapporto con le categorie e le scelte
contrattuali, costituendo stabili punti di riferimento. E' anche necessario
prevedere momenti periodici specifici di partecipazione degli operatori del
sistema dei servizi, con il fine di coinvolgerli negli indirizzi politici,
organizzativi e gestionali decisi dagli organismi dirigenti e promuovere
momenti di approfondimento sul sistema dei servizi.
Si tratta di riconfermare i tratti fondativi del nostro
Sistema dei Servizi: un sistema inequivocabilmente dalla parte di lavoratori
e pensionati che afferma e pratica i valori della solidarietà e della difesa
delle persone più deboli; la capacità di fornire un ampio spettro di
risposte e servizi contraddistinti dalla alta professionalità di chi li
eroga; la scelta di praticare - laddove previsto - tariffe solidali e di
essere capillarmente presenti sul territorio; un sistema saldamente
orientato al proselitismo e caratterizzato dalla confederalità della
direzione.
5. Ma accanto a ciò occorre anche affermare
davvero una nuova centralità del territorio. Tutti i grandi processi di
trasformazione in atto ci indicano proprio a quel livello il massimo delle
trasformazioni economiche, sociali, produttive e il conseguente nuovo
bisogno di sindacato. Più sindacato e più contrattazione, perciò. Nel primo
caso inteso come un più radicato insediamento sociale; nel secondo come
capacità d’incidere negli assetti economici, infrastrutturali, produttivi,
del mercato del lavoro, nonché in quelli riferiti alle politiche sociali.
Ciò comporta, di conseguenza, più confederalità, innanzitutto intesa come un
quadro definito e condiviso, ai vari livelli, di strategie e di politiche
entro il quale ogni struttura eserciti le proprie prerogative. Ma significa
anche poter contare su una Cgil fortemente decentrata e reinsediata nel
territorio, con le sue categorie e i suoi servizi, capace di intercettare e
rappresentare nella loro complessità i bisogni là dove essi prendono forma e
visibilità. Serve, dunque, un’organizzazione che si decentri e si doti di
strutture, di risorse e capacità fortemente e capillarmente insediate nel
territorio. Ciò comporta promuovere e consolidare politiche organizzative
che facciano perno sul ruolo delle Camere del Lavoro, coinvolgendo
categorie, SPI e servizi, e che comportino un processo reale di
decentramento di poteri, funzioni e risorse.
6. Ma più confederalità anche come capacità di
ricercare, in una nuova logica di flessibilità organizzativa, le forme e i
modi di una più efficace rappresentanza del mondo del lavoro. E’ il caso di
milioni di lavoratrici e di lavoratori migranti che sono oggi in Italia.
Anche il versante della loro rappresentanza nella Cgil deve accompagnare –
ancor meglio precedere – la definizione di politiche d’accoglienza e di
cittadinanza. Grandi passi avanti sono stati compiuti e più forte è oggi il
nostro insediamento tra di loro. La battaglia per la regolarizzazione e gli
stessi servizi che abbiamo attivato hanno facilitato questo processo.
Rimane, però, il problema di un’assoluta marginalità della presenza di
compagne e compagni migranti in ruoli di direzione della Confederazione.
Questo produce uno scarto evidentissimo di rappresentanza che, alla lunga,
può vanificare il lavoro fin qui svolto, proprio perché esiste un rapporto
diretto fra rappresentanza reale e qualità e forza delle politiche di
un’organizzazione. La stessa qualità della nostra contrattazione sulla
molteplicità delle problematiche dei migranti può rischiare perciò di
rinsecchirsi. Rendere credibile questo proponimento significa assumere in
modo vincolante un processo in grado, in tempi certi, di qualificare
proporzionalmente la presenza degli immigrati negli organismi dirigenti.
7. Anche la partecipazione delle giovani
generazioni alla vita e alla direzione della Cgil è assolutamente
inadeguata. Questa parte del mondo del lavoro è quella che più subisce gli
effetti negativi delle trasformazioni perpetrate dalle politiche
neo-liberiste. E proprio le giovani e i giovani hanno, perciò, maggior
bisogno di rappresentanza. Peraltro, sono portatrici di valori e di
convincimenti politico-sociali nuovi e a volte diversi da quelli
storicamente affermati in Cgil. E nessuna operazione “illuministica”
compiuta dalle generazioni precedenti può sostituire una loro effettiva
rappresentanza. Occorre, pertanto, ricercare soluzioni che evitino il
riprodursi per la seconda volta di un salto generazionale che produrrebbe
ancor più rilevanti conseguenze negative. In questo senso l’Assemblea
Nazionale di Organizzazione è chiamata ad avanzare proposte ed orientamenti
al fine di promuovere un graduale ma certo processo di rinnovamento dei
quadri e dei gruppi dirigenti ad ogni livello.
8. Pur se sancito in modo vincolante dallo
Statuto confederale, il riequilibrio della rappresentanza di genere ha avuto
un andamento incerto e non lineare nella composizione dei gruppi dirigenti
delle diverse strutture orizzontali e verticali della Cgil. Si sono
determinate preoccupanti battute d’arresto che vanno definitivamente
corrette in occasione del congresso. L’Italia è ancora oggi tra le ultime
nazioni nella graduatoria stilata dalle Nazioni Unite sulla parità tra i
sessi: siamo indietro quanto a presenza delle donne nei luoghi della
rappresentanza istituzionale e politica. Le condizioni materiali di vita
delle donne stanno regredendo, importanti conquiste sono state messe in
discussione da una produzione legislativa che non rispetta le donne, il loro
ruolo nella società, le loro aspirazioni. La Cgil deve portare avanti con
convinzione una politica per promuovere la presenza delle donne in tutti i
luoghi decisionali. E deve farlo a partire dalla composizione dei suoi
gruppi dirigenti a tutti i livelli.
9. Anche per la
Cgil (come per il resto della società italiana) si pone il problema di
assicurare un radicale ricambio generazionale. La stessa promozione dei
giovani ai livelli di direzione, passa attraverso la ripresa una forte ed
efficace attività formativa.
Abbandonando la
prassi che la vuole attività residuale, intermittente e volontaria, essa
deve rappresentare al contrario, un fattore progettuale e programmato
nell'assunzione di incarichi di responsabilità e diventare elemento
permanente e obbligatorio dell'attività sindacale.
Alla prossima
Assemblea Nazionale di Organizzazione è quindi, tra gli altri, assegnato il
compito di individuare forme e modalità per concretizzare tutti questi
obiettivi che sono strategici per il reinsediamento nel territorio.
10. La democrazia nella Cgil si fonda su
molteplici pluralismi – a partire dal valore della differenza di genere, da
quelli programmatici a quelli di struttura legati alla rappresentanza
d’interessi - e su un sistema di regole che ne garantiscono la piena
legittimità e agibilità. Con la riforma dello Statuto operata dal XIII
Congresso e la successiva definizione di regole per la nostra vita interna,
la Cgil ha completato la transizione aperta dal superamento delle componenti
di partito, realizzando una nuova e diversa fase di democrazia interna.
11. Si tratta ora di ragionare su uno sviluppo
di questa fase in grado di ulteriormente rafforzare la nostra democrazia
interna e di meglio rispondere innanzitutto ai problemi di rappresentanza,
di partecipazione e di unità della Confederazione. Tre appaiono le
problematiche – fra loro anche sufficientemente intrecciate – da analizzare
e sulle quali aprire una proficua discussione nel Congresso: le modalità di
selezione dei gruppi dirigenti; la funzione di garante del pluralismo
affidata alla figura del segretario generale; la distribuzione solidale
delle risorse. Per quanto concerne la modalità di selezione dei gruppi
dirigenti occorre innanzitutto trovare soluzioni certe ed esigibili – a
partire dall’obbligatoria applicazione della norma antidiscriminatoria,
anche nella composizione delle segreterie – in grado di rispondere ai
problemi di rappresentatività qui sollevati. La norma antidiscriminatoria va
quindi applicata e costituisce criterio di valida costituzione degli
organismi esecutivi. Si tratta, poi anche, di rendere davvero centrale il
ruolo degli organismi dirigenti nella selezione dei gruppi dirigenti.
L’esperienza di questi anni ci consegna, infatti, uno squilibrio fra lo
strumento della consultazione individuale e la sovranità dei Comitati
direttivi. Essi sono stati spesso relegati sostanzialmente a luoghi di
ratifica formale, col voto segreto, di decisioni che non li hanno visti
davvero protagonisti. In sostanza, devono costituire luoghi di discussione
collegiale ed esplicita sulle candidature, sulle ragioni per le quali
vengono avanzate, sulla loro adeguatezza e rappresentatività, anche
relativamente ai nostri pluralismi. E questa prassi rappresenta un limite
politico che, alla lunga, può condizionare la stessa costruzione e
salvaguardia della nostra unità. Per quanto riguarda la figura del
segretario generale, essa ha svolto una funzione primaria nella garanzia
dell’unità e del pluralismo delle strutture. Questo però, combinato ai
problemi riscontrati nelle modalità di selezione dei gruppi dirigenti, ha
sovresposto la figura del segretario generale nell’esercizio del diritto di
proposta per la composizione della segreteria. Si corre il serio rischio che
venga ridimensionata oggettivamente la piena funzione di rappresentanza
degli esecutivi, col rischio di relegarli a pure funzioni di staff. Infine,
occorre affrontare il tema dello squilibrio nell’utilizzo e nella
distribuzione delle risorse. Questo, oltre a determinare una consistente
diversità nell’esercizio effettivo delle funzioni sindacali – con evidenti
problemi d’insufficienza di alcune strutture rispetto alle necessità che
sarebbero loro proprie – rischia di alterare anche i rapporti di autonomia e
di eguaglianza tra le strutture e d’influire oggettivamente anche sulla
democrazia dell’organizzazione. Peraltro, la costruzione di
un’organizzazione con una più forte matrice a rete e la volontà di affermare
una nuova centralità del territorio, privilegiando le strutture territoriali
di categoria e confederali che rendano effettiva e strutturale la scelta del
decentramento, anche come modalità di reinsediamento dell’organizzazione,
sono scelte che presuppongono la necessità di riconsiderare anche i delicati
equilibri che presidiano alla distribuzione delle risorse al nostro interno.
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